Ora è legittimo parlare delle conseguenze disastrose legate ad un’immigrazione incontrollata. Persino il nuovo capo dell’Eliseo Emmanuel Macron ha osato rompere il tabù dei tabù durante l’ultimo vertice di Berlino. “Come spieghiamo ai nostri cittadini, alla nostra classe media, che all’improvviso non c’è più un limite?”, ha detto. Eppure c’è chi da tempo in Francia, solo contro tutti, aveva diffuso analisi autorevoli e controcorrente per mettere in guardia le cancellerie europee. Régis Debray, Eric Zemmour, Alain De Benoist, ma anche Michèle Tribalat, direttrice dell’Istituto Nazionale degli Studi Demografici e nemica della “statistica ufficiale”, che di recente ha ripubblicato un libro intitolato Assimilation. La fin du modèle français (Le Toucan) dove traccia un parallelismo quasi apocalittico tra l’esplosione dei flussi migratori e il fallimento dell’integrazione. Non è il racconto di un complotto contro l’Europa per annetterla ad un altro continente attraverso la demografia, né una lunga tesi a supporto della teoria della “grande sostituzione” di Renaud Camus, ma uno studio laico che desacralizza – dati alla mano – l’ideologia senza-frontierista delle élite mondializzate.  

Michele Tribalat, demografa silenziata dalla statistica ufficiale

Michele Tribalat, demografa silenziata dalla statistica ufficiale

Il modello assimilativo à la française appunto – che si differenzia dal multiculturalismo anglosassone e dal melting pot statunitense – si traduce nell’accettazione incondizionata ai cosiddetti valori della République: tutti i nuovi arrivati, che siano cristiani, musulmani o ebrei, devono mettere in secondo piano le proprie origini, tradizioni, leggi e usanze. Non rinunciandovi, ma gerarchizzandole. Se questo sistema “asimmetrico” aveva funzionato fino all’inizio degli anni Settanta si è poi disintegrato progressivamente di fronte ad un’immigrazione massiva, incontrollata e prevalentemente di fede musulmana.

Le conclusioni di Michèle Tribalat che ha lavorato in particolar modo sulla concentrazione dei giovani (0-17 anni) di origine straniera e la loro evoluzione nel corso degli ultimi quarant’anni, dimostrando il loro accentramento nelle zone urbane di più di 10mila abitanti (ad esempio nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, proprio accanto di Parigi, la proporzione dei giovani di origine straniera è ormai vicina al 60 per cento), si inseriscono de facto nella storia politico-urbanistica e demografica fallimentare cominciata poco dopo le dimissioni di Charles De Gaulle.

Questo lungo processo inizia proprio nel 1975 con la legge sul “ricongiungimento familiare” (possibilità per gli immigrati di far venire i loro parenti da fuori) fortemente voluta da Valery Giscard D’Estaing e sostenuto da una larga parte degli industriali francesi che avevano bisogno di mano d’opera a basso costo in un periodo di forte crescita economica.

Le "belle" cité francesi dove gli immigrati vivono come topi

Le “belle” cité francesi dove gli immigrati vivono come topi

È di fronte all’arrivo di queste nuove popolazioni si avviò un grande progetto residenziale a basso costo e sebbene le banlieue nascessero come residenze provvisorie per gli immigrati si sono velocemente trasformate dopo gli anni Ottanta in dimore fisse fino a diventare veri e propri ghetti etnico-confessionali staccati dal resto della comunità. Fu il governo del presidente François Mitterand (1981-1995) a vedere in queste sacche urbanistiche abitate in maggioranza da stranieri (africani e arabi) la futura nuova base elettorale del Partito Socialista. La stessa Michèle Tribalat nel capitolo “l’abbandono degli autoctoni” spiega come questa strategia fosse stata teorizzata dal think tank “Terra Nova” che considerava i ceti popolari meno aperti ai valori progressisti a differenza delle minoranze. E accanto nascevano associazioni come SOS racisme e Touche pas mon pote (nei loro direttori non c’era nemmeno un immigrato) che operavano nelle banlieue per tutelare i “migranti”, sebbene col tempo diventeranno gli incubatori del diritto alla diversità in contrapposizione al modello assimilativo francese.

Una scena emblematica nel film “La crisi” dove ad affrontarsi sono due mondi: Saint Denis e Neully sur Seine 

Così è dilagata la figura del racaille o del banlieusard, giovane di quartiere connesso alla delinquenza, culturalmente sradicato, parassitario, iper-consumatore, in bilico tra la re-islamizzazione radicale e la riproduzione della cultura gangster bling bling americana. Le stesse caratteristiche che avevano in fondo quegli attentatori stranieri naturalizzati francesi – da Mohamed Merah fino ai fratelli Kouachi – incapaci di integrarsi socialmente e professionalmente. “L’immigrazione non è solo il nostro passato ma anche il nostro presente e il nostro futuro” scrive Tribalat nella conclusione del libro intravedendo all’orizzonte un modello multiculturale mescolato ai grandi principi repubblicani ancora più conflittuale. E a pagarne le conseguenze sono proprio le classi popolari accusate di qualsiasi forma di discriminazioni e costrette a trasferirsi nei piccoli comuni poco toccati dalle concentrazioni etniche.

Articolo pubblicato in esclusiva per Il Giornale