Le politiche della paura nella storia hanno sempre ripagato. Terrorizzare il popolo su specifiche tematiche, nonostante l’aleatorietà delle conseguenze apocalittiche professate, è un ingranaggio bel oliato all’interno della macchina del consenso. Nei giorni successivi all’11 Settembre, le vendite di armamenti  negli Stati Uniti aumentarono in modo esponenziale, così come i consensi di una cospicua parte della popolazione per un intervento militare in Iraq. Sconvolti da quello che dalla lontana guerra di indipendenza rappresenta il primo vero attacco nemico sul suolo americano, la massima da seguire fu “attaccare per paura di essere attaccati”.

Con la “finanziarizzazione ” dell’economia e “l’economizzazione” della politica e con il risultato transitivo di una piena subordinazione dei poteri decisionali alla finanza, il fenomeno del trasferire la tensione ai piani bassi per giustificare le manovre dei piani alti non è per nulla scomparso dalla circolazione. Ha soltanto mutato le fondamenta da cui attingere le paure da diffondere tramite i mezzi di informazione compiacenti. Non sono più paure politiche e sociali: non più guerre civili, colpi di Stato o svolte autoritarie. Le paure su cui fare leva ora sono altre: i dissesti finanziari.

Quello della strategia della tensione rappresenta uno dei capitoli più macabri della storia italiana, un esempio quasi unico di antagonismo dello Stato verso i propri cittadini. Tramite lo stragismo dinamitardo materializzatosi in episodi come Piazza Fontana , Piazza della Loggia, la strage di Gioia Tauro, la strage del treno Italicus e quella della stazione di Bologna, si è voluta creare la tensione sociale che ha permesso alla Democrazia Cristiana di legiferare quasi e solamente d’urgenza, convogliando verso il centro il consenso elettorale e attribuendo una prerogativa sanguinaria agli estremismi politici. Stessa funzione ebbe lo stragismo di sinistra, con la sola differenza che gli obiettivi erano di solito singole personalità.

Gli anni di piombo sembrano passati, ma, seppur con una violenza di tipo sociale e non carnale, la tensione è ancora nell’aria. Si è solo trasferita dalle piazza, a piazza affari. Non sono più le bombe ad esplodere, ma le bolle speculative. I colpi di Stato non si fanno più coinvolgendo l’arma dei carabinieri (vedi la voce “Piano solo”), ma a colpi di oscillazione del differenziali fra titoli di Stato (vedi l’insediamento del governo Monti nel 2011).

A chi propone l’uscita dalla moneta unica vengono messe davanti una serie di immagini catastrofiche, il crollo di qualsiasi cosa si erga ancora in piedi in questa Italia depauperata fino al midollo. Le persone hanno paura di inoltrarsi in sentieri che i mezzi di informazione rendono lugubri e funesti, ma che sotto la luce emanata dal raziocinio appaiono agevolmente percorribili. Per giustificare manovre economiche largamente discutibili che de facto abbattono la domanda interna, intaccando un equilibrio del mercato del lavoro che oggigiorno rimane mera utopia, si usa la formula magica “altrimenti facciamo la fine della Grecia”.

Chi è portavoce di un sano menefreghismo nei confronti della stabilità dello spread è annoverato come un irresponsabile, demagogo, patricida. Uno che non sa a cosa va in contro. Nel frattempo però l’economia, quella reale, è un incubo peggiore delle catastrofiche profezie che vi vengono servite dal sistema monistico della stampa italiana. Bisogna avere paura di quel maledetto 3%, e la spesa pubblica al solo pronunciarla fa venire la pelle d’oca. Oggi, insieme alla notizia dello spread ha raggiunto la quota massima da inizio anno (seppur a livelli decisamente inferiori rispetto agli anni precedenti) ne è apparsa un’altra di gran lunga più interessante: facendo un calcolo cumulativo dal 2011, il nostro paese ha speso 3 volte in meno di Irlanda e Spagna, e due volte in meno del Regno Unito. Forse sarà solo un caso, ma il segno meno riferito alla variazione del Pil fra i paesi elencati ce l’abbiamo solo noi. Ah, povero Keynes!

La sovranità popolare è solo un astrattismo, e la produzione legislativa difetta sempre più della connotazione democratica che dovrebbe caratterizzarla. Qualcuno espresse il proprio parere per l’adesione dell’Italia alla Nato negli anni 50′? E per la firma del trattato di Maastricht, si fece mai ricorso ad istituti referendari? Tutti gli Stati membri europei, ad eccezion fatta dell’Irlanda, decisero di tenere lontano dalla consultazione popolare la ratifica del trattato di Lisbona.

Voi, popolo italiano, avete mai firmato/ratificato qualcosa? No, dato che in Costituzione è stata accortamente specificata l’impossibilità del popolo di esprimersi in merito a trattati internazionali, in virtù del principio della rappresentatività del Parlamento che, data la nostra legge elettorale. scade nella piena ilarità.

Per non parlare poi dell’art.81 della Costituzione sul pareggio di bilancio che, a seguito di una maggioranza qualificata, non ha mai visto le urne. Ma gli obblighi monetari e fiscali di tali trattati li subiamo tutti. E allora come legittimare queste manovre dal lampante deficit democratico, che incidono notevolmente sull’occupazione, sulla previdenza sociale, sulla sanità, sull’istruzione? Come abbiamo potuto accettare tutto questo? Non per noia, ma per paura.