Il nazionalista, il visionario, l’imbonitore, megafono della borghesia industriale, il plagiario. In vita Friedrich List riuscì ad attirarsi le critiche feroci sia dei cosmopoliti, come lui chiamava i seguaci dell’impianto teorico classico, che dei socialisti, fra tutti l’editore del Rheinische Zeitung, Karl Marx. Siamo nella prima metà dell’Ottocento e List è uno dei principali intellettuali tedeschi. La sua opera più famosa, Das nationale System der politischen Ökonomie, pubblicata nel 1841, è il frutto di studi, esperienze, battaglie lunghe più di vent’anni e sarà destinata a influenzare l’élite di paesi allora inesistenti nel panorama economico internazionale. Annotava il Nostro:

[…] Sono infatti passati ormai più di ventitré anni da quando mi nacquero i primi dubbi sull’esattezza della teoria più accreditata nel campo dell’economia politica e da quando mi sto sforzando di individuarne i difetti e la loro causa. Sarei veramente da compiangere se alla fine si dovesse concludere che in tutto questo tempo non ho inseguito altro che chimere, poiché né una sopravvalutazione delle mie forze, né una esagerata ambizione mi hanno indotto a pormi una meta così alta e a perseguirla con tanta costanza.

Friedrich List

Friedrich List (1789-1846)

La sua opera e la sua vita s’inseriscono nella tradizione del cosiddetto cameralismo tedesco; egli non fu esclusivamente un accademico, anzi, benché avesse avuto diversi ruoli e cattedre, ebbe una vita decisamente movimentata. Fu giornalista, professore universitario, funzionario pubblico, imprenditore, diplomatico, console, carcerato ed emigrato. Vero e proprio militante, dal suo impegno costante per la Zollverein, l’unione doganale tedesca creata nel 1834, al ruolo determinante nella costruzione delle prime ferrovie che aveva studiato da emigrato negli Stati Uniti e che vedeva come centrali per lo sviluppo nazionale presente e futuro, e infine la stesura dell’opera menzionata. Ed è proprio ne Il sistema nazionale di economia politica che raccoglie tutti gli sforzi intellettuali di una vita. La suddivisione del libro in quattro parti, la Storia, la Teoria, i Sistemi e la Politica, rende nostalgici chiunque, dotato di spirito critico, abbia avuto a che fare con un moderno libro di macroeconomia in uso nelle università, in cui la sola presente, la teoria, non merita neanche la maiuscola. Solo questa suddivisione rimanda a un modo di fare economia ormai deceduto, eppure List si limita a riprendere il metodo (ma non necessariamente la teoria) dei suoi predecessori.

Mi accorsi che la teoria, guardando all’umanità e all’individuo, aveva dimenticato la nazione. […] In breve: trovai la differenza tra l’economia cosmopolitica e l’economia politica.

La critica era netta: l’economia classica ha creato una teoria apparentemente universale, volta ad analizzare l’economia dal punto di vista dell’individuo e dell’umanità, rimanendo miope di fronte alle peculiarità di quell’entità sociale e storica che si staglia tra i due livelli, la nazione. Per List il problema non è che gli autori classici, da Smith a Sismondi e Say non ne abbiano considerato l’esistenza (Smith intitola il suo capolavoro La ricchezza delle nazioni), ma che non abbiano costruito una teoria coerente con essa, quello che lui chiama economia politica, in opposizione all’economia cosmopolitica fondata su una teorizzazione della libertà di commercio del tutto cucita sulla situazione inglese. La prima parte, infatti, ripercorre la storia economica dei principali Stati europei. Fermamente convinto che il commercio internazionale fosse il terreno su cui si giocassero i destini del benessere e della civiltà dei popoli, List, da studioso pragmatico, vedeva nei dazi e nelle tariffe una delle principali chiavi di lettura che spiegassero ascesa e declino dei paesi europei. Ma egli non era il protezionista acritico successivamente descritto dai detrattori, era ben conscio, a differenza di alcuni autori mercantilisti, che contassero tempo e contesto, sapeva che in quel momento storico le industrie tedesche potevano fiorire solo al riparo dalla competizione estera, inglese in particolare.

27 settembre 1925. Apre la Stockton & Darlington Railway la prima ferrovia pubblica al mondo. Siamo in piena rivoluzione industriale.

27 settembre 1825. Apre la Stockton & Darlington Railway la prima ferrovia pubblica al mondo. Siamo in piena rivoluzione industriale.

Il suo impegno per l’istituzione della Zollverein s’inscrive in una logica coerente con un laissez faire, with the non-sense left out come ebbe a scrivere Schumpeter, e in questo caso il libero mercato avrebbe giovato all’interno dell’unione doganale, mentre il libero commercio con l’estero sarebbe stato deleterio per via del ritardo tecnologico nazionale. Sebbene diversi degli argomenti difesi da List facciano parte di una tradizione più antica, esistono alcuni elementi di novità, quantomeno nel modo in cui vengono accentuati e rimarcati. Il ruolo della conoscenza e dell’istruzione tramite la critica della distinzione smithiana tra lavori produttivi e improduttivi, di fatto una sciocca differenza tra lavoro manuale e intellettuale. La moderna knowledge economics è già realtà nella mente di List che si domanda retoricamente come sia possibile che le moderne nazioni siano più ricche delle precedenti se non grazie all’accumulazione di scoperte, invenzioni, miglioramenti, studi, tutte opera dell’ingegno delle generazioni precedenti.

Londra, XIX secolo.

Londra, XIX secolo.

Nota List:

Secondo la scuola smithiana, chi alleva maiali è un membro produttivo della società, chi invece educa gli uomini non lo è. Chi fabbrica delle cornamuse è un produttore, i più grandi virtuosi invece non lo sono, perché ciò che essi suonano non può essere portato al mercato. Il medico che salva i suoi malati non fa parte della classe produttiva, mentre ne fa parte il commesso della farmacia, anche se i valori di scambio, cioè le pillole egli confeziona, esistono materialmente solo per pochi minuti prima di essere consumate. Newton, Watt, Keplero non sono produttivi quanto un asino, un cavallo o un bue soggiogato da un carro, lavoratori questi che McCulloch ha recentemente incluso fra i membri produttivi della società umana.

Non è un caso che Smith, come nota Blaug (1985), non citi nessuna particolare invenzione dell’epoca, e che fosse in un certo qual senso inconsapevole del fatto che egli stesse scrivendo durante quella che i posteri chiameranno rivoluzione industriale. Lo sviluppo dell’industria nazionale, l’obiettivo di una vita, non doveva essere in contraddizione con lo sviluppo del settore primario e terziario, anzi, secondo l’economista tedesco solo un’industria competitiva avrebbe permesso la creazione di sinergie col settore agricolo, il quale avrebbe beneficiato dello sviluppo della tecnologia, dei trasporti e dei commerci, creando le condizioni per un aumento delle rendite, dei profitti e dei salari dei lavoratori agricoli. Quella di List era una visione d’insieme, in cui singoli elementi partecipano al funzionamento dell’organismo. Erano i tempi in cui gli studiosi delle scienze sociali abbondavano di metafore rubate alla biologia, privi di quell’invidia per la fisica e le scienze dure che caratterizza il paradigma attuale. È una retorica romantica, idealista, su questo ha ragione il suo avversario Karl Marx. Ciò non toglie che List sviluppa un’analisi che cerca di indagare le radici storiche, geografiche e politiche della ricchezza. Era certo che l’economia politica si dovesse basare su Filosofia, Politica e Storia, ben lontano dalle ossessioni per il modello universale degli attuali economisti. L’ottica smithiana del consumatore combaciava, in quel periodo storico, con l’ottica del produttore inglese e dunque andava decostruita la sua apparente neutralità.

Adam Smith

Adam Smith

Diversi autori hanno sottolineato l’influenza dei protezionisti americani nel pensiero listiano. Emigrato negli Stati Uniti tra il 1825 e il 1830, ebbe modo di venire in contatto con gli scritti di Alexander Hamilton, padre della infant industry theory e Daniel Raymond. Il sistema da lui teorizzato però, non era una semplice traduzione delle teorie americane, lo strumento delle misure protettive rappresenta semmai un elemento che da solo non sarebbe in grado di stimolare realmente il potenziale produttivo nazionale. Per quanto riguardava invece le risorse naturali, List era infatti un liberoscambista. Basandosi sull’esempio della produzione vinicola francese sottolineava che le restrizioni al commercio tra Francia e Germania avrebbero solo compromesso le esportazioni e le ritorsioni tedesche avrebbero portato un danno due o tre volte superiore alla produzione. Era in atto una feroce lotta tra la vecchia aristocrazia terriera e la nascente borghesia industriale, ed egli aveva scelto da che parte stare già da tempo. Egli fu in definitiva un vero cosmopolita. Per nulla chiuso alle influenze esterne, esule negli Stati Uniti per anni, aveva capito che un cosmopolitismo di maniera avrebbe portato a maggiori asimmetrie tra paesi, fu di fatto un sostenitore dell’autodeterminazione dei popoli, nei limiti culturali del periodo in cui scriveva. Un nazionalista affascinato dalla storia del mondo, un cosmopolita innamorato del proprio paese. Nell’era in cui il protezionismo e le restrizioni ai flussi di persone in Occidente sono diventati innominabili, la rilettura di List, della sua vita e del suo pensiero, ci suggeriscono quanto vecchio sia il dibattito e quanto pericolose siano le apparenti saggezze dell’attuale senso comune. Come ci ricordava pochi anni fa Istvan Hont, il discorso sulla globalizzazione della fine del ventesimo secolo e dei giorni nostri manca di novità concettuale, ripetiamo le stesse idee di chi ci ha preceduto, anche se la maggior parte di noi non le ha mai conosciute ma sgomita per salire sul carro dell’alternativa. Un carretto sghembo a dire il vero.

Volo di mongolfiera, fine '700.

Volo di mongolfiera, simbolo del progresso e del superamento delle frontiere, in Inghilterra alla fine del secolo XVIII.

 

Sono passati centosettant’anni e List non è più niente di tutto ciò, non è un imbonitore né un visionario, non è più neanche così nazionalista, né viene odiato dai marxisti che gli preferiscono ormai qualche nome del parterre liberista o presunto tale, semplicemente non appare. Se di mano invisibile smithiana hanno sentito parlare tutti, come delle proverbiali buche keynesiane e dei manifesti socialisti, non c’è traccia di sue citazioni nel dibattito contemporaneo. Una risposta a questo dilemma può essere che l’ideologia nazionalista abbia per certi versi sofferto del discredito inesorabilmente seguito all’esperienza fascista e nazionalsocialista. Sebbene la distanza fra i modelli e le aspirazioni sia evidente, è noto che la propaganda non guardi alle sottigliezze, figuriamoci alle enormità. Un altro motivo può essere dato dal fatto che l’influenza forte del pensiero listiano si sia avuta in particolare nell’Est asiatico, in Cina, Giappone, Corea del Sud e India, e in parte nei paesi latino-americani tramite i dependentistas, mentre nei paesi anglosassoni e nel continente europeo in ambito accademico è la teoria neoclassica che domina i programmi, e la storia del pensiero è stata degradata a mero antiquariato (Blaug 2001). La stessa difficoltà a incanalare il suo pensiero in una semplicistica dicotomia destra-sinistra è un altro dei motivi per il quale gli scritti di List sono materiale attualmente scomodo da maneggiare. Poco male, l’élite è sempre stata listiana, dopo tutto, e quello conta per capire il suo pensiero. Depresso e in difficoltà finanziarie, morirà suicida il 30 Novembre 1846.