Mentre i nostri cugini d’Oltralpe stanno iniziando a comprendere come uscire dalla crisi dell’euro-zona (che ribadiamolo ancora una volta parte dalla crisi d’oltreoceano del 2007-2008, ma è in definitiva il problema dell’euro) è notizia di pochi giorni fa il dato sull’occupazione negli Stati Uniti. Aspetto interessante perché in primo luogo permette di fare un’analisi comparata con quello che invece sta accadendo in Europa e, in secondo luogo, visto che il presidente Obama non ne sta indovinando una in politica estera, gli si potrebbe tirare su il morale dicendo che invece le misure economiche adottate per quanto riguarda l’economia si stanno rivelando efficaci. Non perché Obama sia bravo (non lo è). Semplicemente ha adottato le ricette che si devono applicare nei momenti di crisi, ovvero quando le vacche non sono grasse, quando la situazione non è buona, quando effettivamente un certo tipo di capitalismo mette in mostra tutte le sue contraddizioni

Le nuove assunzioni negli Stati Uniti (circa 250 mila solo a settembre) hanno spinto la fatidica soglia di disoccupazione sotto il 6%, un livello del tutto fisiologico per un’economia di mercato. In questo modo la situazione americana è ritornata sostanzialmente ai livelli del 2008. Per contro nei paesi dell’euro-zona la media tocca le punte del 12% di disoccupazione complessiva. Nel belpaese addirittura il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 44,2%. A questo punto i nostri politici- su tutti il nostro Primo Ministro- aprono un dibattito: il superamento dell’articolo 18- che nei fatti è già stato valicato dalla Riforma Fornero. – Curioso: abbiamo un evidente problema di domanda aggregata e le soluzioni adottare sono mance per determinate categorie di lavoratori e sviluppo dell’offerta (in modo oltretutto sbagliato perché se si volesse e potesse sviluppare l’offerta si dovrebbe partire dal costo del lavoro). E’ chiaro che quantomeno il governo italiano non ci sta capendo niente. Chi invece ha capito tutto è proprio la Francia. Per quest’anno infatti si prevede nei conti d’Oltralpe un deficit del 4,4% e per quanto riguarda gli anni successivi ( vale a dire 2015 e 2016) il trend non cambierà nel senso che sfioreranno la famosa soglia del 3% imposta dall’Europa

I francesi insomma hanno visto cosa sta succedendo in America. Il principale fattore che sta determinando il differente andamento del mercato del lavoro americano rispetto a quello europeo non è l’articolo 18 o il comma della legge tal dei tali: è la politica monetaria della Federal Reserve la quale a differenza della BCE è una vera banca. Alla politica monetaria si aggiunge la politica fiscale. Il giusto mix tra le due ha fatto si che il tasso di disoccupazione tornasse a livelli “normali”. Per quanto riguarda la politica monetaria la Fed in tutti questi mesi si è mossa con maggiore decisione rispetto alla BCE: il valore della moneta unica è in diminuzione e mentre i tassi d’interesse della Federal Reserve presto aumenteranno, la Banca centrale europea manterrà ancora a lungo bassi i tassi d’interesse nella zona dell’euro. In secondo luogo il tasso di cambio dell’euro è troppo forte per quelle che sono le sue economie: in altre parole non c’è (e non c’è mai stata) una correlazione tra una moneta non svalutabile e le economie che la adottano in perenne stato di deflazione e disoccupazione. Ma come detto per riattivare la crescita oltre alle politiche monetarie servono anche combinazioni giuste con quello che fanno ( o non fanno) i nostri governi. I francesi sembrano aver capito che in uno stato recessivo dell’economia (e con scelte di politica monetaria ritardate) determinate riforme strutturali sono provvedimenti collaterali al problema. Se è necessario far ripartire la domanda aggregata solitamente si adottano manovre che aumentino i consumi e facciano ripartire gli investimenti. Entrambe le questioni si risolvono con un abbassamento della pressione fiscale e del tasso di interesse sui prestiti, non con mance che non hanno alcun effetto sulla propensione al consumo

Gli Stati Uniti però hanno riattivato la propria economia non tanto agendo sui consumi e sugli investimenti. Gli americani ( e ora anche i francesi) sanno che quando vi è una grande recessione e i propri sistemi economici sono in coma, oltre a far ripartire i consumi, ad attrarre investimenti e a diminuire il valore della propria moneta rispetto a quelle estere e quindi a svalutare, è necessario che qualcuno spenda di più. E dopo aver riscontrato che il settore privato ( che tanto per intenderci ha creato i presupposti della crisi che stiamo subendo) non fa investimenti, e preferisce invece tenere il denaro liquido poiché più conveniente, accade che ad intervenire sia lo Stato attraverso il parametro che rimane libero nella formula del PIL. Quindi oltre a consumi, investimenti e svalutazioni per riattivare la crescita serve agire sulla spesa pubblica. L’America lo ha fatto. Parigi sembra averlo capito rifiutandosi di perseguire politiche economiche che in questo momento sono errate. Con tanti saluti per i parametri antistorici imposti dai tedeschi.