Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano nonché leader del “Likud”, il partito conservatore e nazionalista, ha scatenato una guerra contro gli abitanti palestinesi di Gaza in vista delle prossime elezioni. Mario Monti e i suoi predecessori lo hanno ricevuto in Italia come se fosse un semi-Dio. Vi rendete conto che nella scacchiera politica italiana, per un atto del genere, Benjamin Netanyahu si collocherebbe all’estrema destra di Forza Nuova? 

Qualsiasi musulmano appartiene all’Umma (l’intera comunità musulmana), tuttavia il mondo islamico non è un blocco statico, uniforme, indifferenziato. Al suo interno esistono fratture generate dai nazionalismi arabi come dalle molteplici comunità etniche sparse in tutta la regione, ma soprattutto dalle innumerevoli correnti religiose che si differenziano l’una dall’altra a causa di un’interpretazione del Corano divergente, a partire dalla divisione tra sciiti e sunniti. Se nell’Islam sciita esiste una verticalità del potere, l’imamato, in quello sunnita convivono invece 72 confraternite spesso in conflitto tra loro, basti pensare al salafismo (islamici radicali) o al wahabismo (movimento specificamente saudita che impone una rigorosa lettura del Corano) in contrapposizione all’Islam classico.

Oppure basti pensare alla geo-politica vicino e medio-orientale per certificare la spaccatura inter-nazionale araba. Oggi delle vere e proprie alleanze si sono consolidate come la “mezzaluna sciita” da una parte, asse che rilega l’Iran degli Ayatollah sino a Hezbollah (il partito armato sciita libanese), passando per la Siria alauita di Bashar Al Assad. Fronteggiata da altri Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar (con i loro satelliti) e la Turchia, tutti storici alleati del blocco atlantico, e quindi acerrimi detrattori della Siria di Bashar Al Assad o, nel recente passato della Libia di Muammar Gheddafi. Ma gli affronti tra questi due blocchi medio orientali (sostenuti da due blocchi mondiali, da una parte l’Occidente e dall’altra l’asse sino-russo) non finisce in Siria o in Libia. Essi si verificano tutt’oggi dai conflitti nel Golfo Persico (che addirittura mettono faccia a faccia le due potenze regionali rivali, Iran e Arabia Saudita), all’influenza sul giovane governo iracheno (oggi in mano a sciiti piuttosto legati all’Iran), fino al controllo della resistenza palestinese (Hamas, se prima era legato a doppio filo con l’Iran, oggi si è avvicinato al Qatar). Tuttavia per una volta i Paesi e i movimenti para-statali del mondo arabo-musulmano hanno dato prova di maturità trovando un’intesa che è andata al di sopra di qualsiasi fazione, che sia politica o religiosa: la questione palestinese legata all’aggressione in corso dell’aviazione israeliani ai danni della Striscia di Gaza.

Le prime condanne dopo l’operazione militare sionista “Colonna di nuvole” ai danni degli abitanti di Gaza sono arrivate da Turchia, Egitto, Qatar, Hizbollah (movimento sciita nella coalizione di maggioranza in Libano) ed Iran. Il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu ha affermato che Ankara intraprenderà le misure necessarie presso le istituzioni internazionali contro la “posizione aggressiva di Israele” e dei suoi raid. Teheran ha affermato tramite il capo della diplomazia iraniana Ramin Mehamanparast che l’atto delle forze armate israeliane è un “crimine”, condannando in seconda istanza il silenzio assordante delle organizzazioni internazionali che affermano perennemente di tutelare i diritti umani nel mondo. Persino il Qatar, alleato strategico e mediatico degli Stati Uniti d’America, pertanto legato ad Hamas come detto prima, ha giudicato i bombardamenti in corso “un atto spregevole che non dovrà restare impunito”. Infine il Partito di Dio libanese, Hezbollah, ha invitato la Lega Araba e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (Oci) ad assumersi le loro responsabilità per fermare una guerra di sterminio della Striscia di Gaza. Questi ultimi hanno ricevuto il sostegno del presidente del Libano Michel Sleiman che ha definito senza giri di parole l’attacco israeliano “un’aggressione barbara e consueta per la politica dello Stato ebraico che utilizza solo il linguaggio delle uccisioni e della distruzione”

Ad allinearsi questo fine settimana alla condanna degli atti militaristici giudicati da questi ultimi “spregevoli e criminali” sono stati i governi nordafricani – di Algeria, Tunsia e Marocco – i quali hanno espresso la loro solidarietà verso i popolo palestinese di Gaza. Il portavoce del ministero degli Affari Esteri algerino, Amar Belani, ha condannato l’aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza, richiamando inoltre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e la comunità internazionale affinché assuma le sue responsabilità e ponga fine alle offensive. Anche la Tunisia che tra il 1982 e il 1994 aveva accolto il quartiere generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), ha rinnovato il suo sostegno al governo palestinese dopo che il ministro degli Affari Esteri tunisino Rafiq Abdelassem, appartenente al partito islamico Ennahda, si è recato nella Striscia governata da Hamas. “Quest’aggressione non è né accettabile, né legale, Israele deve cessare immediatamente il fuoco e il Consiglio di Sicurezza dell’Onu deve intervenire con le sanzioni unilaterali”, ha dichiarato questo fine settimana il capo della diplomazia tunisina che poi ha in seguito invitato i Paesi membri della Lega Araba a riunirsi il più velocemente possibile. Anche il presidente della repubblica Moncef Marzouki ha espresso telefonicamente al capo di Hamas a Gaza, Haniyeh, “la solidarietà della Tunisia con la lotta di popolo palestinese” denunciando “l’aggressione barbarica dell’aviazione israeliana”. Infine anche il Marocco del re Mohamed VI ha annunciato questa domenica che “contribuirà al benessere della popolazione civile vittima da diversi giorni dai bombardamenti” con l’installazione di un ospedale a Gaza e l’invio di unità mediche specializzate dell’esercito reale oltre che di medici civili.

Nonostante le divisioni politiche, geopolitiche e coranico-religiose, la comunità musulmana ha saputo prendere una posizione netta, frontale. Israele sembrerebbe il nemico numero uno nella regione , anche se troppo spesso in questi anni il lassismo dei governi arabi ha prevalso sulla libertà del popolo palestinese ad autodeterminarsi. Sembra tuttavia aprirsi un varco per la pace in Palestina, non solo perché i cittadini occidentali iniziano a capire le manipolazioni dei mass media sulla reale legittimità d’Israele in Vicino Oriente. O le manipolazioni sulla reale volontà (o buona fede) del governo sionista diretto da Benjamin Netanyahu, primo ministro nonché leader del “Likud”, il partito conservatore e nazionalista, il quale scatenando una guerra contro gli abitanti di Gaza, auspica la sua rielezione. La luce si intravede anche se lontana. Tel Aviv deve sparire ma non nel senso letterale del termine: la Palestina occupata non deve più adottare una visione teocratica delle istituzioni, e ha l’obbligo di riconoscere i diritti fondamentali dei palestinesi affinché il governo possa unire musulmani, cristiani ed ebrei attraverso una Costituzione multi-confessionale comune (vedi il Libano) che possa garantire la pace civile.