Degli affitti in nero, in Italia, se ne è sempre parlato. Specie nelle grandi città, dove la domanda eccede di gran lunga l’offerta e la possibilità di lauti profitti per i proprietari di immobili è più consistente, l’esistenza di migliaia di affitti sommersi (ovvero non regolarmente registrati) non è mai stata un mistero. Il mistero era semmai un altro: come, in un Paese in cui la panacea di tutti i mali aveva uno e un solo nome- l’evasione fiscale- nulla o poco si facesse per combatterla. Da tempi immemorabili i proprietari di immobili (nella maggior parte dei casi proprietari di decine di immobili in una stessa città) affittando in nero, hanno accumulato profitti su profitti (non regolarmente tassati) basandosi sulla convinzione che non solo quella era la norma- tutti fanno così, dicevano loro- ma che non ci fosse il rischio di venire scoperti. E questo per due motivi: l’assenza (o debolezza) dei controlli e la mancanza di una legge severa che scoraggiasse il fenomeno.

Ed ecco, ad un tratto, in un panorama desolante dove i furbi la facevano da padrone, arrivare la svolta : il decreto legislativo n.23 del 2011. Meglio noto con il nome di cedolare secca, il decreto ha introdotto una vera e propria rivoluzione per l’inquilino che viveva in nero: la possibilità di regolarizzare la propria situazione- presso qualsiasi Agenzia delle Entrate- registrando il contratto, con un notevole risparmio in termini di affitto. I contratti registrati attraverso questo sistema avevano automaticamente durata di quattro anni più quattro, ma soprattutto l’inquilino beneficiava di un forte sconto sul canone annuo (pagando un terzo della rendita catastale).   Naturalmente il super-sconto a favore del locatario che denunciava l’affitto in nero doveva servire a scoraggiare il fenomeno e a punire chi negli anni aveva evaso il fisco.

Che si sia d’accordo o meno sul sistema di tassazione in Italia una cosa è certa: tutti dovrebbero pagare le tasse sui redditi percepiti. Insomma, sembrava che in Italia un passo avanti- seppure piccolo- fosse stato fatto nella lotta all’evasione fiscale. La doccia fredda, però, è arrivata pochi giorni fa. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 50 del 14 marzo 2014, ha bocciato la norma sulla segnalazione di affitti in nero, introdotta insieme con il regime della cedolare secca. La motivazione? E’ anticostituzionale.

In particolare, i giudici della Consulta hanno dichiarato dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, commi 8 e 9, del d.lgs. 23/2011, nella parte in cui le suddette norme introducono un meccanismo sanzionatorio che non era preventivato nella legge delega.
La bocciatura viene dunque motivata con l’eccesso di delega e quindi per violazione delle norme costituzionali sui decreti delegati, dal momento che il provvedimento dell’organo legislativo non autorizzava il Governo a legiferare (anche) in ordine al tema degli affitti in nero.Nulla la legge, nulli i contratti stipulati. 

I locatari che poco prima erano stati elogiati – non a torto- per avere aiutato lo Stato a stanare qualche locatore non in regola, oggi si ritrovano sbattuti via di casa senza preavviso (non ne hanno diritto). Questa è la beffa. l locatore, invece, che ha evaso il fisco, torna libero di continuare ad affittare in nero. Siamo di fronte ad un medioevo moderno, in cui i tanti piccoli vassalli e valvassori fanno i loro interessi. Ad andarci di mezzo, come da secoli accade, i più deboli, gli inermi.

Perché è chiaro che le vittime del fenomeno degli affitti sommersi erano e sono loro, la parte più debole della società: studenti fuori sede, giovani lavoratori, famiglie con un reddito troppo basso per affrontare l’impegno di un mutuo, anziani. Perché si dichiara proprio questa norma anticostituzionale? Prendiamo ad esempio l’ IMU. Da tempo si discute della sua presunta illegittimità costituzionale. In particolare, l’art. 53 recita: “ Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Quindi nella Costituzione Italiana è specificato che le tasse vanno pagate in proporzione alla capacità contributiva di un cittadino e subordinate ad un regime di progressione che deve tener conto della posizione sociale e dell’occupazione del contribuente. L’IMU è calcolato sulla casa senza tener conto del proprietario eppure è ancora lì, la Corte Costituzionale non si è pronunciata.

Ancora più significativo, però, è porsi la domanda inversa: quanti e quali dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione trovano tutela nei fatti? Che la politica fa il proprio gioco, è cosa nota. Ma se prima si usava una certa discrezione, oggi si agisce con una sfrontatezza che esaspera. E’ chiaro che la legge sulla cedolare secca era scomoda ai moderni vassalli. Chi possiede un solo immobile in affitto troverà relativamente oneroso registrare un contratto ma lo farà per “stare a posto”. Ma quando gli immobili sono 20, 30 o 100, la storia è diversa. Lì, per una legge numerica, registrare regolarmente il contratto diviene oltremodo oneroso, in termini di tempo e di soldi. Annullata la legge, dunque, viene ripristinato l’equilibrio.

Oggi, dopo la sentenza n. 50, si afferma che seppure la legge è nulla, la lotta all’evasione continuerà. Maggiori controlli, affermano, saranno condotti. Ma non dobbiamo fidarci. L’Italia, lo sappiamo, non è un Paese particolarmente scrupoloso. Gli italiani sono quelli che al bar prendono il resto senza contarlo, che si fidano sulla parola. I controlli hanno sempre provocato avversione, quasi disagio. Molto meglio la tolleranza: meno sforzo, meno costi. Alla bilancia della giustizia italiana, come a quella dei Balek, mancherà sempre un decimo.