“Uscire dall’euro è impossibile”, si grida. “Lasciare il cambio fisso sarà una sciagura” si vaticina. “Finiremo come l’Argentina”, il verdetto finale.  Quanto dolore dunque, quale fine vergognosa che attende la nostra Nazione se ci dovessimo liberare di un approdo tanto sicuro quanto l’euro. Insomma, a quanto sembra, l’entrata nell’unione monetaria venne siglata col sangue (dei popoli europei ma non certo dei loro governanti), e se farvene parte fu tanto facile, trovar l’uscita da questo labirinto sembra praticamente impossibile. Eppure nella storia d’Europa e del mondo vi sono centinaia di esempi di continui agganci e sganci monetari, si pensi alla citata Argentina col dollaro, si pensi all’unione monetaria russa, o a quella delle due “Germanie”. Tutte storie sentimentali fallite.

«Lo stesso vale per l’euro. Fu un matrimonio d’amore. Come in molte coppie, l’attrazione fatale nasceva dalla diversità. L’Europa del Sud cercava un impegno esterno che le desse la disciplina monetaria e fiscale che non era stata in grado di darsi da sola. Il Nord dell’Europa sperava che il Sud con il matrimonio mettesse la testa a posto ed evitasse, con le sue continue svalutazioni, di creare tensioni sul mercato dei cambi e delle esportazioni. Come in molte coppie, quella diversità, inizialmente così attraente, è divenuta insostenibile con gli anni[1]». E chi fu il corteggiatore di questa unione? Ma la Germania, ovviamente, la quale avendo scarsi livelli di competitività dategli dal marco (moneta forte), avrebbe avuto un’enorme vantaggio con l’adozione dell’euro. Perché? Perché si trattava di una moneta più debole del marco (dunque più competitiva). Per quale ragione però legarvi anche gli altri Stati europei? Perché la maggior parte di essi –Italia compresa- aveva monete più deboli (e quindi più competitive del conio germanico). Non è infatti un caso che l’Italia abbia cominciato a esportare nettamente di meno dopo il ’97 (anno in cui formalmente agganciammo il cambio all’euro), mentre le esportazioni mitteleuropee andavano incrementando.

E noi siamo tanto “ingenui” (gentile eufemismo) da non ascoltare nemmeno quando ci sbattono in faccia l’oscena realtà, come ha fatto il leader dei Verdi tedeschi Ska Keller -nella puntata di Ballarò del 6 maggio 2014- che disse: «se l’Italia lasciasse l’euro in Germania perderemmo moltissimi posti di lavoro nel settore delle esportazioni perché nessuno mai comprerebbe più i prodotti carissimi tedeschi. Non ha senso lasciare l’euro, dobbiamo lavorare insieme per uscire dalla crisi». Chiaro no? Abbiamo permesso la distruzione della nostra economia, produttività e identità, abbiamo tolto il lavoro agli italiani per cacciarli all’estero, stiamo svendendo casa e bottega; tutto questo per dar lavoro e competitività ad una Nazione straniera, sleale e dagli intenti criminali.

Ma adesso si vocifera un possibile piano B della signora Merkel, la quale pare stia predisponendo –su consiglio di economisti a lei vicini- un rientro nel marco. Ancora una volta la domanda sarà “Perché?”. Perché i cari crucchi hanno preferito in questi anni optare per scelte economiche a breve termine. Significa che hanno preferito ottenere soldi “tutti, maledetti e subito”, spremendo all’inverosimile economie rese estremamente deboli quali quelle del sud Europa. Sia chiaro che la Germania non sia affatto “la Cina d’Europa”, avendo infatti poggiato la maggior parte del suo mercato sui Paesi economicamente fragili di cui sopra. Ora dunque la stessa Cancelliera tedesca non vede più valori di crescita positivi, poiché i suoi mercati, privi di risorse, banalmente non comprano più. Come recuperare nuova competitività? Uscendo dall’euro, adottando una moneta sovrana e svalutando. Esattamente quello che dovrebbero far tutti e che proprio i tedeschi per personale –slealissimo- interesse non hanno mai permesso.

Ecco che, ritta sulla torre nera, l’oscura dominatrice richiama a se l’euro. Ad uno ad uno i signori e le teste coronate d’Europa sono stati soggiogati, e il mondo degli uomini è preda di distruzione e morte. Ma “l’occhio” tedesco sente scendere il potere del prezioso fardello, e vuole richiamarlo a sé, per forgiarne un altro, diverso, come sempre per suo solo vantaggio. Uno sparuto manipolo d’uomini si è ora radunato dinanzi al nero cancello, per distruggere definitivamente l’ingannosa moneta, ma sono troppo deboli. Si tratta di uno scontro epocale e di una battaglia necessaria, e bisogna vincerla. Solo che purtroppo “non è questo il giorno”.

 

 

 

[1] Luigi Zingales, “9 MAGGIO, SAN BEATO-2/ Due euro sono meglio di uno?”, Il Sole24ore, 9 maggio 2010