La terza guerra del Golfo

Lo slogan “America first” di Donald Trump non era un programma di isolamento ma di potenza e i toni di distensione verso di Vladimir Putin miravano a sostituire la russofobia con l’iranofobia ed invitare Mosca in un secondo momento a scaricare i suoi alleati tradizionali nel Vicino e Medio Oriente in cambio di una politica meno aggressiva da parte dell’Unione Europea e della Casa Bianca.
di Sebastiano Caputo - 8 giugno 2017

Ancora una volta il metro dello “scontro di civiltà” non servirà a decodificare quello che sta accadendo in questi giorni. Il terrorismo va oltre la dimensione sacra, qualsiasi essa sia, può colpire la Cattedrale cattolica di Notre Dame e il giorno dopo schiantarsi contro il Santuario dell’Imam Khomeini a Teheran. In principio c’è e ci sarà sempre la geopolitica. Tutto è iniziato con il viaggio di Donald Trump nel Vicino e Medio Oriente che è servito a rinsaldare la santa alleanza tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele e firmare col sangue una strategia di breve e medio periodo contro la Repubblica Islamica dell’Iran colpevole di aver spaccato – insieme a Bashar Al Assad, Hassan Nasrallah e Haider Al Abadi – il giocattolo della Jihad in Siria e Iraq. Così per mascherare i successi militari dell’asse sciita sul terrorismo, il “povero” sceicco del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani è diventato l’agnello da sacrificare sull’altare della nuova politica estera americana.

Uno dei tanti motivi per cui il mondo sciita fa paura all'Occidente.

Uno dei tanti motivi per cui il mondo sciita fa paura all’Occidente.

Dopo sei anni di laissez-faire, ora sembra arrivato il momento di passare all’azione prima che gli altri si prendano i meriti della vittoria: ma eliminare il sedicente Stato Islamico e i gruppi affini ideologicamente non coincide con la sorte degli islamisti. Tutti quei miliziani che hanno giurato fedeltà possono essere protetti e riutilizzati in un secondo momento. Questo è l’altro motivo per cui le guerre di liberazione di Raqqa e di Mosul vengono portate avanti rispettivamente dai soldati delle Forze Democratiche Siriane (curdi) e dalla Golden Division (iracheni), entrambi appoggiati dagli americani che parallelamente vogliono ostacolare le milizie sciite irachene e le truppe governative siriane di riaprire l’autostrada che collega Damasco e Baghdad passando per Al Tanf (dove c’è stato il raid della Coalizione Internazionale guidata dagli Usa per fermare l’avanzata dell’esercito di Assad) perché oltre che a rinforzare la cooperazione tra i due governi bloccherebbe il transito dei jihadisti verso l’Arabia Saudita. C’è un altro pezzo da non sottovalutare in questo puzzle. Qualche giorno fa è stato nominato Michael D’Andrea detto “Ayatollah Mike” (colui che ha organizzato l’assassinio di Imad Mougniyeh a Damasco nel 2008) come responsabile della sezione iraniana della CIA. Ecco che gli attacchi terroristici che hanno colpito Teheran hanno un retrogusto minatorio. I jihadisti liberi dallo Stato Islamico e da Al Qaeda sono diventati un’arma puntata contro la Repubblica Islamica dell’Iran e l’intero mondo sciita.

Un libro necessario per capire il ritorno dell'Islam politico sciita.

Un libro necessario per capire il ritorno dell’Islam politico sciita.

All’orizzonte si intravede un Medio Oriente che nasce sulle macerie della Siria e dell’Iraq e che vedrà fronteggiarsi senza esclusione di colpi l’asse sciita che da Beirut arriva fino a Teheran passando per Damasco e Baghdad contro il blocco Riad-Washington-Tel Aviv. Lo slogan “America first” di Donald Trump non era un programma di isolamento ma di potenza e i toni di distensione verso di Vladimir Putin miravano a sostituire la russofobia con l’iranofobia ed invitare Mosca in un secondo momento a scaricare i suoi alleati tradizionali nel Vicino e Medio Oriente in cambio di una politica meno aggressiva da parte dell’Unione Europea e della Casa Bianca. Ma l’Iran ha rinunciato al nucleare perché ha sempre saputo di poter contare sulle zampe dell’Orso russo. Putin, che intrattiene rapporti con tutti, possiede una grande responsabilità: evitare la terza guerra del Golfo. 

 
 
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