Basta leggere la prima riga del rapporto Istat per capire l’aria che tira: l’Italia è cresciuta dell’ 1,5% da inizio anno, nettamente sotto la media europea. Eppure, di questi tempi, anche un cerino umido può sembrare un faro: nello stesso paragrafo si parla prima di consolidamento dell’espansione dei livelli di attività economica e poi di elevata intensità occupazionale della ripresa in corso. Praticamente un boom. Naturalmente i toni sobri e misurati dell’Istat sono stati ripresi in maniera ugualmente discreta dai principali giornali. Del resto, se la ripresa c’è, perché tacerla? Infine, anche i governanti, appresa la notizia, hanno espresso il proprio (auto)compiacimento per i brillanti risultati raggiunti.

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Al di là del consueto mantra del fare di più (variazione sul tema del più Europa, icona della frustrazione del riformista), il contenuto del messaggio è sostanzialmente nullo. Ma se, come disse una volta un ex Presidente francese, l’autocritica non fa per gli statisti, almeno noi possiamo commentare serenamente i dati. L’Istat ci ha dato i pezzi, sta a noi restituire il quadro della realtà nella sua interezza. Innanzitutto, il primo dettaglio che salta all’occhio è il calo degli indipendenti (-71.000, -1,3%), ultimo gradino di un trend discendente che perdura da almeno otto anni. Non sorprende: le crisi da domanda sono tutte uguali. In buona sostanza, l’aumento dell’occupazione è trainata dal lavoro dipendente, nella maggior parte dei casi a termine (complessivamente: 123.000 su 149.000). Passibile di miglioramento, certo, ma, forse, un buon punto di partenza.

L’idea alla base della flessibilità del mercato del lavoro, infatti, assume che una maggiore deregolamentazione faciliti il recupero di una posizione di equilibrio sul lungo periodo, a seguito di shock esogeni che alterino la situazione iniziale. Allora, si potrebbe ritenere un buon risultato, o, perlomeno, un inizio incoraggiante. Inoltre, più avanti si può leggere: l’incremento in termini assoluti è più consistente per gli occupati a tempo pieno, e l’occupazione a tempo parziale aumenta soprattutto nella componente volontaria. Rilevante è l’aumento dell’occupazione femminile. Dopo tanta retorica, finalmente un colpo a segno a favore della parità dei sessi! Poco importa se continuano a diminuire le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,3% al 16,5%). […] i flussi dai disoccupati verso i dipendenti a tempo determinato aumentano (+0,9 punti). Almeno un inizio, un segnale c’è! Poi, lo avevano pure detto che resta ancora tanto da fare. Ne siamo sicuri?

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Legge 10 dicembre 2014, n°183. Gli effetti sono macroscopici: crollo verticale della crescita dei salari orari medi a ottobre 2016, con immediata risposta dell’inflazione (bentornato Phillips!) e diminuzione netta del potere d’acquisto reale a partire da quest’anno. C’è da meravigliarsi, poi, che i negozi falliscano? L’unico scopo delle liberalizzazioni e dell’austerità – poiché, di fatto, di austerità si tratta – è la compressione dei costi per le grandi imprese. Ma in Italia sono poche, e la contrazione della domanda sta strangolando le PMI. Della fisiologica distribuzione del reddito se ne occuparono Smith e Say più di due secoli fa. Di questi tempi, ex multis, ce l’ha ricordato Luciano Gallino. Basta questo: da gennaio 2014 il tasso di occupazione ha recuperato 2,5 punti, dopo una flessione altrettanto consistente dall’inizio della crisi. Ma i costi sociali di tale riallineamento sono sotto gli occhi di tutti.

I dati sul lavoro sono accompagnati da quelli sulla produzione industriale, usciti il giorno prima e anch’essi elogiati a dovere da chi ha governato nell’ultima legislatura.

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Anche qui ci sarebbe molto da dire: la produzione al netto della stagionalità è tenuta su dai beni strumentali (+1,6% a luglio, +5,9% dal 2016), ovviamente non per effetto della domanda interna, ma delle esportazioni. Questo ce lo dice l’Istat stesso, nel comunicato stampa sull’export: nei primi sei mesi del 2017, l’aumento tendenziale delle vendite di autoveicoli da Lazio e Piemonte, di articoli farmaceutici, chimico-medicinali dalla Lombardia contribuisce alla crescita dell’export nazionale per oltre un punto percentuale (1,3 punti), mentre l’incremento dell’export di macchine e apparecchi n.c.a. da Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia impatta sulla dinamica nazionale per quasi un punto (0,8 punti). Va da sé che si tratta perlopiù di export extra-UE, verso soprattutto Stati Uniti e Cina, favorito da un Euro debole nel primo semestre, prima della rivalutazione iniziata a giugno.

Renzi, due anni fa, insisteva che le riforme strutturali – flessibilità e deregolamentazione – indicate dalla Troika avrebbero portato l’Italia fuori dalla recessione, imputando la crisi del nostro Paese all’arretratezza tecnologica, amministrativa e culturale, basandosi su una retorica giovanilista e spregiudicata. Prima di lui, Monti era arrivato per mettere al sicuro la solidità delle finanze pubbliche e dare all’Italia una nuova veste di credibilità di fronte ai mercati. Oggi il mercato del lavoro, e l’economia in generale, versano in uno stato pietoso. Quasi tre milioni di disoccupati, altri tre milioni di scoraggiati e un’altra decina di milioni di inattivi non disposti, attualmente, a lavorare. Oltre quattro milioni e settecento mila individui sotto la soglia della povertà assoluta. Avremmo mai pensato sarebbe stata così l’Europa promessa vent’anni fa? Beh, nessuno di quelli che hanno firmato Maastricht e Amsterdam ce l’aveva detto. Signore e signori, ecco il vero populismo. E, già che ci siamo, facciamo attenzione alla demagogia renziana: non saranno Grillo e Salvini a portarci fuori dall’Euro, ma sarà il naturale operare delle forze di mercato. Quelle forze di mercato che prima la BCE e l’élite di Bruxelles hanno maldestramente tentato di inibire imponendo la deflazione di massa e che che ora stanno spingendo l’unione politica e valutaria verso l’implosione.