L’America è l’epicentro della Modernità. Un laboratorio. Tutto quello che accade Oltreoceano avviene dieci, venti, trent’anni prima che in Europa, per poi espandersi a macchia d’olio nel resto del mondo. Il popolo americano è un popolo conquistato, manipolato, asservito tanto quanto gli altri. Essere anti-americani non significa nulla se prima non si distinguono le scelte della massa da quelle dell’elite, e ancora prima, se non si definisce che cos’è realmente l’America. Perché seppur giovane, la nazione statunitense conserva nei suoi due secoli di storia una serie di vicissitudini che l’hanno trasformata radicalmente. Esaminando fino in fondo, si denota in realtà come per anni e sullo stesso territorio hanno convissuto, come del resto convivono tuttora, due anime. L’evoluzione storica degli Stati Uniti risiede proprio nella successione al potere di questa dicotomia. Da una parte un’America populista, religiosa, conservatrice, rozza, lavoratrice, liberale (che crede nelle libertà individuali), riflesso della cultura tradizionale di una middle class che poco a poco negli anni sta scomparendo; e dall’altra invece, un’America, privata, elitaria, messianica, espansionista, cosmopolita, metropolitana, per sua natura, legata al mondo del denaro.

In questo contesto sono coesistite personalità, storie, paesaggi, in profondo contrasto fra loro. Da una parte lo spirito capitalistico fondato sul potere finanziario delle grandi famiglie come i Morgan, i Rockefeller, i Rothschild, i Lehman; dall’altra, quello fondato su lavoro e redistribuzione di Henry Ford, ideatore della fabbrica automobilistica. Da un lato la spettacolarizzazione di Hollywood, dall’altro la semplicità ed il realismo di Ernest Hemingway e di Charles Bukowski. E poi lo strapotere di Wall Street di fronte alla lirica dei Cantos di Ezra Pound. Le grandi metropoli, Chicago, Boston, New York, in contrasto con le terre desolate, immense, raccontate dallo scrittore statunitense Henry David Thoreau in Walden ovvero Vita nei boschi. Ed infine tutti quei presidenti schizofrenici, divisi tra gli interessi della grande finanza – Hamilton, Wilson, Clinton, Bush, Obama – e il populismo intrinseco all’America profonda – Jefferson, Jackson, Lincoln, Kennedy – .

Ma la linea sottile che separa queste due anime è la questione del “destino manifesto” (superiorità e missione della razza anglosassone) e dell’anti-imperialismo. Nel 1898 nacque l’American Anti-imperialist League (Lega Anti-imperialista Americana) per opporsi all’annessione delle Filippine agli Stati Uniti. Tra i firmatari, lo scrittore Mark Twain, il critico letterario Henry James, il filosofo John Dewey ed il poeta Edgar Lee Masters. A modo suo anche lo scrittore e filosofo H.D Thoreau, si fece imprigionare dopo essersi rifiutato di pagare le tasse legate alla guerra – che non condivideva – contro il Messico. La volontà interventista si è di fatto manifestata negli ambienti metropolitani, finanziari e industriali. Nei luoghi dove l’espansionismo faceva rima con predazione di mercato. Del resto la maggioranza degli Stati Uniti è sempre stata isolazionista e non bellicista, soprattutto durante i due conflitti mondiali del Novecento. La resistenza anti-imperialista degli Anni Trenta è emblematica. Tra le figure principali ci fu Padre Charles Edward Coughlin, sacerdote statunitense, fondatore del National Union for Social Justice, un partito con milioni d’iscritti a favore delle riforme monetarie, della nazionalizzazione delle grandi industrie e delle ferrovie e della tutela dei diritti dei lavoratori. O ancora l’aviatore Charles Lindbergh, leader dell’America First Commitee, movimento isolazionista e trasversale, che contava 800mila membri.

Lo spirito dell’America profonda è sempre rimasto attaccato alle libertà individuali. Non è un caso che il “maccartismo” (restrizioni e spionaggio nel nome dell’anti-comunismo) degli anni Quaranta-Cinquanta portò la maggioranza degli americani ad opporsi alla guerra in Vietnam. Allo stesso modo, il Patriot Act (restrizioni e spionaggio nel nome dell’anti-terrorismo) ha convinto il repubblicano Ron Paul e i suoi seguaci ad opporsi a tutti gli interventi militari della Casa Bianca: dall’Afghanistan alla Siria. Nel 1945 ci volle l’attacco di Pearl Harbor per far tacere tutti. Come ci volle l’attacco alle Torri gemelle l’11 settembre 2001 per lanciare la crociata di George Bush in Vicino e Medio Oriente.

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