Settembre è il mese dei Talk Show. Riorganizzati format e palinsesti, a contendersi l’audience di questa stagione politica saranno Massimo Giannini (Ballarò) e Giovanni Floris (di Martedì), Milena Gabanelli (Report) e Gianluigi Paragone (La Gabbia), Corrado Formigli (Piazza Pulita) e Michele Santoro (Servizio Pubblico), Luca Telese (Matrix) ed Enrico Mentana (Bersaglio Mobile), Lilli Gruber (Otto e mezzo), Fabio Fazio (Che tempo che fa) e Bruno Vespa (Porta a Porta). Troppi programmi, nel nome della libertà di espressione e di stampa, per un sistema d’informazione che dice al plurale sempre le stesse cose. Jean Baudrillard la chiamava “produzione industriale delle differenze”, Pier Paolo Pasolini a suo modo percepiva la televisione come medium di massa anti-democratico e omologante, mentre Guy Debord ne sottolineava la sua potenza spettacolare: “lo spettacolo ha vinto perché è in grado di assorbire qualsiasi forma di opposizione facendola propria”.

Da trasmissioni di dibattito e di divulgazione socio-politica, i Talk Show si sono appiattiti e inseriti nella totalità della televisione – lo spettacolo -, essi rappresentano di fatto “un mondo visualizzabile a piacere, suddivisibile a piacere, leggibili per immagini” (Jean Baudrillard). Il Talk Show contemporaneo produce un sistema di segni, lo spettacolo di un mondo assente, una serie di immagini, che infine, non sono altro che una tornata promozionale svuotata di qualsiasi contenuto. Al programma televisivo, che sia Matrix, Ballarò, Piazza Pulita o tutti gli altri, si alternano applausi del pubblico, interruzioni, servizi televisivi, pause pubblicitarie, pubblicità, messaggi discontinui, successivi, contraddittori, martellanti, consumabili, in un flusso che va al di là del vero e del falso, del bene e del male. “Lo spettacolo – scriveva Debord – è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza”. Lo spettacolo presuppone, quindi, l’assenza di dialogo, e impone il consumo immediato distruggendo qualsiasi forma di contemplazione.

I protagonisti di questa società spettacolarizzata – lo Star system politico-mediatico – diventano così dei pupazzi (promotori di segni e non di contenuti) funzionali al format televisivo (il provocatore, il giovane, la donna, il bello) e di conseguenza al sistema di audience, ma soprattutto assoggettati alla prepotente industria dell’intrattenimento. Qui sta la differenza tra un Carmelo Bene interrogato al Maurizio Costanzo Show e uno qualunque che fa il suo compitino televisivo cercando di calamitare verso di sé il maggior numero di consensi o di applausi. CB in tivvù non ci andava quasi mai, detestava il pubblico, lo derideva, lo insultava, fumava in trasmissione, rompeva gli schemi dell’intervista. Non era lui che girava intorno alla televisione ma era la televisione che girava intorno a lui. Gli altri invece, sono lì, attaccati a microfoni e telecamere, autoreferenziali, monotoni, narcisisti, profondamente conformisti, immortali nella vita terrena ma mai postumi. Chi si ricorderà tra cento anni di quei personaggi onnipresenti mediaticamente?