Lo stop al rally che aveva chiuso la scorsa settimana sui mercati è stato seguito da brusche scosse di assestamento che hanno fatto altalenare le maggiori piazze finanziarie, in primis Piazza Affari che ha chiuso in lieve rialzo (+0,37%) dopo giorni di profondo rosso e, poi, di “rimbalzo”. A movimentare il mercato milanese ci sono stati la nomina delle nuove dirigenze delle partecipate pubbliche ma soprattutto il fattore geopolitico. L’alta tensione per l’instabile situazione in Ucraina (nonostante l’accordo di Ginevra di giovedì abbia fatto parlare di de-escalation) ha contribuito all’alta volatilità dei mercati che ha visto protagonista, ancora una volta, il settore bancario.

Spicca, com’è consuetudine da due mesi a questa parte, il Monte dei Paschi che, dopo aver perso più del 10% e bruciato 300 milioni di euro in una sola seduta (quella di martedì), ha chiuso la settimana nettamente in positivo (+2,81), con molti investitori che si sono affrettati a comprare per sfruttare il ribasso dei prezzi. La notizia che l’istituto senese stia meditando un aumento di capitale da cinque miliardi di euro (che permetterebbe il pagamento anticipato dei Monti bond e di migliorare il bilancio in vista dei controlli da parte dell’European Banking Authority) non è stata accolta favorevolmente dagli investitori. D’altronde si tratterebbe di una ricapitalizzazione che supera di gran lunga la capitalizzazione della banca stessa, pari a circa tre miliardi di euro. Ha “rimbalzato” in settimana anche Unicredit che, data la nuova ondata di tensione nell’Est Europa, ha deciso di chiudere tutte le sue filiali in Crimea, adducendo come spiegazione la mancanza di una base legale certa dopo l’esito del referendum. L’istituto di piazza Cordusio è la prima tra le banche nostrane per esposizione sul territorio ucraino ma l’intero settore è fortemente esposto, per un business da 36 miliardi di euro. Infatti la decisione di Unicredit abbia colto molti di sorpresa. Negli ultimi mesi la strategia della tensione finanziaria, con minacce di ingenti fughe di capitali, è stata l’arma prediletta dalle forze occidentali contro il pugno di ferro di Vladimir Putin. Le finanze russe hanno di nuovo risentito in settimana della difficile situazione politica (il Micex, principale indice di Mosca, da inizio anno ha perso il 10%). Il fatto che i credit default swaps sui titoli di stato russi (strumenti derivati che permettono di assicurarsi –o di scommettere- contro il rischio di default di Mosca) siano schizzati del 47% rispetto ad inizio anno certifica una chiara sfiducia nei confronti del Cremlino che ha dovuto annullare per la seconda volta l’emissione di titoli di stato in valuta locale.

Se l’eventualità di un conflitto armato con l’Ucraina dovesse realizzarsi la Russia, come ha affermato il ministro delle finanze Siluanov, soffrirebbe un’emorragia di capitali (già cominciata) che impatterebbe in primo luogo sulle risorse destinate al welfare. Nonostante ciò l’indice di gradimento del presidente è più alto che mai: la determinazione di Putin viene, infatti, percepita positivamente come forse posizione di indipendenza da parte dell’Occidente. Respiro di sollievo, invece, in terra giapponese. Tokyo, dopo settimane di rosso, chiude in positivo (+0,68%) una settimana all’insegna del rialzo, in cui ha recuperato il 4%. Hanno giovato l’annuncio della Bank of Japan che un ulteriore allentamento monetario verrà implementato prima dell’estate (placando così la sete di liquidità degli investitori) e i dati sulla crescita del PIL in Cina per il primo trimestre del 2014, leggermente superiori rispetto alle attese (7,4% contro il 7,3% previsto: l’ossessione per la crescita scatena entusiasmi che, ormai, rasentano il ridicolo). Pechino, dal canto suo, non nasconde più le incertezze sulla tenuta dell’economia cinese: il deprezzamento dello yuan rispetto al dollaro potrebbe essere letto come tentativo di dare nuovo slancio alle esportazioni (che a marzo sono calate del 6.6%) e la nuova immissione di liquidità da parte della People’s Bank of China per 55 miliardi di yuan (circa 9 miliardi di dollari) come supporto alle imprese strette ancora dalla morsa del credit crunch. Tuttavia la svalutazione dello yuan rispetto alla valuta americana continua a suscitare un certo malcontento dall’altra parte del Pacifico dove, nonostante il crollo azionario della scorsa settimana abbia fatto temere lo scoppio della tanto temuta bolla, la Fed continua a lanciare messaggi incoraggianti.

La Yellen, mantenendo la sua posizione camaleontica in merito alla politica monetaria, ha annunciato che entro il 2016 dovrebbero essere raggiunti gli obiettivi prefissati su inflazione (2%) e disoccupazione (5,2%-5,6%) ma che, per garantire la solidità della ripresa americana, il costo del denaro rimarrà pressoché nullo per un periodo che rimane ancora indeterminato. La risposta dei mercati statunitensi è stata contrastata (in lieve calo il Dow Jones mentre ha chiuso positivamente il Nasdaq a +0,28% dopo il pesante tonfo dello scorso finesettimana), con gli investitori in attesa di capire veramente se e quanto durerà ancora la politica accomodante della Fed, che ha permesso il rally delle borse americane degli ultimi cinque anni e che ha innalzato le attese sul rendimento oltre i massimi sostenibili. Basta pensare al caso di Google che ha chiuso a -3.67% dopo l’annuncio che durante il primo trimestre del 2014 la società ha registrato utili per “solo” 3,45 miliardi di dollari, in crescita del 3% rispetto allo stesso periodo nel 2013, ma sotto le attese di investitori ed analisti. I lupi di Wall Street hanno sempre più fame.