Pochi giorni fa in Grecia l’indice dei prezzi al consumo ha subito un’ulteriore diminuzione, la deflazione è al 2%; la cancelliera Merkel non ha alcuna intenzione di cambiare rotta, anzi sta promuovendo un nuovo mercantilismo: accordi bilaterali tra la Germania e i paesi mediterranei, firmati con il consenso dei nostri governanti. L’Euro-zona è una moneta senza stato, tanto meno federale e può solo in minima parte a differenza di altre aree regionali esercitare un effetto offerta sui suoi vicini di casa, se guardiamo per esempio a quanto sta accadendo in Oriente. Questo perché qualsiasi economia che punti allo sviluppo, ovvero all’ottimo livello di salari e alla piena occupazione deve poter essere completamente auto sufficiente (economia di sussistenza)

Quello occidentale e in particolar modo quello europeo è un sistema di scambio che non può basarsi sull’utilizzo del settore primario e sull’auto sufficienza economica. Il secondo passo allora dovrebbe essere alimentare il commercio, l’agricoltura attraverso la teoria della protezione dell’industria nascente, la quale è stata praticata da tutte le aree regionali nelle loro fasi iniziali di vita (si pensi agli stessi Stati Uniti). E invece neppure quello: il settore manifatturiero, dell’industria, dei lavori pubblici non solo non viene rafforzato, ma anzi svenduto, in tempi alterni certo non tutto alla volta, ma pur sempre svenduto

Il terzo stadio per sviluppare una forte area regionale è far crescere il settore terziario, delle esportazioni e dei servizi. Se un’area regionale si blocca a vari livelli durante questo percorso, ecco che si parla di sottosviluppo. Ma per costruire un’area regionale fondata sull’economia reale e non sulla finanza oltre a seguire il manuale di istruzioni appena esposto (e sembra che l’Euro-zona sia stata costruita dalla coda, non dalla testa) bisogna anche avere una visione politico-economica adeguata alla realtà

Il modello al quale l’area regionale europea ha fatto riferimento è sicuramente quello neo-classico. Su questa falsariga il fattore di vitale importanza è l’offerta. Abbiamo due soggetti capitale e lavoro ovvero il mercato. Il livellamento tra questi due fattori produttivi è dato dalla flessibilità e dalla mobilità del capitale dalle zone più ricche a quelle più povere e del lavoro dalle zone più povere a quelle più ricche  Pensiamo per esempio alle migrazioni nella nostra penisola da Sud a Nord, nel così detto “triangolo industriale” durante gli anni 70. La teoria neo-classica parte quindi dall’assunto che la rimozione dei vincoli alla mobilità del capitale e del lavoro porti ad uno sviluppo equilibrato tra le regioni. E’ il mercato.

Ma allora perché tale teoria non riesce in alcun modo a chiarire i differenziali di sviluppo regionale? Primo perché viene completamente ignorato lo spazio storico e geografico, per cui oggi il centro capitalistico può essere l’America, domani la Cina. La teoria neo-classica parte da un’astrazione e applica un’astrazione. Secondo in ogni zona del globo vi sono e vi saranno sempre spillover di conoscenza differenti da un’area ad un’altra. Terzo, il discorso della tutela dei diritti: vincoli legislativi e burocrazia anch’essi variopinti da zona a zona. Quarto e non ultimo le remunerazioni dei fattori produttivi, capitale e lavoro non sono omologabili da una regione all’altra. Se poi pensiamo a come agisce il sistema bancario ( e in Europa si sta pure pensando di fare l’Unione Bancaria!) abbiamo la così detta “ciliegina sulla torta” : predazione nelle aree “periferiche” e reinvestimento nel centro capitalistico. Nel lungo periodo gli squilibri sono assicurati.

L’analisi keynesiana differisce sin dalle premesse e per certi aspetti pone le basi per quello che sarà lo strutturalismo più radicale. Esiste un centro di attività economica e delle periferie. Il centro è detto di attrazione gravitazionale rispetto alle periferie e può far valere sia un effetto offerta sia un effetto influenza sulle aree meno sviluppate. L’equilibrio non viene raggiunto tramite l’esclusività del mercato, vale a dire equilibrio tra domanda e offerta, ma per correggere le ineguaglianze spaziali diventa necessario l’intervento dello stato. I post keynesiani mettono in evidenza la difficoltà di avere un livello di investimento sufficiente a generare una domanda effettiva in equilibrio con l’offerta esistente. Per Keynes quindi la domanda si sostiene con maggiori investimenti i quali possono attenuare gli squilibri da una regione all’altra e creare maggiore benessere. E’ chiaro quindi che la partecipazione dello stato è funzionale nel creare investimenti. Tuttavia per avere maggiori investimenti occorre anche avere maggiori risparmi ergo lo stato anche qui con una redistribuzione del reddito può premiare i risparmiatori e quindi di conseguenza gli investimenti stessi.  La conseguenza sarà sempre un aumento della spesa pubblica. Sempre