Della manifestazione salviniana svoltasi questo sabato a Roma si possono analizzare numerosi aspetti ma ce ne sta uno che è più importante degli altri: le classi popolari hanno abbandonato ufficialmente le sinistre istituzionali (Pd e Sel), i democristiani (Ncd) e i liberali (Forza Italia). Se nel Diciannovesimo secolo la sinistra (occidentale) raccoglieva i consensi del proletariato, oggi questo, è schierato in maggioranza con le forze populiste (vedi l’ascesa in un primo momento del Movimento 5 Stelle e in un secondo quello della Lega Nord). Da base elettorale della galassia post-marxista, il nuovo proletariato si è trasformato in una categoria considerata reazionaria, provinciale, becera, oscurantista, analfabeta perché ostile ai valori borghesi del liberalismo culturale e all’assolutizzazione del sistema capitalista che oggi viene realizzato nel nome del Progresso e del Cambiamento.

Infatti, sul palco leghista c’era quel popolo ignorato e denunciato dalla iper-classe lib-lib e mondializzata. C’erano pescatori, operai, allevatori, agricoltori, medici, commercianti, artigiani, tutte quelle categorie sociali che rappresentano il ceto produttivo del nostro Paese, in sintesi: il popolo. Quello che i cosiddetti politici “moderati”, appoggiati dal circo mediatico-intellettualistico, tacciano di “populismo” xenofobo, razzista, omofobo, fascista, violento. Eppure Jean Claude Michéa, un filosofo marxista francese che ha dedicato la sua vita nel racconto del tradimento storico della sinistra, non ha mai condannato la scelta politica delle classi popolari, che in Francia si sono spostati nell’elettorato del Front National di Marine Le Pen. A differenza degli opinionisti lib-lib e politicamente corretti, scrive: “ci sono più possibilità di trovare comportamenti onesti, leali, solidali, tra gli operai, gli infermieri o gli agricoltori, che tra i promotori finanziari, gli agenti immobiliari, o i sociologi di Stato”.

È il ritratto dei partiti liberali e progressisti, di sinistra come di destra, che hanno sostituito il popolo con delle categorie borghesi, post-economiche e spoliticizzare: le “donne”, i “giovani”, gli “immigrati”, gli “omosessuali”, e via discorrendo. È vero, dal palco, Matteo Salvini e i vari relatori, non hanno espresso nemmeno un concetto raffinato. Ma la democrazia ce lo insegna: non si può essere troppo avanti rispetto all’opinione pubblica, altrimenti non vi segue più. Nei fenomeni populisti, come in quello della nuova Lega Nord di Matteo Salvini, il “capo carismatico” (Weber) infatti non è altro che un ventricolo del popolo, non tenta di apparire come una persona straordinaria che sta sopra alla gente comune. Si rapporta costantemente con i suoi elettori e si propone come interprete unico della loro volontà parlando la lingua del popolo. “Vaffa” Grillo-salviniano docet. E soprattutto non lo idealizza, come fa costantemente Matteo Renzi. Su questo aveva ragione Céline: chi ha la parola “popolo” o “democrazia” in bocca, in realtà disprezza la “gente ordinaria”.