Il sostantivo innovazione deriva dal latino in (in) e novare (fare nuovo), onde innovazione, cioè rendere nuovo. L’idea della generazione del nuovo da materia esistente , ossia trasformazione, è un concetto intimamente connesso con l’idea di progresso, inteso come sviluppo della società. Pensiamo al ruolo preponderante delle grandi invenzioni nel definire- e nel caso ridefinire- le categorie culturali di spazio e di tempo. Senza le grandi invenzioni del passato-  macchina a vapore, telefono, frigorifero, calcolatrice, computer (solo per citarne alcune)- l’umanità non conoscerebbe oggi lo sviluppo tecnico e tecnologico di cui beneficia. Il che non significa ammettere necessariamente che , senza di queste, ci troveremmo ancora a riscaldarci con l’uso del fuoco,ma certamente la nostra esistenza sarebbe molto diversa, non sappiamo come né in che misura.

E’ un dato, questo, che non ci è concesso conoscere. Perché come il tempo e la storia, l’innovazione sembra avere un’unica direzione: è una lunga strada dritta verso il futuro. Quel che è certo è che è una direzione già segnata in partenza, questa: non si può tornare indietro. Data l’importanza che l’innovazione riveste per il progresso della società, oggi chi fa innovazione è visto un po’ come un paladino, colui nelle cui mani si trova il destino dell’umanità. L’innovazione, dunque, non è solo costosa in termini economici ma anche, se vogliamo, in termini morali, per il peso e il significato che essa riveste e le aspettative di tutti gli stakeholders verso chi è chiamato a svolgere questo compito.

Nel nostro Paese, sono le piccole e medie imprese ad avere sulle proprie spalle il difficile fardello di fare innovazione in un periodo non particolarmente favorevole. Ad esse, infatti, si richiede di essere competitive su un mercato mondiale dove la concorrenza si fa spietata. Innovazione non solo tecnologica, ma anche di prodotto. L’imperativo è produrre qualcosa di nuovo e quindi diverso dalla concorrenza, in grado di catturare l’attenzione del consumatore in una realtà pregna di stimoli. Appena un mese fa la Provincia di Roma ha presentato il bando “Promotori tecnologici per l’innovazione”, con l’obiettivo di  favorire la realizzazione di progetti d’innovazione, tecnologica e/o organizzativa a sostegno delle micro, piccole e medie imprese. Il bando, che tra l’altro ha gettato sul mercato una nuova figura professionale- quella, appunto, del promotore tecnologico- in un panorama in cui le neo-professioni non finiscono mai di spuntare, non è l’unico dedicato all’innovazione delle piccole e medie imprese. Sempre nell’ambito del progetto “Start-up Lazio” troviamo: Fondo per le startup innovative, ICT per tutti, Bando app On. “Obiettivo delle nuove iniziative – si legge sul sito della Filas (finanziaria laziale di sviluppo)- è promuovere finalmente anche nel Lazio un ambiente favorevole alla nascita e allo sviluppo delle nuove imprese innovative, sostenere la crescita delle aziende e i giovani talenti, valorizzare i processi di trasferimento tecnologico come strumenti di innalzamento della competitività del sistema produttivo”. A livello nazionale, invece, lo scorso anno il Ministero dello Sviluppo Economico ha lanciato, all’interno del cosiddetto Decreto Sviluppo, il primo bando afferente il Fondo per la Crescita sostenibile:300 milioni di euro per le PMI che investono in Innovazione, Ricerca e Sviluppo.

Sembra che,ad un tratto, il nostro Paese si sia scoperto innovativo. Questo è quanto mai strano, in ordine a due ragioni differenti ma speculari: in primo luogo, perché, quanto a ricerca e sviluppo, l’Italia è ancora molto indietro rispetto ad altri paesi dell’UE27  e della scena internazionale. E’ noto quanto poco la ricerca scientifica e tecnologica venga valorizzata nel nostro Paese e di conseguenza come molti cervelli siano costretti a fuggire per non restare in Italia eterni disoccupati. In secondo luogo, il nostro Paese è il paese delle PMI, e ad essere precisi delle micro-imprese, che costituiscono da sole il 94% del tessuto industriale italiano. Un’innovazione da un lato impossibile, dunque, data l’esiguità di risorse finanziarie e lo scarso know-how, dall’altra forse quanto mai superflua. Un tessuto industriale, il nostro, a vocazione manifatturiera, che fino ad oggi non ha mai sentito forte l’esigenza di innovazione tecnologica. Il made in Italy ha trainato l’export italiano per molti anni, senza che tuttavia il nostro Paese risultasse ai primi posti nella classifica dei paesi con la maggiore dotazione tecnologica.

Non c’è foglia che si muova che l’Ue non voglia. E’ proprio l’Unione Europea ad aver avviato le imprese comunitarie sulla strada di una maggiore innovazione. Nel quadro della strategia Europa 2020- che si pone, come obiettivo, quello di fare dell’economia europea la più competitiva al mondo- sono stati individuati tre motori di crescita: crescita intelligente (promuovendo la conoscenza, l’innovazione l’istruzione e la società digitale), sostenibile e inclusiva.

Le PMI, al pari dei consumatori, sono chiusi nella morsa di una società consumistica che impone il consumo come stile di vita, come ragione d’essere, origine e fine dell’esistenza. Ci sarebbe da domandarsi se l’innovazione- sentita oramai come un’esigenza- faccia parte anche della vision dei grandi gruppi industriali. Chissà se le multinazionali posseggono, all’interno dei loro stabilimenti delocalizzati nei Paesi in via di Sviluppo, le tecnologie più moderne e all’avanguardia oppure se il loro vantaggio competitivo risiede esclusivamente nello sfruttamento di economie di scala e manodopera a basso costo. C’è da domandarsi inoltre se i prodotti che quasi quotidianamente vengono lanciati sul mercato e sembrano sempre più nuovi, più belli, migliori rispetto alla miriade di altri prodotti presenti sul mercato, siano il frutto di duro lavoro da parte della divisione R&S.

La spinta all’innovazione è però dettata anche da un’altra ragione, intimamente connessa alla realtà in cui siamo immersi, in cui la finanza la fa da padrona. E precisamente sembra rispondere al motto: “Debito è bello”. Le PMI, già vessate dalle difficoltà finanziarie, dalla pressione fiscale, costrette ad affrontare la stagnazione della domanda e la competizione globale, sono incentivate a indebitarsi ancora di più. I bandi in questione, infatti, fanno passare l’idea che per riguadagnare quote di mercato, per battere la concorrenza spietata di Cina e dei Paesi con costo della manodopera bassa (o nulla), sia necessario comprare macchinari nuovi, software all’avanguardia, meccanizzarsi, computerizzarsi ancora di più e buttare via quelli posseduti, perché obsoleti, seppur funzionanti. Perché la tecnologia, solo quella, salverà il mondo (e l’economia). E le imprese lo fanno, aggiungono altri debiti a quelli già esistenti, a tutto vantaggio dei grandi gruppi finanziari, che vedono ingrassare i propri profitti. Da quando la finanza ha allargato la sua sfera di influenza, si può affermare  che il passaggio da una società di consumo a una società consumistica è stato portato a compimento, in quanto non può esistere consumismo senza il leverage.

Bauman, uno dei più grandi pensatori del nostro tempo, ha analizzato alla perfezione i paradossi della società consumistica in cui viviamo: una società che promette la felicità e il cui successo si regge sulla disattesa di tale promessa. “Il consumismo- scrive- associa la felicità non tanto alla soddisfazione dei bisogni, ma piuttosto alla costante crescita dei desideri, il che implica a sua volta il rapido utilizzo e la rapida sostituzione degli oggetti con cui si pensa e si spera di soddisfare i desideri” . Questo vale per i beni di consumo, ma si estende necessariamente a tutti i beni prodotti, in ultimo anche ai macchinari e alle tecnologie utilizzate dalle imprese. E’ come se il tempo avesse raddoppiato la propria potenza usurante. Decenni fa gli individui i erano in grado di conservare, e utilizzare, per anni lo stesso abito o qualsiasi altro bene relativamente durevole. Oggi i prodotti hanno una vita media molto più bassa: un computer è già vecchio dopo appena un anno dall’acquisto. Ma non è il tempo che è cambiato, né l’uomo ha la capacità di agire su di esso. E’ l’obsolescenza programmata, di cui ci parla Baumann: la società consumistica, e solo questa, si trova per la prima volta ad affrontare il problema-divenuto emergenza- dello smaltimento dei beni.

La spinta ad innovarsi non è, che in ultimo, una delle tante illusioni della società consumistica che spinge gli individui a credere che il nuovo, in quanto tale, sia sempre meglio del vecchio. Ma niente di quanto vediamo sul mercato è mai veramente nuovo. La comunicazione e il marketing giocano  un ruolo determinante nel costruire l’oggetto, facendo assumere a questo le valenze e i significati che il consumatore ritiene  debba possedere per soddisfare i propri bisogni. In un gioco di palla al rimbalzo, l’azienda fa credere al consumatore che quell’oggetto e solo quell’oggetto gli sia necessario per essere appagato e quindi felice. Non c’è innovazione, tuttalpiù inganno, manipolazione, nel presentare come nuovi prodotti nella sostanza, sempre uguali a se stessi.

Nel contesto così delineato, l’innovazione assume le vesti di elemento salvifico, in grado di rendere l’impresa eterna, inattaccabile rispetto alle turbolenze dei mercati, ai cicli economici, agli imprevisti. Se gli uomini sognano un futuro in cui la morte sarà sconfitta e l’immortalità guadagnata, loro le imprese, sognano un mondo in cui l’innovazione consenta loro di battere la concorrenza e rimanere così sul mercato, per sempre.