I mercati finanziari non ascoltano nessuno, o quasi. La settimana borsistica appena conclusa ha evidenziato come, da New York a Tokyo, le banche centrali siano in grado di addomesticare il mood degli investitori che continuano a giocare con la volatilità nel Vecchio Continente e a fomentare la corsa del Toro di Wall Street. Milano chiude a -0.99% l’ennesima settimana contrastata, appesantita dalle prospettive sulla – inesistente- ripresa ma rincuorata dalle solite parole del solito Draghi. La Bce si è detta pronta ad utilizzare ulteriori strumenti non convenzionali qualora necessario (se non ora, quando?) e rinforzare il suo programma d’acquisti di covered bonds e crediti cartolarizzati per riportare il suo bilancio ai livelli del 2012. Il rigorista tedesco Weidemann si è comunque affrettato a precisare che una tale espansione monetaria rimane un’ipotesi e non propriamente un obiettivo.
Insomma, all’Eurotower si perpetua la sterile battaglia tra falchi e colombe mentre l’economia europea ristagna e le borse, dopo l’usuale reazione positiva, chiudono in negativo (Dax di Francoforte -0.91, Ibex di Madrid -1.32, Cac 40 di Parigi -0.89). A Milano continua il momento difficile per il comparto bancario (male le big: Unicredit -3.32%, Intesa -1.51%, Ubi -1.72%) che continua ad affondare il listino, non compensato dal settore industriale e manifatturiero che fa comunque parlar di sé per il tonfo del 5% di Moncler nella giornata di lunedì. Gli investitori, infatti, si sono lasciati impietosire dal servizio domenicale di Report sulle “brutali” tecniche di spennamento delle oche: miseria della finanza (e non solo) che si scandalizza per dei pennuti ma che, speculando, mette in ginocchio interi paesi. Vittima di fortissime speculazioni continua ad essere, ad esempio, il rublo che, da gennaio, ha perso un quarto del sul valore. Questa settimana il tasso di cambio verso l’euro ha superato per la prima volta la soglia di 60 rubli. Da Mosca arriva l’indiscrezione secondo la quale la banca centrale ridurrà i suoi interventi sul mercato monetario volti ad evitare la caduta del rublo (solo ad ottobre sono stati spesi trenta miliardi), cedendo quindi alle pressioni speculative: epilogo di una guerra “non violenta”.
Il Nikkei di Tokyo chiude la settimana ancora in rialzo, galvanizzato dalle parole del banchiere centrale Kuroda, il quale ha annunciato che la Bank of Japan farà  di tutto pur di far ritornare l’inflazione al 2% nel futuro prossimo. Una dichiarazione rievocante il “whatever it takes” di memoria draghiana che, combinato allo yen debole, ha spinto i listini in chiusura ad un agevole +0.52%. Se lo yen è debole, il dollaro è sempre più forte, nonostante proprio in questi giorni Uruguay e Brasile abbiano deciso di rinunciare alla denominazione in dollari per i loro scambi commerciali, in un tentativo di affrancarsi dalla politica yankee. La forza del biglietto verde si accompagna alla continua espansione di Wall Street (chiusura, tuttavia, contrastata tra Dow Jones e Nasdaq), affatto spaventata dallo scenario politico che si apre in seguito alle elezioni del mid-term. La maggioranza repubblicana, considerata tradizionalmente favorevole alle attività finanziarie, non può che essere ben accolta dall’enclave finanziaria. Dal canto suo Janet Yellen, governatore della Fed, continua a mantenere un atteggiamento da “colomba”, garantendo pieno sostegno all’economia reale da parte della politica monetaria. La disoccupazione è ai minimi dal 2008, Wall Street tocca i record storici, la Fed fa il suo lavoro: a parte la disfatta di Obama, niente di nuovo il fronte statunitense.