Un resoconto, un programma, una vera e propria “agenda”, come lo stesso Presidente la chiama. Un appello a principi ed azioni che sarebbero giuste e sacrosante, proprie di un Paese che si professa attento ai problemi sociali. Sono semplici quanto quasi banali le sue parole, eppure appaiono rivoluzionarie, tanto purtroppo lontane dall’essere attuate. È uomo onesto e ligio al dovere Mattarella, e su questo non ci piove. E la sua storia politica, nel bene e nel male, traspare dal discorso, incentrato per la sua interezza sulla Costituzione e su una sua concreta attuazione. Cattocomunisti la trascrissero, ed un cattocomunista oggi la rilegge.
Il Presidente vuole riavvicinare gli italiani alle istituzioni, e dunque le istituzioni ai cittadini. Il ruolo affidatogli è quello di un arbitro che, a suo dire, “deve essere, e sarà, imparziale”. Per la gestione arbitrale che gli si prospetta fa tuttavia appello alla “correttezza” dei giocatori, i quali, come si evince già dall’intensità –o meno- dei numerosi applausi, hanno dimostrato la loro prossima noncuranza.

Perché i tanti auditori di quell’aula straripante sono e rimangono i soliti falsi perbenisti. Le più grosse spellature di mani non sono infatti mancate per le affermazioni mattarelliane più scontate, quali: il ripudio alla guerra ed il sostegno alla pace; il pensiero alle forze partigiane di 70 anni addietro; l’impegno nella lotta alla mafia e alla corruzione (e soprattutto quest’ultima la conoscono in molti a Montecitorio); il pensiero ai marò (per i quali nulla è stato fatto) e molto altro.
Per temi invece più pratici e fondamentali l’aula intera si è dimostrata compiacente ma con non troppa convinzione. Lo si è potuto notare quando ha citato: i nostri disoccupati, principalmente giovani ed in Meridione; il sostegno alla famiglia, vera ed unica risorsa della società; l’amore che dobbiamo al nostro patrimonio artistico ed ambientale; la ricerca ed il diritto dei nostri malati; una giustizia più rapida; una P.A. efficace e trasparente, ed a seguire la valanga di problemi sociali che da tempo attanagliano la nostra Nazione.
Parla spesso di comunità nazionale, il Presidente, e questo ci ben dispone nei suoi confronti. Ha parlato di partecipazione, vera, di tutti i parlamentari alle necessità dell’Italia tutta, e non a quelle di chi soltanto fa loro comodo. Un discorso semplice ed onesto, in fin dei conti, e proprio per questo apprezzabile.

Ma vi è sempre un “ma”. Grosse (e non certo inattese) incoerenze spuntano prepotentemente da questa presidenziale “agenda”. Il Capo dello Stato attacca difatti sin da subito la crisi, causa principe di nuova povertà, emarginazione, solitudine. “Bisogna invertire questo ciclo economico”, dice, e ripartire dalla “crescita”. Benissimo, ma come? Per suo parere “nel semestre europeo è stata perseguita questa strategia”. Una strategia del nulla, come noto. Si vuole “riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro”, cosa che certamente il Job’s Act non fa. L’idea è anche di “scongiurare che la crisi economica intacchi l’unità nazionale”, il che, purtroppo, è invece inevitabile, con la guerra economica intestina quotidianamente ingaggiata da Stati europei (pre)potenti ed affatto comunitari. Mattarella tuttavia è –erroneamente- convinto del contrario, tanto da riuscire ad affermare che “nella nuova Europa l’Italia ha trovato l’affermazione della sua sovranità”. Eppure proprio chi la rappresenta e la incarna quella sovranità, dovrebbe ben vedere come essa sia stata vergognosamente ceduta proprio a quel marchingegno infernale “democraticida” e straniero che è l’Europa. Una buona dose di malizia muove poi un ulteriore dubbio; parlando di violenze e terrorismo internazionale si parla di “minacce globali” a cui bisognerebbe dare “risposte globali”, e per farlo “non ci si può chiudere nelle comunità nazionali”…un malcelato –e nel caso terrificante- riferimento alla “necessità” di formare un esercito unico europeo?
Su una cosa siamo tutti d’accordo Presidente: “occorre diligenza politica ed amministrativa capace di compiere il proprio dovere”.