In quella che dovrebbe essere una competizione per chi difende maggiormente l’interesse nazionale, l’opposizione (Forza Italia e Partito Democratico) sembra più una “legione straniera” che sventola le previsioni economiche di Fondo Monetario Internazionale, Ocse e Commissione Europea, auspicando il tracollo del sistema-Paese sulla pelle delle classi medie. È una strategia comunicativa fallimentare sotto tutti i punti di vista e non serve a riavvicinarsi agli elettori: il vecchio establishment si è scontrato con la realtà, sul presente, che i partiti populisti e sovranisti hanno saputo interpretare, e non su dati, rapporti e statistiche firmati da sedicenti esperti e istituti più o meno “autorevoli” proiettati sul futuro.

Le elezioni europee di maggio dunque serviranno al governo Conte come banco di prove, a quasi un anno dal suo insediamento, per comprendere se il consenso popolare è ancora vivo e quest’alleanza, pur con tutte le sue imperfezioni, che per caso o per fortuna, alimenta la sua complementarità di istanze e posizionamento sul piano nazionale (Nord e Sud) come su quello internazionale (Est e Ovest), è destinata a durare. Le intenzioni di voto parlano di una Lega “pigliatutto” e di un Movimento 5 Stelle in forte calo (con un scarto tra i due di almeno 10 punti percentuali), e qualora si rivelasse vero, e non sempre è così data la futilità dei sondaggi, cambierebbe notevolmente i rapporti di forza, andando a incidere sul perfetto equilibrio raggiunto da un contratto di governo che pone al centro i “diritti della maggioranza” seguita dal giro di nomine politiche e ministeriali che alla fine ha accontentato tutti.

La questione è piuttosto semplice. Occorre diminuire il divario tra Lega e Movimento 5 Stelle altrimenti si rischia di tornare ad una dialettica politica di retroguardia (destra/sinistra) proprio quando stiamo entrando in una fase nuova, estremamente interessante, in cui si stanno progressivamente superando le dicotomie di transizione “popolo contro élite” e “sovranismo contro globalismo”, per entrare nello scontro vero, puro, autentico, che riproduce sul terreno geopolitico, strategico ed economico: il partito degli interessi nazionali versus la legione straniera. Con una Lega troppo forte rispetto a un Movimento 5 Stelle indebolito, offrirebbe a Matteo Salvini un argomento, nonostante le sue rassicurazione sulla tenuta dell’alleanza, per staccare la spina al governo giallo-verde, con il rischio di ritrovarci nuovamente un grande centro-destra (a trazione leghista con Fratelli d’Italia e forse Forza Italia) pro-mercato, pro-atlantico, ultra-reazionario, ultra-securitario; e dall’altra parte un Movimento 5 Stelle costretto a ricollocarsi nel blocco progressista diventando sparring partner del Partito Democratico e dunque sensibile a tutte le tematiche liberal che non interessano le classi produttive del Paese.

E nonostante il valzer di alleanze parallelo, sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini, possono avere l’opportunità di rafforzarsi pur non essendo nello stesso gruppo, con la nomina di un commissario europeo italiano che conviene ad entrambi, e che allo stesso tempo accelererebbe il processo di disgregazione della legione straniera in Italia (le opposizioni), e da élites, organizzare l’occupazione del potere.