E’ arrivato il momento dopo anni e anni di deindustrializzazione di provare a porre le basi per una nuova forma più umana di capitalismo, nella quale la politica industriale e la social market economy ricomincino a giocare un ruolo attivo. Eccezion fatta per l’euro e la conseguente convergenza finanziaria da esso prodotto, è bene chiarire che la storia e le idee sviluppatesi nel nostro continente si caratterizzano come un volto in parte relativo e “altro” rispetto a quelle che sono state le progettualità economiche sia negli Stati Uniti, ma anche con le ultime semi-conversioni della Cina al fordismo. L’Europa, almeno quella continentale, si appoggia su una visione sviluppatasi nell’arco dello scorso secolo differente da tutti i casi appena accennati. Che ci piaccia o no per capire l’avvenire -come dovrebbe essere, non come necessariamente sarà- bisogna comprendere il passato, il nostro passato. Non quello degli altri. Ed è necessario prima di tutto fare chiarezza. A livello programmatico, diremmo noi “ideale” negli stessi Trattati europei si parla di politica industriale. Per la verità lo stesso concetto di sussidiarietà  si lega benissimo al proposito di partire dal basso, di decentralizzare ciò che è possibile decentralizzare, di favorire le realtà periferiche in modo da combattere le inefficienze e gli sprechi di un centralismo che già nel secolo scorso, ben prima che subentrassero le due Guerre Mondiali che sconvolsero l’Europa e il mondo aveva mostrato i suoi limiti

Non a caso buona parte delle carte costituzionali che si vennero a delineare  a partire dal 1945, si pongono come obiettivo una nuova fase, si direbbe un nuovo contratto sociale tra Stato e cittadini che potessero creare quelle prosperità che indiscutibilmente si ebbero nei  Trente Glorieuses. A promuovere come fondamento costituzionale l’economia sociale di mercato fu Adenauer,Cancelliere della Repubblica Federale tedesca tra il 1949 e il 1963 nel paese più martoriato, dopo la sconfitta del nazionalsocialismo. Fu un modello vincente che ha per buona parte ancora oggi conservato i suoi effetti in Germania. La ripresa dei diritti sociali avvenne sotto la spinta di una nuova fase per l’Europa, dopo i totalitarismi. Incluse la Francia e l’Italia stessa, attraverso quel documento programmatico di politica economica -il Codice di Camaldoli- che esponenti della Democrazia Cristiana stesero nel 1943, in una delle fasi più difficili per l’Italia durante il secondo conflitto mondiale.

L’attuale agenda economica un po’ per via della moneta unica, ma specialmente a causa della globalizzazione sembrerebbe volgere da un’altra parte. Siamo nell’epoca della vendita di asset che alimenterebbero l’enorme debito pubblico italiano e non sarà certo il caso Pirelli di questi giorni a porre fine a questa non-strategia. Diventa allora importante la riproposizione di una politica industriale matura all’interno di un sistema concorrenziale che possa facilitare un nuovo sviluppo. E lo sviluppo passa da qui, perché bisogna uscire definitivamente dalla più grande crisi economica che ha attraversato l’occidente dal dopoguerra. Altrimenti la morte sarà assicurata e avverrà tramite una lenta, lentissima isteresi la quale non produrrà altro che stagnazione. Ecco il Presidente del Consiglio se vuole potrebbe ripartire da qui: anziché innominati scelti dai segretari di partito, anziché il falso superamento del bicameralismo perfetto, faccia inserire nella Costituzione la politica industriale per una gestione prima di tutto sana ed efficiente dello Stato. E se a chiederlo questa volta non sarà “l’Europa”, noi comunque non ci offenderemo