Ormai ci siamo, e non c’è più da dire se è giusto o se è sbagliato, c’è solo da capire che il Governo, tra buche e ostacoli, sta cercando di infilarsi sempre di più in quei due binari, l’uno economico e l’altro politico, che aveva sin da subito, se non manifestato chiaramente – in mezzo a quel fiume in piena di parole: crescita, sviluppo, competitività – fatto crudamente capire.

Politica ed economia che il premier e i dicasteri auspicano, si risolvono infatti con altri termini, che rimbombano in tutta l’Europa e la fanno tremare: austerity, fiscal compact, spread. A queste vibrazioni c’è chi risponde amaramente, come fanno gli italiani, e chi invece, allo stremo delle forze, opta per l’iniziativa popolare: i greci. Gli spagnoli, più riflessivi, cominciano adesso ad alzare i toni, mentre pochi giorni fa il governo guidato da Ravoy ha annunciato i tagli alla spesa pubblica per 10 miliardi di Euro, da prendere sulle regioni, tra sanità ed educazione; i francesi invece sono in fibrillazione, impegnati nelle presidenziali.

Ma dove ci porta questo treno? Gli slogan dei sindacati, dei quotidiani e della rete, di movimenti e di piccoli partiti disegnano un Monti diabolico, pronto a svendere e a sacrificare l’Italia in nome dello spread e del bilancio, divenuti gli indici indiscussi di credibilità di uno Stato. Ma queste caricature ridicole di giornalisti e attivisti, opinionisti e blogger, hanno reso assordante, se non del tutto eliminato, un dialogo che invece deve mantenere la più totale lucidità.

Il Governo tecnico, che ha preso le redini a partire da novembre del 2011, ha goduto inizialmente di un grande consenso popolare, dato l’evidente dislivello formale, di competenza e serietà, che lo distingue dal suo predecessore. Ma la sfida che si è addossata sulle spalle del premier e dei ministri non è facile, e fare fronte ad una situazione politica ed amministrativa piene di falle e di buchi, che Tangentopoli e la corruzione successiva hanno lasciato, è veramente un’impresa.

Intanto il Governo promette, sul lungo termine, crescita e sviluppo ai cittadini, sebbene al costo di “tirare la cinghia”, mentre all’Ue ha promesso maggiore integrazione, accondiscendendo ai nuovi standard economici che la Comunità impone. Secondo l’Unione Europea le misure strutturali del Governo vanno nella direzione giusta, ma l’Fmi non crede affatto che si possa raggiungere per il 2013 il tanto sperato pareggio di bilancio.

La linea europeista e liberale – senza nessuna particolare accezione a questi termini – che Monti persegue, vuole che l’Italia si rimetta in riga con l’Europa, perché è fermamente convinto che la crescita, il futuro e lo sviluppo risiedano in questa direzione. La Comunità Europea infatti, dal 45′ in poi, i suoi riscontri li ha avuti, sia sul piano economico che su quello sociale: guardiamo alle trentes glorieuses francesi, o al miracolo italiano. E sebbene si possa continuare a considerare Von Rompuy, il Presidente del Consiglio Europeo – uno “straccio umido” secondo Nigel Farage, presidente dell’Ukip – e tutti gli altri commissari e parlamentari europei, come un gruppo di “usurai” e “plutocrati”, “servi delle banche”, questo non servirebbe a niente, perché sono ormai luoghi comuni che annebbiano i meccanismi e le cause, e cadono in conclusioni affrettate. Che ce ne facciamo delle conclusioni? Oggi bisogna capire, tornare a parlare di politica, dibattere, vedere i nessi, non gettare fango ovunque e lasciare che l’incomprensione generale prenda il sopravvento tra solgan e frasi fatte.

Il vero problema quindi, sono le alternative. Tra semplificazioni, liberalizzazioni, decreti e riforme – con qualche deviazione e compromesso (sull’articolo 18, per esempio) – il Governo vuole raggiungere la sua idea di crescita; ma non esistono nuove proposte, e il silenzio dei grandi partiti, stretti con Alfano, Bersani e Casini attorno al premier, acconsente patti di solidarietà per varare le nuove misure nel più breve tempo possibile.

Le parti sociali, la Cgil sopratutto, si fanno sentire – senza però proposte che guardino davvero al futuro – e criticano le pressioni fiscali che richiede il fiscal compact, parte del nuovo trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance dell’Unione economica e monetaria, firmato il 2 marzo di quest’anno. La paura è che questo si addossi sulle fasce più deboli e scoperte, fino ad aumentare le pressioni sul lavoro e sull’occupazione.

Intanto tutti attendono la revisione della spesa pubblica, la correzione della spending review, mentre il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dino Giarda, afferma che entro maggio – un po’ in ritardo – presenterà un “paper analitico con l’indicazione delle criticità”.

Il punto è che adesso non esistono e non vengono concretamente proposte alternative a questa politica che vede la crescita nell’integrazione europea, che dall’inizio del 2013, con il patto di bilancio sopra citato e le sue “regole d’oro”, sarà sempre più rigida. Giulio Sapelli, economista e docente di Storia Economica presso l’Università degli Studi di Milano, afferma che “c’è bisogno soprattutto di due cose: la revisione dei trattati di Maastricht per disegnare un’Europa diversa da quella di oggi e un nuovo intervento dello stato nell’economia, per mettere fine alle politiche di rigore degli attuali governi, che vivono sull’ossessione del debito pubblico.”

E questo problema, quest’assenza di alternative, è un problema della nostra democrazia, o della nostra non-democrazia. Viviamo oggi un paradigma storico-politico a-democratico, dove non esiste più l’opposizione, dove si lavora “insieme” – e quindi senza discussione, senza la vera sfida dialettica – per un Governo che, non legittimato dal consenso popolare, persegue i suoi fini.

Piero Calamandrei, giurista e uomo politico, diceva che “la Costituzione deve essere considerata, non come una legge morta, deve essere considerata, ed è, come un programma politico. La Costituzione contiene in sé un programma politico concordato, diventato legge, che è obbligo realizzare”. Essa è una promessa che dobbiamo mantenere, un ideale che dobbiamo raggiungere, e se è da più di sessant’anni che non lo rispettiamo, dobbiamo trovare un’alternativa capace di farci mantenere la parola data; e oggi che si sentono gli echi della Repubblica di Weimar, lasciamo perdere gli slogan che prima o poi partoriranno un altro Hitler: torniamo a parlare, torniamo alla Costituzione.