Si è molto parlato, anche su questo giornale, del decreto legge, varato dal Governo a metà gennaio, che mira a trasformare le dieci maggiori banche popolari in società per azioni. Si è già discusso di come tale provvedimento voglia essere una riforma non nominale bensì sostanziale del credito popolare, passante per l’abolizione del voto capitario, giudicato quale obsolescenza da antiquariato. D’altronde, come si riferisce dal Palazzo, è tempo che le banche territoriali si adattino agli ineluttabili processi innescati dalla globalizzazione dei mercati, aprendosi alle grandi sfide internazionali. Che il voto capitario sia un elemento alieno ed estraneo all’attuale sistema finanziario, dove ogni ginocchio è tenuto a piegarsi al passaggio del grande Capitale, è effettivamente vero. Pensare che i fondi di investimento stranieri, accasatisi in misura sempre maggiore presso le Popolari, si accontentino di contare quanto l’ultimo piccolo imprenditore della Brianza sarebbe di un’ingenuità imperdonabile. Ma che in questa vicenda vi sia un elemento di inevitabilità e di ineluttabilità rimane discutibile. Affermare il contrario, chiudendosi in un determinismo spicciolo e interessato, equivale a negare la libertà politica, oltre che quella economica, nonché le conseguenti responsabilità.

La riforma delle Popolari, infatti, va ben oltre la decisione di eliminare un principio ultracentenario, ovvero il voto capitario, ma è l’ennesima espressione di una concezione del sistema economico ben precisa: una visione teorizzata, istituzionalizzata e, perciò, sempre più passivamente e inconsciamente accettata, che valuta l’efficienza e la competitività più della libertà economica che pretende di rappresentare. Una visione che potrebbe riassumersi pressappoco così: il grande, per quanto alienante e anonimizzante, è più efficiente e, pertanto, il piccolo, anche se più umano, deve morire. È inutile negarlo. La riforma delle Popolari, che sic stantibus rebus finirà per travolgere anche le BCC (banche di credito cooperativo), risponde al tentativo da parte delle istituzioni europee (e non) di adattare l’Italia, paese ostinatamente banco-centrico, al mercato-centrismo del modello anglosassone. Rientra nelle politiche europee, infatti, la volontà di far passare il credito alle imprese non più attraverso le banche ma attraverso i mercati finanziari per mezzo dell’emissione di bond e/o azioni. Coerentemente, l’European Banking Authority (EBA), nei recenti stress test, ha paradossalmente penalizzato il credito all’economia reale valutandolo più rischioso del trading finanziario (vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-10-26/il-paradosso-banche-tedesche-hanno-piu-derivati-che-crediti-ma-vengono-promosse-155132.shtml?uuid=ABtnEz6B). In altre parole, secondi i parametri dell’EBA, sulla scia dell’accordo sulla regolamentazione bancaria internazionale di Basilea III, un prestito alle imprese necessita di un accantonamento di capitale maggiore che nel caso di una compravendita di prodotti derivati.

Ora, è chiaro che se per una corporation risulta relativamente facile ottenere finanziamenti sul mercato, lo stesso non vale per una Pmi. L’investitore finanzia, in teoria, quel che conosce: è più facile che trovi informazioni disponibili su Fiat Chrysler o sulla piccola impresa veneta? A questa domanda retorica risponde il sistema del credito popolare-cooperativo che, operando sul territorio, può permettersi di investire nell’imprenditoria locale proprio perché, a differenza dell’attore di mercato o della grande banca commerciale, la conosce direttamente. Ma se anche le popolari debbono aprirsi ai mercati internazionali e slegarsi di conseguenza dal territorio, alla bistrattata pmi – altra domanda retorica – che alternativa rimane? Una tale impostazione equivale a mettere il grande capitale nelle condizioni di divorare il più piccolo, allargando così la massa salariata che è l’antitesi della libertà economica, intesa non come potere d’acquisto ma come possibilità di imprenditoria diffusa su piccola-media scala. Se la tendenza non sarà invertita, a prevalere sarà il modello produttivo Walmart, la multinazionale statunitense con oltre due milioni di dipendenti. La lex oeconomica è ferrea: il grande tende ad essere più efficiente perché gode delle economie di scala che sono il principio della standardizzazione, a sua volta fondamento del consumo di massa, a sua volta logica dell’attuale economia globalizzata. Tuttavia, per quanto ferrea, tale legge non si materializza ineluttabilmente. Abbiamo scelto di essere performanti piuttosto che liberi. Il deserto si espande rapidamente, ma è bene ricordarsi che le oasi esistono e possono essere difese.