Non esiste un mondo ideale. La società capitalista ad esempio nasconde dietro parole come “crescita”, “libertà”, “progresso”, un profondo malessere collettivo. Prodotti commerciali e superflui, farmaci anti-depressivi, trasmissioni televisive, videogiochi, supereroi, falsi sorrisi, promesse elettorali, falsi miti, cinematografia spettacolare, leggendaria, sensazionale, sono in realtà solo la facciata di un mondo di plastica, instabile, che non può conservarsi per l’eternità. Il modello sociale statunitense – che è quello dominante e trainante dell’Occidente – morirà, o meglio si suiciderà perché saranno gli stessi cittadini americani a distruggerlo. Non a caso nella storia nordamericana gli scrittori che avevano una visione umanista (rimettere l’Uomo al centro della società) come Henry David Thoreau o Ezra Pound, hanno rifiutato di allinearsi al pensiero dominante dell’intellighenzia del tempo, preferendo fuggire, chi nei boschi e chi in Europa nella disperata ricerca di un mondo ideale che probabilmente non hanno mai trovato.

Bisogna trovare un punto di partenza per trascrivere questa nevrosi di massa trapiantata da un’elite governativa che ha ridotto l’americano medio in un consumatore impulsivo ed isterico. Il film documentario “Bowling for Columbine” (Bowling a Colombine) diretto da Michael Moore, che racconta la strage organizzata il 20 aprile 1999 da due studenti della Columbine High School di Denver (Colorado) – Eric Harris, 18 anni, e Dylan Klebold, 17 – i quali prima di togliersi la vita, aprirono il fuoco uccidendo dodici dei loro compagni ed un insegnante è uno dei tanti esempi che dimostra questo malessere collettivo. Storie identiche si sono poi ripetute anno dopo anno, il più delle volte nelle scuole o nelle università. La strage di Red Lake nel 2005 (6 morti), quella di Amish nel 2006 (5 morti), la tragedia di Virginia Tech nel 2007 (32 morti), poi quella del 2011 (2 morti), la sparatoria dell’Illinois nel 2008 (5 morti), l’orrore in Ohio (3 morti) nel 2012, in California lo stesso anno (6 morti), la strage di Batman (12 morti), la sparatoria di Portland nel centro commerciale (2 morti), più recentemente il massacro alla Sandy Hook Elementary School (28 morti), ed infine pochi giorni fa la strage nella base della Marina Militare Usa “Navy Yard” alle porte di Washington, dove l’ex riservista Aaron Alexis ha ucciso dodici persone.

Come di consuetudine dopo questi avvenimenti, il maggiordomo di turno della Casa Bianca sollecita il Congresso con un discorso alla nazione volto ad approvare norme più rigorose in materia di armi da fuoco onde evitare che stragi di questo calibro, si trasformino in un periodico rituale. E ogni volta ad opporsi a tale iniziativa c’è la lobby degli armamenti (National Rifle Association) e le ferree leggi del profitto. Così anche quest’anno dopo la strage della Marina Militare Usa “Navy Yard”, Barack Obama ha abbaiato senza mordere, lavandosi le mani, vale a dire lasciando al Congresso la decisione di approvare o meno un nuovo disegno di legge, che i Signori delle armi faranno bocciare. Esattamente come successe un anno fa dopo il massacro di Sandy Hook, forse il più grave massacro di tutti i tempi se si studiano tutte le  dinamiche (dall’età del killer al numero di morti). Una scelta, quella dell’NSA, che potrebbe, un giorno, rivelarsi contro producente (effetto-boomerang) perché un popolo armato è più pericolo di un popolo disarmato.

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