“Il limite dei monetaristi sta nel fatto di essersi limitati a considerare solo il significato esplicito della definizione di Aristotele < misura del valore> ed ignorano quello implicito < valore della misura>. Ogni unità di misura ha infatti necessariamente la qualità corrispondente a ciò che deve misurare. Come il metro ha la qualità della lunghezza perché misura la lunghezza, la moneta ha la qualità del valore perché misura il valore. Sicché la moneta non è solamente la misura del valore, ma anche il valore della misura, che è il potere di acquisto[1].

Semplificando quanto diceva il Professor Auriti potremmo dire che il simbolo, ossia la moneta, acquista valore monetario semplicemente perché è comunemente assunto che lo abbia. In altre parole ogni mezzo di pagamento utilizzato altro non è che una “convenzione” pubblicamente accettata. Allo stesso modo è evidente come il denaro stesso diventi quindi una scommessa, un azzardo: se il valore monetario è dato da un comune consenso allora l’accettare moneta contro merce si giustifica sulla base di una “previsione”. In definitiva viene data moneta contro merce perché si presume di poter scambiare, a seguire, di nuovo moneta contro merce. Il tutto si collegherebbe ancora una volta alla moneta unica alla quale abbiamo aderito (ovvero che ci hanno imposto) e al rapporto odi et amo che i cittadini italiani provano nei suoi confronti. Non sono certo recenti le posizioni euroscettiche di molti nostri connazionali, tuttavia attualmente sta venendo riproposto insistentemente il referendum sull’euro, con l’evidente problema: l’art. 75 della nostra Costituzione vieta apertamente ogni possibilità di abrogare -tramite referendum- qualsivoglia legge che ratifichi trattati internazionali (come appunto la “delega al Governo per l’introduzione dell’euro”, esattamente la legge 17 dicembre 1997, n. 433).

Dall’altra parte c’è chi sostiene un referendum possa aversi comunque, solo che anziché essere abrogativo, dovrebbe essere di tipo consultivo. Ma come? Non esiste mica! A quanto pare sì, o meglio, ne possiamo ricordare un unico esempio. Tra gli anni Novanta e Duemila dei quesiti referendari fantoccio vengono proposti a diversi Stati europei, per votare sull’accettazione o meno della Costituzione europea prima e sul Trattato di Lisbona poi. Perché fantoccio? Perché vennero riproposti fino a quando non passò il voto che gli euroligarchi volevano (ovviamente il “sì”). In Italia nell’89 venne approvata la costituzione di un nuovo Governo Europeo, in maniera assolutamente anomala: non essendo previsti dalla nostra Costituzione referendum consultivi, venne votata un’apposita legge costituzionale che “rompesse” temporaneamente il limite posto dal citato art. 75, la L. Cost. 3 aprile 1989 n.2, che al secondo articolo riporta espressamente il quesito all’epoca sottoposto –incostituzionalmente- agli italiani.

Referendum o no dunque? Machisseneimporta! La soluzione in realtà è sotto gli occhi di tutti, ben più efficace di improbabili “azzeccagarbugliatori” burocratici: adottare la moneta che si vuole! Sopra è stato ampiamente sottolineato il carattere “convenzionale” del denaro. Di questo possiamo offrire decine di esempi, come taluni negozi nei quali fino a poco tempo fa si accettavano ancora pagamenti in lire; come l’esperimento che venne portato avanti dal Prof Auriti nel paese di Guardiagrele col Simec; come anche il “grano”, adottato in Sicilia. Ad ogni buon conto l’unione monetaria ha fallito fosse anche soltanto poiché all’interno della Ue l’euro tutto è tranne l’unica moneta circolante (si pensi anche solo alla Sterlina). Tanto vale (notevolmente, se riuscissimo a toglierci l’eurofardello) usarne una nuova, senza la necessità di l’intervento da parte dello Stato né tanto meno del sistema bancario. Quale? Basta sceglierlo e decidere di utilizzarlo. Magari il sesterzio: date a Cesare quel che è di Cesare e agli italiani meno referendum e monete più competitive.

[1]Giacinto Auriti, “Il paese dell’Utopia. La risposta alle cinque domande di Ezra Pound”,Tabula Fati, 2003