Tra l’Ottocento e il Novecento, il marxismo interpretava l’evoluzione della storia attraverso il conflitto di classe. Nel dopo guerra, i rapporti tra categorie vengono posti in secondo piano e nasce un nuovo pensiero: il pensiero femminista. Il femminismo capovolge la lettura deterministica, abbandona definitivamente il conflitto tra categorie socio-lavorative e impone una linea fondata sulla lotta dei sessi come strumento di conquista dell’uguaglianza. Diventa così un movimento di avanguardia che non affonda le sue radici ideologiche nel passato. L’oppressione della donna in una società incentrata sull’uomo è la scintilla che induce le donne ad emanciparsi al fine di ottenere l’uguaglianza dei sessi sul piano economico (parità nei salari), sociale (diritto al lavoro) e politico (diritto di voto).

Le prime rivolte sono autenticamente rivoluzionarie, di rottura con il passato, legittime poiché finalizzate al progresso reale. Tuttavia poco a poco negli anni il movimento diventa sempre più comunitario, borghese, elitista e presto manipolato da un sistema che non vede più la lotta dei sessi come mezzo per giungere all’uguaglianza, bensì intende la lotta dei sessi come fine ultimo. È il femminismo del terzo millennio, un femminismo ideologico e isterico che ha tradito la sua volontà originaria di cambiamento, non basandosi più su progresso, merito, emancipazione e uguaglianza, bensì articolandosi sulla divisione dei cittadini, sulla distruzione della famiglia tradizionale e sul vittimismo come strumento di lotta.

Ma soprattutto ponendosi al servizio di una società dei consumi (Pier Paolo Pasolini lo chiamava “nuovo Potere”) profondamente totalitaria. Una società che mira all’emotività sociale e alla “devirilizzazione” dell’uomo per spingerlo al consumo di beni e servizi superflui, e che allo stesso tempo promuove e sfrutta modelli femminili estremamente artificiali (nei programmi televisivi come nelle pubblicità). Che promuove le quote rose in Parlamento per insabbiare i reali problemi economici e sociali fondati sui rapporti di classe (cosa cambia se a difendere gli operai sono le donne o gli uomini?), e che allo stesso tempo consente alle donne un salario per permettergli di consumare di più (tant’è vero che in un contesto di crisi come quello attuale, il lusso per le donne è scegliere se lavorare o meno). Che aspira alla distruzione del nucleo familiare per assoggettare l’individuo, un eterno adolescente, allo sperpero di denaro e che, allo stesso tempo, incoraggia la lotta dei sessi per abbassare il tasso di natalità e aumentare quello di mortalità in un sistema liberista che non accetta più chi non è produttivo (l’anziano, o meglio il pensionato, è visto come un parassita e non come una figura emblematica della società).