La Democrazia è un concetto che solo dopo il buio medioevo, con Ugo Grozio, padre del giusnaturalismo contrattualista, con Locke, Rousseau e tutti i grandi pensatori dell’Illuminismo, si pone come la scintilla che innesca la rivoluzione inglese del 1688, quella americana del 1776 e quella francese del 1789. Dalle prime Repubbliche sino alle sommosse popolari guidate dal socialismo marxista e poi divenute, col tempo, lotte sindacali, l’idea democratica si è applicata ai modelli politici più svariati.

Ma è solo dal 1945 che il modello di democrazia americana si insedia nelle viscere di un’Europa martoriata dalla seconda guerra mondiale, tra aiuti militari (dottrina Truman) ed economici (piano Marshall), per contenere l’espansionismo del socialismo sovietico.

La Democrazia, però, la nostra democrazia, liberale e capitalista, dal 45′ in poi ha scoperto, più o meno indirettamente, tutti i suoi punti deboli e le sue anomalie. Dopo diverse crisi interne al sistema occidentale, è negli anni Ottanta che lo sviluppo sfrontato dei mercati finanziari – nei settori più disparati, con l’invenzione di Internet e la velocizzazione delle transazioni economiche, più veloci dell’economia reale – ha cambiato non solo i rapporti economici nazionali ed internazionali, ma anche il rapporto sociale tra cittadino e Stato, Stato che la crisi dei subprime, dei titoli spazzatura del 2008 ha svuotato interamente della sua funzione democratica di garanzia e di tutela di quei diritti che il giusnaturalismo, quello Rousseauiano più di tutti, aveva messo in luce.

Le anomalie della nostra Democrazia, ostentata dal faro democratico statunitense, risiedono in diversi fattori. Tra questi la grande Finanza, deregolamentata e sciolta da ogni valore etico, la Finanza-ragnatela che lega grandi imprese e multinazionali, da Wall Street alla City londinese, sino alla nipponica Kabutocho, e che, lo stiamo vivendo oggi sulla nostra pelle, dall’unico scopo di creare un valore per gli azionisti, riesce finalmente ad avere un impatto colossale sulla sovranità politica e sociale di ogni Paese. Intanto però, tra crisi, recessioni e tracolli, la Finanza corre a piede libero, sebbene sia ormai dimostrata la vacuità e l’inutilità delle teorie di quei premi Nobel che la credevano un vero strumento di crescita e di impulso rispetto all’economia reale. Più investimenti, più flussi di capitali, più mercato, più crescita. Ci sbagliavamo, ma continuiamo ad andare avanti su questa strada senza uno sguardo lucido al passato, e lasciamo che la Finanza, l’ambiente più liberale del sistema economico, rimanga quella scienza che muove gli interessi dei grandi privati tra investimenti azzardati e bolle speculative rischiose; avventatezze pericolose per tutto il sistema produttivo, con un’influenza dannosa sui redditi, sull’occupazione, sul welfare e sulle prospettivo di aumento del tenore di vita: tutti quei valori che uno Stato Democratico deve garantire e tutelare.

Se vogliamo immergerci più nel concreto, l’Unione Europea, oggi, con le sue politiche economiche, ha rimesso in causa il valore della Democrazia, e invece di scongiurare e demitizzare il ruolo della grande Finanza, ha dimostrato come e in che misura le società di rating, le banche d’affari e d’investimento, i grandi istituti finanziari, non solo si sono palesati causa della crisi, ma continuano a dettare le misure per risolverla. Crisi e debito pubblico, per non parlare dello spread, sono divenuti i tiranni che, nello scombussolamento generale, provocato dai media e dal governo, permettono l’avvio delle politiche “salva stati” e dell’austerity lacrime e sangue. Crisi e debito sono divenuti i pretesti per demolire il welfare, il lavoro, le pensioni, la sanità e l’educazione. Il Portogallo è esposto a gravi manovre fiscali, che vogliono l’aumento dell’Iva e dell’età pensionabile, il tutto per risanare i conti pubblici, senza contare le privatizzazioni delle imprese strategiche nazionali. La Grecia oltre a vivere un tracollo economico-finanziario, vive anche quello sociale, tra tagli ingenti della spesa pubblica, con licenziamenti di massa e pesanti riforme fiscali. In Italia i provvedimenti presi dal governo tecnico, dove il volto di Mario Monti non è sconosciuto all’Ue, vengono vagliati e radiografati dai mercati e dalla Troika.

“Demokratie ist Ramsch”:

Il vero nemico della Democrazia è la democrazia stessa; è la democrazia dell’Fmi, della Bce e della Commissione – organi considerati democratici, ma allo stesso tempo non legittimati dal consenso popolare – che sconvolgono con governi tecnici le Nazioni, politicamente e socialmente; è la democrazia quando un articolo del Financial Times sul governo Monti è in grado di aumentare lo spread e allontanare i capitali esteri; è la democrazia il vero nemico, quando il ministro del Welfare lotta contro lo Stato sociale e contro la provvidenza, quando flessibilità vuol dire precarietà e il lavoratore si assume l’incertezza dei mercati.

Eppure la Storia qualcosa ci ha lasciato: ci ha lasciato la ripresa economica statunitense dopo la grande depressione del 1929, con il New Deal e la politica economica keynesiana delle grandi opere e del lavoro, che ha taciuto tutte le critiche liberali. Ma ci ha lasciato anche il 42′ inglese del piano Baveridge, fondato sulla lotta alla disoccupazione con la tutela del lavoro, e non con la flessibilità. Ci ha lasciato la Svezia del 48′ con la nascita del welfare universale e della pensione minima popolare, della riduzione dell’incertezza economica e sociale.

Tuttavia, a quanto pare, la Storia non insegna niente, e nel fiducioso perseguimento dell’aggiustamento strutturale dell’economia e del sociale, con le politiche distruttive di austerità, per adeguarci ai parametri di un Europa finanziaria, lasciamo la Democrazia fare a pugni con l’ombra di sé stessa.