Pensare di comprendere la natura e le dinamiche della crisi europea usufruendo solamente del mero arsenale dell’economia politica, e quindi cadere in un economicismo inutile, è una struttura analitica fallace. Ciò di cui si ha necessità al fine di comprendere le dinamiche della crisi europea non è un approccio, potremmo dire, unidimensionale, bensì multidimensionale; un approccio che interrelazioni tra loro teoria economica, sociologia, storia e (perché no?!) filosofia. Le analisi più in voga tra gli economisti eterodossi sembra essere quella che vede gli squilibri commerciali, e la politica del lavoro tedesca, come causa della crisi europea; una crisi, insomma, dovuta dalla Bilancia dei Pagamenti.

Quest’ultima affermazione, però, risulta quantomai poco consona alla spiegazione di una crisi all’interno di un’unione monetaria, come quella dell’Eurozona, dove vige un sistema unico dei pagamenti. Erroneo risulta essere anche il parallelismo con la crisi argentina del 2001-02, per via della fissità del cambio stabilito dal currency board argentino e di quella imposta dall’architettura dell’Unione Monetaria Europea. La differenza più macroscopica tra i due casi risulta essere il livello di integrazione finanziaria e il sistema bancario. Nelle parole di Jan Toporowski [cfr. Toporowski J. – Notes on the Eurozone crisis]:

“L’importante differenza tra l’Argentina e i paesi dell’Eurozona risiede nella struttura del sistema bancario. Il sistema bancario argentino era relativamente isolato dal sistema finanziario internazionale.”

Mentre l’Argentina dimostrava tali condizioni, l’Unione Monetaria Europea si presenta come enormemente integrata finanziariamente, già prima della crisi, e quindi anche nei sistemi bancari. Superfluo ricordare, inoltre, il pieno inserimento dell’Unione Europea nel sistema finanziario globale. Fatta questa breve premessa, è giunto il momento di analizzare quale sia la posta in gioco nell’attuale scenario di crisi in Europa. L’apparente neutralità delle politiche di austerità, mostrata attraverso slogan quali “siamo tutti sulla stessa barca”, nasconde invece una chiara impostazione di classe.

L’austerity imposta dittatorialmente dalle autorità europee mira a definire i contorni di un nuovo capitalismo direttamente su scala europea. L’attacco si fa esplicito verso il lavoro pubblico e, di conseguenza, specialmente sul lavoro femminile; verso il Welfare State, attraverso l’implementazione di processi volti alla privatizzazione. Quest’ultimo attacco mira, quindi, alla progressiva colonizzazione del Capitale di quei servizi fino ad oggi garantiti dallo Stato; punta, di conseguenza, ad una accumulazione capitalistica per espropriazione.

Nel contempo, però, si è avuta anche una metamorfosi della catena del valore sia nei paesi del Sud Europa sia, specialmente, in Germania. L’Europa ha iniziato un suo processo di rinnovamento industriale sin dai primi anni ’90 il quale si è fondato su una “centralizzazione senza concentrazione”; da un lato le funzioni strategiche delle imprese divennero sempre più centralizzate mentre dall’altro lato le operazioni produttive si estesero ad una filiera sempre più transnazionale.

La Germania, a tal proposito, nell’ultimo decennio ha sostenuto un progressivo allargamento della propria catena del valore nel centro e nell’est europeo (tramite delocalizzazioni) della sua catena di produzione; allargamento anche a paesi non facenti parte dell’area Euro. Ma la Germania non ha trasferito completamente tutta la produzione all’estero; i “centri di comando” sono rimasti in terra tedesca, mentre la produzione nelle aree di delocalizzazione viene utilizzata per la produzione di beni intermedi. Tale strategia industriale ha permesso alla Germania di usufruire di notevoli vantaggi in termini di costi; con il cambio dell’Euro elevato è risultato, e risulta, ancora più conveniente ai tedeschi far procedere una tale rete di produzione (De Cecco, 2014).

Grazie all’importazione di beni intermedi dalle aree sopraccitate, la Germania riesce ad avere delle ottime esportazioni di beni capitali. Questi aspetti non vengono presi in considerazioni dai molti economisti eterodossi che, per la maggior parte, focalizzano la loro attenzione sulla competitività di prezzo dei beni tedeschi. Ma come giustamente osservano Simonazzi, Ginzburg e Nocella:

“Dal 1999 la crescita dell’economia tedesca è stata trainata non solo dalle esportazioni ma anche dalle importazioni, in particolare di parti e componenti collegati al trasferimento all’estero della catena di produzione. Tuttavia, la ragione primaria dell’aumento dei surplus di parte corrente dopo il 2001 fu un brusco crollo degli investimenti privati interni come quota del PIL, accompagnato da una crescita dell’investimento diretto estero guidato dalle attività delocalizzate.

Allo stesso tempo, i risparmi aumentavano a seguito dei crescenti profitti aziendali, di un reddito disponibile stagnante e, possibilmente, del comportamento precauzionale delle famiglie.”
[cfr. Simonazzi A., Ginzburg A., Nocella G. – Economic relations between Germany and southern Europe, Cambridge Journal of Economics 2013, 37, 653–675]

Inoltre:

“Le esportazioni tedesche sono legate alle innovazioni tecnologiche e all’ampia gamma di settori di beni capitali. L’elemento della competitività di prezzo viene, per tutti gli scopi pratici, dalla deflazione salariale.” [cfr. Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi – Could be Raining. The European Crisis after the Great Recession, International Journal of Political Economy, Winter 2010-11]

Riccardo Bellofiore, in uno scritto dal titolo “Mario Draghi: lezioni di marxismo dalla BCE”, riassume in 3 pilastri, analizzando le dichiarazioni del Presidente della Banca Centrale Europea, le dinamiche strutturali del nuovo capitalismo europeo in fase di costruzione. Il primo pilastro concerne le riforme del lavoro e della previdenza: la precarizzazione è il tema cardine della nuova concezione del lavoro, il che concerne una più intensa estrazione di plusvalore (sia assoluto che relativo). Riforme del mercato del lavoro che, secondo Draghi, devono essere accompagnate ad una crescente liberalizzazione dei servizi e dei prodotti, al fine di evitare che una crescita economica priva di tassi d’inflazione preoccupanti possa condurre a posizioni di monopolio.

Il secondo pilastro è il consolidamento fiscale, ovvero le politiche di austerità. La natura di tali politiche è, come abbiamo detto, aldilà della loro (mal)celata neutralità, una natura di classe; tali politiche mirano al lavoro pubblico, al genere e al Welfare State. Il terzo pilastro, dalle parole di Draghi, è un lento processo di unificazione politica su scala europea. Date le condizioni imposte dai tedeschi, ad oggi risulta complesso agire su questa via; per questo si sta percorrendo la via del crescente trasferimento della sovranità dai paesi membri alle istituzioni europee. La crisi europea si manifesta come l’occasione per una metamorfosi capitalistica su scala continentale. La mera battaglia per il ritorno alla sovranità nazionale, dinanzi ai cambiamenti della struttura della produzione, dell’integrazione globale di produzione e finanza (Sweezy), del sistema finanziario europeo, risulta non essere all’altezza della sfida lanciata dal Capitalismo europeo.