Il mercato del lavoro italiano ha sempre presentato notevoli problematiche e distorsioni al suo interno, che si sono aggravate ulteriormente negli ultimi due decenni. Attraverso governi di centro-sinistra e di centro-destra, sono state create innumerevoli tipologie contrattuali legate al precariato, le quali hanno minato la stabilità economica delle nuove generazioni.
Nel febbraio 2014, con la nomina alla presidenza del consiglio, Renzi aveva promesso di rivedere radicalmente la questione, eliminando le varie discriminazioni/disfunzioni cresciute con la complicità dei governi precedenti e con la scarsa, scarsissima opposizione dei sindacati, ormai impegnati a difendere solo i vecchi lavoratori (specialmente quelli pubblici) e i pensionati. Questa promessa ha portato alla legiferazione del Jobs Act, che però presenta a sua volta diverse discriminazioni e problematiche, al di là della penosa propaganda governativa.

La prima discriminazione evidente riguarda gli assunti delle PMI rispetto alle grandi imprese. Prima della riforma renziana i lavoratori erano tutelati in modo differente in base all’articolo 18, che si applicava solo ai lavoratori a tempo indeterminato assunti dalle grandi imprese. Con il nuovo contratto a tutele crescenti, la discriminazione si sposta sulle indennità, in quanto un lavoratore assunto da una PMI (massimo 15 dipendenti) e in seguito licenziato, avrà diritto a delle mensilità nettamente ridotte, le quali vanno da un mese fino ad un massimo di sei mesi. Al contrario una lavoratore appartenente ad una grande azienda potrà contare su un minimo di 4 mensilità, con limite massimo fino a 24 mensilità .
La seconda discriminazione, al centro di violente polemiche in queste settimane, riguarda la portata del Jobs Act nel caso dei dipendenti pubblici. All’inizio sembrava che la riforma dovesse comprendere anche i nuovi assunti nella pubblica amministrazione, stando alle parole del giuslavorista Pietro Ichino . Ma le successive dichiarazioni dei ministri Madia e Poletti ed infine l’assunzione finale di responsabilità del premier Renzi, hanno escluso la cosa . In questo modo verrà perpetuata una notevole differenza di trattamento (sfavorevole per il settore privato, nettamente favorevole per il pubblico), nonostante sia ormai evidente che all’interno dello Stato Italiano siano presenti notevoli sacche di parassitismo e inefficienza (l’ultimo caso ha riguardato i vigili urbani a Roma), specialmente a livello dirigenziale, le quali non verranno mai minimamente sanate.

Infine l’ultima grande discriminazione riguarda la differenza che si verrà a creare fra i nuovi assunti, a partire dal 2015, che non godranno più delle tutele dell’articolo 18 e tutti i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato (di tipologia vecchia) fino al l’entrata in vigore del Jobs Act. I primi saranno facilmente licenziabili, grazie anche al licenziamento collettivo per questione economiche. I secondi invece, che costituiscono la maggioranza dei lavoratori a tempo indeterminato, continueranno a godere di tutte le vecchie protezioni. Questo “doppio binario” ha portato diversi giuslavoristi a contestare in maniera netta la suddetta riforma, giudicandola “potenzialmente incostituzionale e discriminatoria, mirata a bypassare la trattativa sindacale a un modico prezzo”, stando alle parole di Umberto Romagnoli . Inoltre una differenza di tale portata potrebbe avere pure l’effetto collaterale di paralizzare ulteriormente il mercato del lavoro, in quanto i lavoratori dotati del vecchio contratto saranno molto più restii a cambiare mestiere, insieme ovviamente a quelli dell’apparato pubblico, i quali avranno scarsa convenienza a trasferirsi nel privato dove sono meno tutelati.
Alla luce di queste analisi si può dunque definire il Jobs Act come una riforma mal partorita, che non inciderà in maniera seria sull’alta disoccupazione italiana. Al contrario in futuro potrebbe paradossalmente favorire i licenziamenti da parte delle numerose aziende in difficoltà, specialmente alla luce di una recessione economica che continua a a perpetuarsi nel tempo, combinata con un livello di tassazione folle, uno Stato palesemente inefficiente e una politica monetaria bloccata e vincolata ai regolamenti europei.