A mettere il naso nella polvere di librerie dell’usato si ha sempre di che rimanere stupefatti, innanzitutto per quell’aria pesante ed umida, quasi fosse anch’essa un po’ di carta, la vera droga di un bibliofilo. La seconda motivazione è ciò che ,all’interno di quella grotta in cellulosa, si può trovare. Ad esempio, nel settore “economia horror”, c’è la possibilità di incappare in un libello di poche pagine ma dal titolo particolarmente spaventoso: “Euro sì”, che addirittura prosegue: “Morire per Maastricht”. Insomma, un Lettiano “o euro o morte!”. L’anno di stampa è il 1997, e siamo in pieno dibattito sull’unione monetaria. Dibattito in verità perfettamente inutile, visto che già allora l’adozione dell’euro era data per certa e definitiva.

Analizziamo, quindi, le erratissime tesi dell’ex premier. Prima di tutto una sua ammissione indiretta (parlando a proposito delle tappe europee negli anni Cinquanta): «l’Italia e l’Europa di mezzo secolo fa non aveva ancora sperimentato l’importanza dell’economia e della sua crescente predominanza sulla politica». Una predominanza che ad oggi più che sperimentare subiamo, essendo questo il principale errore della UE, alla quale si è voluta dare una moneta prima ancora di una (irraggiungibile) politica comune. Ma si sa, una svista capita a tutti, magari poi si corregge.

Invece il Letta nipote passerà poi ad esaltare le gioie degli ormai famigerati parametri di Maastricht, “necessari” per garantire una “stabilità” (un termine curioso, atto a qualsiasi bisogna e quindi dal significato inesistente) tra i Paesi aderenti, per un quadro -se non uniforme- quantomeno “omogeneo”. Sarà sui pilastri di quei parametri che verranno costruiti “i complessi residenziali” dei trattati capestro dell’Unione Europea (i più volte citati E.R.F., M.E.S, patto di stabilità ecc). Un palazzo in particolare però attira la nostra attenzione. Eh sì, perché sempre nel solito libello si trova una metafora “interessante”. Un’unione economica e monetaria –dice Letta– ottiene gli stessi benefici che avrebbero diverse persone “che decidono di costruire una casa in cooperativa”, ma attenzione: “accanto ai vantaggi economici (la casa costa di meno e vale di più) devono tenere conto del rischio dei compagni di viaggio. L’intera operazione va a buon fine se tutti i componenti sono affidabili economicamente e se si comportano in modo corretto”. Che metafora! Che patos letterario! Come non pensarci, è vero! Già, ma la ditta di costruzione chi la contatta? Chi la dirige? Come viene pagata? E le regole di questa affidabile e meravigliosa comproprietà quali sarebbero? Ah già…Maastricht. E allora guardiamo come si presenta davvero questo stabile “comunitario”.

Gli appartamenti sono di differente grandezza (e questo avviene in qualsiasi –vero- palazzo). Ognuno ovviamente compra l’appartamento che si può permettere. La Germania avrà il superattico, la Grecia uno scantinato piccolo e buio. La regola per la ripartizione delle spese condominiali prevede che si dividano sulla base dei millesimi di proprietà di ciascuno, ossia: più grande è l’appartamento maggiori sono le spese. Ma nella UE è l’esatto contrario. Accade infatti che quelli con la proprietà più minuta sono quelli con meno possibilità economiche (per quanto la grandezza di una proprietà non è sempre direttamente proporzionale alle disponibilità effettive), e paradossalmente quelle che pagan di più. Le spese per alcuni si fanno allora eccessive. “Traslochiamo” diranno. Ma non si può! Il contratto di acquisto è blindatissimo. Ad ogni modo gli inquilini agiati non lo permettono, perché il riscaldamento pagato –caro– dai piani bassi scalda ben bene quelli alti (l’aria calda sale…), permettendo a quest’ultimi di risparmiare e quindi guadagnare. Con gesto caritatevole però si offriranno di aiutare i piani bassi “alleggerendoli” dei mobili migliori: “così avrete più spazio e potrete gestire le vostre risorse al meglio” dicono i furbacchioni nordici.  Ma attenzione, perché il mobile non lo compreranno mica! Eh no! Si faranno pagare per portarlo via, e lo stesso varrà per le spese di trasloco. In tutto ciò ovviamente coi condomini dei piani bassi che dovranno pure ringraziare i magnanimi vicini. In quello scantinato però l’inverno sarà lungo e freddo, i debiti immensi e i mobili quasi finiti. Come faranno i coniugi greci? “Chiediamo un prestito ai Crucchi”, e i biondi del quinto piano acconsentiranno, ma a modo loro. Andranno a bussare alla porta di tutti i condomini, entreranno in casa sgarbatamente (spesso senza permesso) e prenderanno soldi e ori a tutti, per portarli agli elleni. “Ecco i nostri soldi”, faranno gli alamanni. “Ma non son mica tutti vostri” verrà loro risposto. “No, caro vicino d’Atene, però gli interessi li darai tutti a me lo stesso!”.

E con la metafora si potrebbe continuare a lungo, ma il concetto è chiaro. In questa unione di comunitario c’è poco e niente. E’ una guerra di logoramento, è la dura legge del più forte. E non può funzionare. Ma ciò che più preoccupa è che sebbene dati e fatti dimostrino l’insensatezza di una Europa così concepita, i muratori di quel palazzo (Letta compreso) continuano ad esaltarne (dal ’97 e molto prima) la perfezione architettonica, la solida struttura. Di più! Continuano a metterci mano per consentire ai cattivi vicini di questa casa pericolante di stringere sempre di più il capestro intorno al nostro collo, e a quello di altre nazioni d’Europa.