“Si presenta l’Europa come un paradiso terrestre. Ma l’Europa per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo, e nella peggiore delle ipotesi sarà un inferno”. Bettino Craxi, 1997.

Correva l’anno 2001. Durante una turbolenta notte di dicembre l’allora Presidente dell’Argentina Fernando de la Rua -che aveva portato la sua Nazione sul lastrico- fuggì vilmente dal palazzo presidenziale, lasciando la terra del fuoco ad affogare nella crisi più nera. Il predecessore Menem fu un grande sostenitore dell’aggancio valutario del pesos al dollaro, un cambio fisso che decretò il collasso dell’argentina. Come? Il cambio 1:1 col dollaro comportò un venir meno della competitività argentina, che cominciò ad importare più di quanto esportasse. Non potendo svalutare la moneta per riottenere posizione nei mercati fu costretta a svalutare all’interno, ossia sui costi del lavoro; il risultato furono un incredibile aumento della disoccupazione e una diminuzione dei salari, da cui la distruzione della domanda interna. Proprio Menem decise allora di cominciare a privatizzare, e a cedere gli assets pubblici del Paese. Nel frattempo un mercato totalmente libero da dogane e protezioni diede il colpo di grazia a piccole e medie imprese, fagocitate dalle multinazionali. Il tutto per tenere in piedi un cambio fisso che non poteva assolutamente funzionare. Ricorda qualcosa? Bene. Perché la soluzione più ovvia fu slegarsi da quel cambio fisso, ed arrestare Menem.

Nel 2011 una rivolta infuocata sciolse i freddi ghiacci d’Islanda, dove vennero emessi mandati di arresto per i responsabili della crisi, ossia membri dell’esecutivo, banchieri e top manager, che fuggirono in massa.  Le banche vennero nazionalizzate, ed gli islandesi si diedero una nuova Costituzione mediante assemblea popolare. In Italia lo stesso errore argentino è stato commesso. L’unica differenza è che anziché dollaro ha per nome euro, per il resto identiche tappe sono state percorse, ad eccezione degli assets, attualmente in mano pubblica. Ma non sperateci, ancora per poco, grazie a quanto predisposto dall’Erf (European redemption fund). Nel frattempo quante letterine minacciose dovremo ancor ricevere da enti sovranazionali? Quante imposizioni da banche straniere? Quanti lavoratori mandare a casa? Almeno le agenzie di rating –madri libertine di ogni crisi- Standard & Poor’s e Ficht sono finite sotto inchiesta, con otto –pochi!- tra manager ed analisti ora accusati di aver manipolato il mercato tramite report truccati sull’affidabilità italiana, tra il 2011 ed il 2012. Ma detto così potrebbe risultare un po’ vago. Avete presente il periodo nel quale il differenziale fra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi arrivò a 570 punti? Quando ossia si cominciò ad utilizzare forsennatamente la parola “spread”, fino a quel momento mai udita, e poi mostro da esorcizzare? Esatto, proprio la fase in cui Berlusconi fu caldamente “invitato” a lasciare un governo legittimato dal popolo, per lasciare il posto a chi la fiducia l’ha sempre avuta da poteri forti ed internazionali.

Lungi dal passare quale avvocato del diavolo di Mr. B (ci pensa già Ghedini), si vuole sottolineare la trappola che tutti videro e che solo adesso sta avendo conferma. Perché Monti è passato alla storia per le politiche (sue) di lacrime e sangue (nostri). Per l’austerità, ossia per l’aumento della pressione fiscale ed il taglio della spesa pubblica, necessarie –parole sue- a “distruggere la domanda interna”, e a darci in pasto ai mastini finanziari d’Europa. Si prenda dunque l’esempio argentino, come pure quello islandese. Chi ha tramato per farci crollare ha tradito gli italiani e la loro Patria. I responsabili delle società di rating sono solo la punta di un iceberg gigantesco. L’interpol islandese diede la caccia ai responsabili della crisi. Ebbene, che vengano qui, e vadano a prenderli. A chi? Ah di certo non solo Monti. C’è solo l’imbarazzo della scelta: politici odierni e passati, top manager, banchieri…