Chi si è affacciato sulle colonne digitali de L’Intellettuale Dissidente sa bene che i loro curatori detestano isteria, indignazione, vittimismo, quanto il dibattito tra fascismo e anti-fascismo. Pertanto quello che è accaduto al Salone del Libro di Torino in questi giorni attorno alla revoca dello stand di Altaforte merita di essere affrontato, per onestà intellettuale, senza prendere le parti di nessuno, ma facendo una precisa constatazione.

Siamo di fronte ad un ragazzo – Francesco Polacchi – condannato a un anno e quattro mesi, che si definisce fascista, decide di lasciare il bastone di quell’aggressione a Piazza Navona e fonda una casa editrice con una precisa linea editoriale (chi non ce l’ha del resto?) e invece di incoraggiare una svolta culturale e non violenta gli viene persino impedito di vendere libri alla fiera più importante d’Italia dagli stessi che poi si stupiscono e si indignano che esista lo squadrismo nel 2019 (nelle periferie e non). Quasi a legittimare il fatto che le botte siano meno pericolose delle idee, quasi a lasciarci intendere che in fondo questo presunto “ritorno del fascismo stradaiolo” fa comodo al romanzo salottiero di chi vuole nascondere i problemi reali del nostro Paese, incapace di intercettare, nei luoghi del conflitto, sofferenze e aspirazioni.

Dopo la circolazione delle élites, ora è il turno delle idee. Ecco che le barricate alzate da alcuni membri del comitato editoriale del Salone del Libro, sono il sintomo e la consapevolezza di un apparato culturale – invecchiato, stanco, autoreferenziale, incapace di confrontarsi con chi la pensa diversamente – di non poter più vivere di rendita, costretto, di nuovo lavorare per occupare quegli spazi che Antonio Gramsci aveva elencato teorizzando il concetto di egemonia.

L’Italia si è sempre distinta rispetto agli altri Paesi occidentali per leggerezza dello spirito, circolazione delle idee e libertà di espressione. Da noi il cosiddetto pensiero unico non si è mai istituzionalizzato perché da noi la classe dirigente non ha mai avuto un patrimonio simbolico comune, non ha frequentato le stesse scuole, non ha superato prove basate sul merito o seguito percorsi tracciabili perché tutto avviene nella dimensione informale, e grazie a Dio, contano ancora i rapporti umani prima delle ideologie. Il clima tossico, fatto di epurazioni, denunce, boicottaggi, nato intorno al Salone Internazionale del Libro di Torino sovverte la nostra specificità culturale-intellettuale. E a perdere siamo tutti.