Con qualche anno di ritardo e dopo tante resistenze interne (ed esterne) Mario Draghi ha annunciato il Quantitative Easing, ossia l’acquisto di titoli pubblici per mantenere la stabilità dei prezzi e combattere la deflazione nell’Eurozona. Il piano di acquisto complessivo vale 1.140 miliardi, e precisiamo che rispetto alle cifre di cui si parlava inizialmente (attorno ai 600 miliardi) il Presidente della BCE è riuscito a ottimizzare il massimo, compromessi permettendo. Un bazooka da 60 miliardi al mese fino a settembre 2016 di pezzi di carta. Un aumento di liquidità di cui si era paventata l’ipotesi già dallo scorso anno e che in termini assoluti forse doveva essere ancora più espansiva. Il compromesso maggiore rispetto ad un aumento di liquidità è stato però che da una parte l’80 % del rischio dei nuovi acquisti di bond sarà assunto dalle banche centrali dei singoli stati (la BCE se ne farà carico solo per il restante 20%) ma poi ci sono sul piatto come contropartita, le famose “riforme”

Alcuni economisti non vedono di buon occhio la mossa di Mario Draghi: in effetti se partiamo dal fatto che la recessione dell’euro-zona è ormai un problema di economia reale, e se presupponiamo da un punto di vista neoclassico che variabili monetarie- come appunto politiche monetarie non convenzionali- non influiscono sulle variabili reali, l’attuale bazooka non partorirà nulla se non qualche percentuale in più di inflazione. Può darsi, sebbene vi siano studi che stimano aumenti del Pil di quasi il 2% tra quest’anno e il 2016. Va anche detto che l’attuale manovra espansiva, se consideriamo il mandato della Banca Centrale Europea, è legittimata dal fatto che la stabilità dei prezzi in questo momento non è mantenuta: non tocca a Draghi promuovere il quarto parametro della formula del Pil, cioè la spesa pubblica: quello che tocca a Draghi è svalutare. In realtà si potrebbe obiettare che il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro era già iniziato lo scorso giugno, ma l’attuale Quantitative Easing potrà creare le condizioni affinché le banche centrali si possano liberare molto presto dei titoli di stato con rendimenti negativi. Per quanto riguarda la concessione del credito- fermo restando che alle attuali condizioni buona parte di questa liquidità rimarrà nelle banche- è abbastanza utopistico pensare che quei soldi verranno rivestiti o, grazie alle aspettative, vi sarà un aumento dei consumi

E qui veniamo al problema principale: se infatti come contropartita, i singoli Stati velocizzeranno le riforme imposte dalla Troika, la politica monetaria messa in campo da Draghi potrebbe anche peggiorare la situazione; la Federal Reserve ha si attuato -muovendosi in anticipo- questo tipo di manovra, ma ribadiamo per l’ennesima volta che se l’economia americana si è risollevata è perché ha liberato i cordoni della spesa pubblica. Eh sì, appunto: ha ragione Draghi nel dire che ora la palla passa ai governi, ma questi ultimi dovrebbero adottare ricette diametralmente opposte alle attuali. Non si può basare l’intera crescita di un paese (o di una macro-regione) ricorrendo ad una Banca Centrale che indebolisce la valuta e che rende più competitive le imprese dell’euro-zona. In altre parole non ci si può affidare solo alle esportazioni, come impone l’attuale modello tedesco (che qualcuno sta maldestramente tentando di copiare). Le riforme dei singoli stati se perseguissero, potrebbero compensare in senso recessivo il Quantitative Easing. Serve un ulteriore iniezione di fiducia che solo un abbassamento delle tasse e un aumento di spesa in conto capitale possono dare