Aveva ragione Peppino Impastato. La mafia è una montagna di merda. Ma lo spirito mafioso è anche un sottoprodotto culturale del vero crimine organizzato, quello economico-finanziario. Esistono di fatto due forme criminalità: una di estrazione proletaria che opera al livello locale, e una in giacca e cravatta, di estrazione borghese, che invece agisce sul piano nazionale ed internazionale. Con la prima, più becera e violenta, che serve a mascherare la seconda, più subdola e istituzionale. Per mezzo secolo cinematografia e narrativa hanno strumentalizzato – per malafede o mancanza di coraggio – la tematica.

Francis Ford Coppola, Brian De Palma, Giuseppe Tornatore e  Martin Scorzese hanno girato rispettivamente Il Padrino, Scarface, Il Camorrista e Goodfellas. In Italia invece Roberto Benigni, Michele Placido e Pif, hanno prodotto Jonny Stecchino, Romanzo Criminale e La mafia uccide solo d’estate. E non è un caso che recentemente anche Sky abbia sponsorizzato due serie televisive – Romanzo Criminale e Gomorra – che si iscrivono in continuità con questa logica denominata da Noam Chomsky come “strategia della distrazione”. 

“Chi si scandalizza è sempre banale: ma aggiungo, è anche sempre male informato”, scriveva Pier Paolo Pasolini. È la sindrome che colpisce lettori e spettatori di queste alterazioni della realtà, i quali si disgustano dinanzi a stupri, prostituzione, rapimenti, furti, omicidi, attentati, attività illecite, traffici di esseri umani, organi, droga, alcool o di armi. E che invece rimangono indifferenti di fronte a Inside Job, il docu-film che ha messo a nudo il sistema finanziario e speculativo statunitense. E’ l’Italia che ipocritamente e all’unanimità si scaglia contro Genny ‘a carogna quando sugli spalti, in tribuna d’onore, c’è il vero detentore del Potere: Matteo Renzi. E’ la stampa italiana che si nasconde dietro le parabole anti-mafiose di Roberto Saviano per evitare di parlare di tutti i recenti scandali della Repubblica: dal Monte dei Paschi di Siena all’Expo di Milano passando per il Mose di Venezia.

E poi il gansterismo è soltanto un’imitazione proletaria del banksterismo borghese. Infatti agli inizi del Novecento, ai primi gangster statunitensi che operavano nelle grandi e ricche metropoli come New York e Chicago si affiancarono quelli italiani provenienti da località estremamente povere e “arretrate” come Campania e Sicilia. 

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