Esiste uno scetticismo straordinariamente diffuso riguardo alle effettive capacità della tecnocrazia di Bruxelles di gestire la complessità economica del Vecchio Continente. Da Paul Krugman al Fondo Monetario Internazionale, dai più vari ministri dell’economia e premi Nobel, sino al salumiere sotto casa, lui pure convinto – al pari di Joseph Stiglitz – che “il malessere che affligge l’UE sia in massima parte auto-inflitto, a causa di una lunga serie di pessime decisioni di materia economica”. Di fronte ad un’evidenza a tratti così lampante, viene da domandarsi allora se questa pretesa “miopia” non sia, per caso, voluta, cercata, inseguita con scientificità dai vertici dell’Unione. Vertici influenzati in massima parte dalla Germania, si sa: Paese leader della vecchia Europa, troppo grande e centrale per non cercare con ciclica sistematicità il dominio del Continente, troppo piccolo e culturalmente periferico per poter pensare di imporre all’universo mondo la propria teutonica egemonia. Se la vulgata ufficiale, infatti, dipinge un’Europa di cicale che circondano, voraci, la grande, paziente formica tedesca… scavando un po’ sotto la superficie si scopre una verità diversa e inaspettata. La Germania ha molto guadagnato dalla nascita dell’Eurozona: si pensi al salvataggio “nascosto” delle banche tedesche del 2011, attraverso il sistema Target2; si pensi ai vantaggi in termini concorrenziali ottenuti dalla stretta creditizia alle imprese dell’Europa meridionale (Italia in primis) a partire dal 2008.

Aiuti pubblici alle banche in difficoltà tra il 2008 e il 2011 in miliardi di euro. Le banche tedesche sono in pole position dopo Irlanda e Regno Unito.

Aiuti pubblici alle banche in difficoltà tra il 2008 e il 2011 in miliardi di euro. Le banche tedesche sono in pole position dopo Irlanda e Regno Unito.

Concentrandosi sul primo aspetto: prima della crisi, molte banche dei Paesi dell’Europa centrale (soprattutto Francia e Germania) erano arrivate ad accumulare una consistete esposizione nei confronti di quelle dei Paesi meridionali (Italia, Spagna, Grecia…), frutto di prestiti concessi un po’ troppo avventatamente negli anni precedenti. Col procedere e l’incattivirsi della crisi economica poi, però, intorno al 2011, gli istituti creditori iniziarono a domandare indietro i propri soldi e questo non fece che aggravare la situazione – si capisce – perché le già traballanti banche italiane e greche non potevano assolutamente onorare i propri debiti. Ora, la questione si pone in questi termini: quando una banca tedesca domanda ad una banca italiana di essere rimborsata, vuole che questo avvenga attraverso un accredito presso la Bundesbank (BuBa). La banca privata italiana, di conseguenza, deve chiedere alla Banca d’Italia di addebitarla in conto e di accreditare, conseguentemente, la BuBa. Solo che Bankitalia, non potendo stampare denaro, per procurarselo è costretta a rivolgersi al sistema Target2, che regola appunto le transazioni tra le varie banche centrali dell’eurozona. La conseguenza di tutto questo farraginoso procedimento è stata che le banche centrali dei Paesi creditori hanno finanziato per circa 500 miliardi di euro – attraverso Target2 – le banche centrali dei Paesi periferici (debitori) per permettere loro pagare i propri debiti. Ovviamente non si è trattato in alcun modo di filantropia: se le banche italiane e greche non avessero pagato, i sistemi bancari tedesco e francese sarebbero collassati con effetti devastanti per i rispettivi Paesi in primis.

I saldi Target2 in miliardi di euro aggiornati allo scorso aprile. In assenza di squilibri macroeconomici maggiori, i saldi dovrebbero tendere alla parità. Non è il caso dell'Eurozona, dove la Germania "vanta" un surplus che si è mostruosamente accresciuto a partire dalla crisi del 2008.

I saldi Target2 in miliardi di euro aggiornati allo scorso aprile. In assenza di squilibri macroeconomici maggiori, i saldi dovrebbero tendere alla parità. Non è il caso dell’Eurozona, dove la Germania “vanta” un surplus nei confronti dell’Eurozona, prevalentemente i paesi periferici, che si è mostruosamente accresciuto a partire dalla crisi del 2008.

Come ebbe modo di scrivere l’economista e banchiere, Antonio Foglia, a riguardo:

In questo processo, il settore privato tedesco si è disfatto di molti crediti dubbi […]. Ecco quindi come il sistema bancario tedesco è stato di fatto salvato, mutualizzando i suoi crediti dubbi verso la periferia, a spese di tutti i Paesi dell’eurozona.

La riprova più evidente sta nei numeri, riportati da T. Fazi e G. Iodice nel loro lavoro La Battaglia Contro l’Europa:

[…] mentre l’esposizione verso la periferia dell’eurozona del sistema bancario tedesco è scesa da oltre 900 miliardi di euro nel 2008 a 380 miliardi circa, il saldo creditore della Bundesbank su Target2 è esploso e, a inizio 2016, si collocava a oltre 580 miliardi.

Concentrandosi sul secondo aspetto: la Germania è nazione esportatrice per scelta ideologica ancor prima che per vocazione e sulle esportazioni fonda il proprio modello economico-commerciale. Circa metà del Pil tedesco dipende dalle merci scambiate col resto del mondo e questo, in una congiuntura internazionale in cui emerge netto un calo della domanda di beni, genera determinate aspettative da soddisfare. Nascono così ragionamenti personalistici che vanno a intralciare la serafica ineffabilità del percorso d’integrazione europea e che rendono, in certi ambienti, perfettamente auspicabile un indebolimento dei sistemi industriale e bancario di Paesi come l’Italia.

Evoluzione delle esportazioni in percentuale del PIL di Italia e Germania (Fonte: OECD)

Evoluzione delle esportazioni in percentuale del PIL di Italia e Germania (Fonte: OECD)

L’austerità e la stretta creditizia che affossa una ripresa economica da tempo attesa ma mai veramente concretizzatasi sono figlie dunque non di una forma di miopia intellettuale, ma – al contrario – da una scelta strategica ben precisa. Le percentuali di merci tedesche assorbite dai Paesi comunitari sono in calo costante dal 2007 e l’export tedesco si concentra ormai in prevalenza verso i mercati cinese, statunitense, indiano. Lungi dal rappresentare un problema, l’indebolimento delle economie dei Paesi europei rappresenta dunque occasione di crescita e affermazione globale per l’industria e la finanza tedesche. Tu chiamalo, se vuoi, imperialismo.