Si parte: dal 6 luglio sono entrati in vigore i dazi al 25% sulle esportazioni cinesi in America, per un valore totale di 34 miliardi di dollari. Precedentemente, il primo giugno, erano scattati anche quelli sull’acciaio (25%) e l’alluminio (10%) dall’Unione Europea, il Messico e il Canada. Il Presidente Trump ha così mantenuto quanto promesso in campagna elettorale: tamponare il deficit commerciale per contenere il processo di delocalizzazione industriale e, quindi, proteggere la qualità dell’occupazione nei settori che maggiormente soffrono la concorrenza estera. Storicamente, gli Stati Uniti non hanno mai esitato ad adoperare dazi per migliorare le proprie ragioni di scambio. Dagli anni ’70 in poi, però, durante tutta l’Era Reagan e anche dopo, si sono completamente allineati al liberoscambismo internazionale. L’attuale Amministrazione si trova dunque a interrompere una tendenza consolidatasi da più di quarant’anni.

Tariffe medie negli Stati Uniti - Fonte: Carter et al. (2006)

Tariffe medie negli Stati Uniti – Fonte: Carter et al. (2006)

La situazione è semplice: gli Stati Uniti sono in continuo disavanzo di bilancia dei beni e servizi sin dal lontano 1976. Sono esattamente quarantadue anni consecutivi che gli Americani sono importatori netti. Ovviamente, la data d’inizio di questo saldo negativo strutturale non è casuale: con la fine del sistema di Bretton Woods e la liberalizzazione internazionale dei movimenti di capitale fu possibile iniziare a finanziare il fabbisogno estero con i risparmi del resto del mondo. Gli Stati Uniti abolirono ogni controllo sui flussi transfrontalieri di capitale nel 1974; Canada, Germania e Svizzera nel 1973; Regno Unito e Giappone nel 1979; Italia e Francia nel 1990, durante l’adesione allo SME con banda di oscillazione ristretta del ±2,25%. Il fatto che il Dollaro sia la divisa di riferimento globale – ad oggi il 65% delle riserve ufficiali mondiali sono composte da tale valuta – ha determinato una continua domanda da parte degli altri paesi di attività denominate in Dollari. Questo privilège exorbitant, come l’ha definito qualcuno, non è privo di costi: il cospicuo afflusso di risparmio estero è stato tra le concause della sovrafinanziarizzazione dell’economia. Inoltre, il tasso di cambio strutturalmente sopravvalutato ha sempre scoraggiato l’impresa manifatturiera, rendendo i beni importati più convenienti. A fronte della deindustrializzazione nel settore minerario e meccanico sono stati creati nuovi posti di lavoro nei servizi, a basso valore aggiunto e bassissima remunerazione.

Sulla base di queste premesse è dunque comprensibile la politica commerciale dell’attuale Presidente degli Stati Uniti. In particolare, Donald Trump sembra molto preoccupato riguardo al disavanzo commerciale verso la Cina, tanto da essere arrivato una volta a definirlo il più grande furto nella storia del mondo. Effettivamente, le importazioni nette degli Stati Uniti dalla Cina sono aumentate in modo rilevante nell’ultimo ventennio: sia in termini assoluti (82 miliardi di Dollari nel 2000, 336 miliardi nel 2017) sia in rapporto alle importazioni nette totali (dal 22% al 61%). Le esportazioni della Repubblica Popolare Cinese in America sono composte per quasi due terzi (64%) da macchinari, attrezzature elettroniche, pezzi di ricambio industriali, prodotti chimici e altri semilavorati: si capisce, dunque, che l’acquisto dall’estero di tali merci, molte delle quali anche tecnologicamente raffinate, abbia effetti negativi sullo sviluppo industriale e l’occupazione interna. Tuttavia, non ha nemmeno completamente torto la Cina a mal tollerare questo improvviso protezionismo: la deindustrializzazione americana è stata frutto di scelte politiche ben precise; gli Stati Uniti sono diventati scientemente un paese importatore, modellando così direttamente la geografia economica mondiale. La Cina, come altri paesi emergenti, ha in modo naturale assunto il ruolo di esportatore nel settore manifatturiero. Sebbene le esportazioni in America rappresentino una quota minore e, per di più, in diminuzione dell’export totale cinese (23% nel 2016, a fronte del 40% del 2000), si tratta comunque di cifre rilevanti (523 miliardi di Dollari l’anno scorso) cui difficilmente la potenza asiatica potrà rinunciare in tempi brevi.

Fonte: Bureau of Economic Analysis

Fonte: Bureau of Economic Analysis

Sui rapporti commerciali col nostro sciagurato continente, invece, non vale la pena spendere troppe parole: l’Eurozona ha bisogno di esportare sempre di più per poter sopravvivere, mentre il nuovo Governo americano tollera sempre meno questo parassitismo da parte della Germania, che, nell’ultimo lustro, pur di tenere in piedi la baracca, ha obbligato tutto il Vecchio Continente a praticare politiche del tipo beggar-my-neighbour. Vediamo che adesso tutti i nodi stanno lentamente venendo al pettine. Ciò che rende le barriere tariffarie uno strumento poco spendibile, com’è evidente, è la loro naturale aggressività politica: gli Stati Uniti vengono ritratti come protezionisti semplicemente perché stanno tentando di aggiustare (male) una situazione di per sé patologica. Il vero problema, però, è un altro: pare che il Presidente Trump si sia messo in testa che il disavanzo commerciale sia l’origine di tutti i mali del suo paese e che non veda (o preferisca non vedere) che tale posizione debitoria sia più una conseguenza che una causa di certi squilibri. I dazi rappresentano dunque una sorta di compromesso tra un tentativo di fermare il declino dell’industria e l’intenzione di non inimicarsi il settore finanziario.

In tutto questo, ripetiamo, l’attuale narrativa tende a far passare le politiche americane come (neo)-mercantilistiche, sebbene, come abbiamo appena mostrato, le cose non stiano esattamente così. Ogni qual volta un paese favorisca politiche di controllo delle importazioni (o di incentivo alle esportazioni) la maggior parte dei commentatori mainstream non esita a mostrare il proprio terrore per il riaffacciarsi del fantasma di Colbert. Il termine che la neolingua ha designato a questo scopo è dunque proprio quello di Mercantilismo: l’epoca tra i secoli XVII e XVIII, quando il principio cardine dell’azione dei governi era quello vendere più di quanto si acquistasse all’estero, arricchendosi così a danno degli altri paesi. Poi, ovviamente, avvenne la Rivoluzione Smithiana e quanto ne consegue. Va da sé: il Mercantilismo è totalmente opposto ed incompatibile con l’ortodossia marginalista. Come scrisse Lord Thomas Balogh nel 1982, la storia moderna della teoria economica è un racconto di fughe dalla realtà: in un certo senso, nel migliore dei mondi possibili, non c’è la possibilità materiale per qualcuno di arricchirsi ai danni di qualcun altro. Quando due (o più) parti contrattano per uno scambio, o una serie di scambi, si accordano in modo da ottenere ciascuno la combinazione -il paniere- di beni migliore possibile. Sulla base di tali premesse, poi, ogni paese può sviluppare la propria produzione e prosperare al meglio delle proprie possibilità. Pertanto, in questo mondo dei sogni, ogni chiusura a priori al mercato è dannosa per tutte le parti in causa. Pareto e la mano invisibile hanno sconfitto il primitivo, rozzo mercantilismo per sostituirlo con un altro egoismo illuminato, che nobilita l’uomo e garantisce il benessere di tutti. Il Dio Progresso, che solo in meglio guida i pubblici fati, ci ha trascinati fuori dalla barbarie e dall’ignoranza. Viste le cose in questa prospettiva, dunque, viene normale ritenere che qualsiasi restrizione al libero mercato possa riportarci indietro di quattro secoli, nei tempi bui delle guerre commerciali. Ma vivere all’ombra degli idoli preclude la visione di molte cose interessanti, tra cui la realtà stessa.

Thomas Balogh

Thomas Balogh

Nel 1925 uscì un profetico articolo, intitolato The New Mercantilism e firmato dallo storico Edward Mead Earle, che si apriva con la frase:

È una vana illusione anglosassone quella di esserci da tempo emancipati dai fallaci principi e dalle perniciose pratiche del mercantilismo

Quasi un secolo fa, ben prima della diffusione dell’ideologia neoliberista su scala mondiale, già si aveva la percezione che il dogma del libero mercato (e chi lo propugnava) avesse perso ogni legame con il mondo sensibile. Il paper in questione continua argomentando come mercantilismo e imperialismo vadano di pari passo e come il colonialismo sia necessario alla madrepatria sopperendo al duplice bisogno di rifornimento di materie prime e di mercato di sbocco. Difatti, Mead Earle argomenta che:

il mercantilismo del ventesimo secolo e il suo prototipo del diciottesimo secolo sono simili nei loro principali aspetti e nelle loro applicazioni pratiche. Il nuovo mercantilismo, tuttavia, è ben più pericoloso nel nostro mondo moderno, altamente organizzato e integrato, nella misura in cui è motivato da un patologico nazionalismo e supportato da un datato sistema di governo

Non possiamo fare a meno di sottolineare come la teoria economica e, soprattutto, l’ideologia politica, si trovino a combattere non solo contro il buonsenso -che sarebbe già troppo- bensì contro l’evidenza stessa dei fatti. Come spiegò in seguito Paul Bairoch nei suoi Myths and Paradoxes, storicamente il protezionismo fu la regola, mentre il libero mercato sempre l’eccezione. Quello che si credeva il passaggio epocale dell’avvento del laissez-faire, in realtà, fu soltanto un cambiamento di paradigma dal capitalismo mercantile a quello industriale. Durante l’Era Napoleonica e fino alla metà dell’Ottocento le tariffe in tutta Europa e in America rimasero elevate. Fatta eccezione per il ventennio 1850-70 -quello che Hobsbawm definì l’Età del Capitale – in cui vi fu una moderazione delle restrizioni al commercio, il venerato libero scambio internazionale non prese mai piede.

Questo modello di sviluppo economico ebbe come naturale conseguenza l’affermazione del colonialismo della seconda metà del secolo: la necessità di materie prime a basso costo e di domanda per l’industria bellica non lasciarono alternative. Poi, quando le terre da spartirsi finirono, le potenze europee cominciarono a farsi la guerra tra loro. E il mercantilismo continuò, a suon di svalutazioni a tradimento e di dazi proibitivi, anche nel periodo tra le due guerre, gli anni ’30 in particolare, proprio quando Mead Earle si ritrovò a scrivere. Soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale, in un’epoca di regolamentazione finanziaria e di politiche sistematicamente incentrate sulla gestione della domanda aggregata, il mercantilismo parve passare momentaneamente in secondo piano -anche se le tariffe rimasero relativamente elevate in alcuni casi. Ma ecco che già (o ancora?) mentre il sistema di Bretton Woods stava naufragando, sulle colonne del New York Times si parlava di un nuovo mercantilismo, semplicemente perché il Congresso aveva intuito che in futuro l’America sarebbe stata costretta al disavanzo commerciale nei tempi a venire e, pertanto, avrebbe dovuto praticare misure per restringere il deficit.

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Joan Robinson scrisse nel 1977 che il liberoscambismo è una forma più subdola di mercantilismo. In ogni caso, vi è sempre una perturbazione nella naturale distribuzione del reddito tra chi produce e che gestisce il processo produttivo. Quando il capitalista conta sulla domanda estera per accrescere in modo abnorme il proprio profitto -com’è successo, indicativamente, fino agli anni ’40 del secolo scorso- non può che affidarsi alla compressione del costo del lavoro e l’espansione del debito estero. Viceversa, negli ultimi quarant’anni, quando ha avuto luogo quel fenomeno che viene decettivamente denominato globalizzazione, i sempre più labili confini della sovranità nazionale hanno consentito di spostare le catene di produzione nei paesi più sviluppati e di vendere nell’Occidente indebitato. Ma il principio di fondo, la predatoria ricerca del profitto sempre maggiore, è rimasto invariato.

E questo non può che farci pensare di nuovo alla Cina, e al celebre discorso del Presidente Xi Jinping tenuto al forum APEC lo scorso novembre, quando il Segretario del Partito Comunista si è lanciato in un’appassionata apologia della globalizzazione, parlando dell’apertura al progresso e alla prosperità come faceva David Ricardo duecento anni or sono. Cosa dire della Cina, allora, che è in surplus strutturale dal 1994 e che, negli anni del grande avanzo, indicativamente dal 2000 al 2008, è stata in media esportatore netto per il 5% del proprio PIL? Questo impressionante risultato è stato raggiunto semplicemente contenendo la domanda interna e ostacolando -nei limiti del possibile- l’apprezzamento del cambio. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, la Repubblica Popolare Cinese ha ridotto il proprio fabbisogno pubblico dal 3% del 2000 fino al pareggio di bilancio del 2008. Negli stessi nove anni la massa salariale in rapporto al PIL è scesa del 5% (dal 53 al 48%), mentre i consumi addirittura del 15% (dal 63 al 48%). Contemporaneamente, fino al 2006, la Cina ha svalutato realmente verso il resto del mondo del 7%, salvo poi rivalutare del 4% nel 2007 e del 9% nel 2008.

Conto corrente in percentuale del PIL Cinese

Conto corrente in percentuale del PIL Cinese

Almeno, però, la Cina ha avuto la sensibilità di fare mercantilismo in un momento in cui la congiuntura economica globale era in ascesa e non c’erano problemi di difetto di domanda. Adesso, invece, Pechino ha sensibilmente rivalutato il cambio e moderatamente espanso la domanda interna, riassorbendo così il surplus commerciale, attualmente attestato sotto il 2% del PIL. Tuttavia, non è affatto detto che evolva verso l’equilibrio in tempi brevi: potrebbe benissimo continuare a perseguire un moderato ma persistente avanzo, dell’ordine dell’1-2% del PIL, ancora per un decennio, se non di più.

Uno tra i più grandi errori che il pensiero politico contemporaneo potesse commettere è stato ritenere che il mercantilismo fosse finito, fosse confinato ad una buia e lontana epoca di ignoranza e miseria. Il principio di irreversibilità, fondamento e cardine della retorica progressista, non ha risparmiato nulla della nostra epoca: il mercantilismo è per definizione connaturato al capitalismo e, anche volendo, non potrebbe essere altrimenti. Così come un giorno la Pax Americana -difficile trovare un ossimoro più fortunato- vedrà la sua fine e ritorneranno ad esserci guerre di portata globale, similmente l’epoca d’oro della socialdemocrazia e della cooperazione economica internazionale è ormai un lontano ricordo. È ritornata la guerra che il Capitale continuamente combatte contro l’Uomo e contro sé stesso: l’unico conflitto che, almeno sul lungo periodo, non ha vincitori.