Nel discorso pronunciato all’ultimo Forum Economico di Davos, il presidente cinese Xi Jinping ha aperto i propri cordoni alla globalizzazione di stampo occidentale, definendo il protezionismo come “una stanza buia, che tiene fuori la pioggia e il vento, ma anche il sole”. Non sfugge come l’affermazione del commander-in-chief cinese sia venata di mercatismo, ma anche, se non soprattutto, di potere – poiché gli equilibri relazionali tra paesi stanno registrando un cambiamento profondo e, per quanto ci è dato sapere, dagli sviluppi ancora incerti. La Cina che è un colosso sia geopolitico che economico pare voler approfittarne appropriandosi degli aspetti economici del commercio mondiale. Ma la visione cinese, come quella di altre culture politiche, non è mai stata liberale; in questo senso, nel suo orizzonte valoriale non si scorge una nuova “società aperta”, anche se delle attuazioni si sono registrate rispetto all’epoca di Mao Tse-tung.

xi davos

Il Presidente Cinese Xi Jinping a Davos (Svizzera) lo scorso inverno, dove ha preso le difese della globalizzazione 

La vera vittima del nostro tempo sembra invece essere il sistema occidentale liberaldemocratico a guida americana. Le sue fallacie teoriche prima ancora che empiriche si condensano in un metodo di governo neoliberale che ha tra i suoi pilastri l’idea secondo cui le attività politiche più che sulla forza dovrebbero basarsi sulla logica dello scambio e che la globalizzazione si possa guidare attraverso quella mano invisibile che oggi è rappresentata soprattutto dalla speculazione finanziaria. Lo diciamo piano, in modo felpato, ma l’odierno mercatismo è destinato irrevocabilmente a essere sepolto, in analogia con quanto accaduto al marxismo più di due decenni fa. Il celebre autore de La fine della storia e l’ultimo uomo, Francis Fukuyama, ha più volte sostenuto l’immutabilità raggiunta con la fine della guerra fredda (1989) dallo stato liberale e democratico. I meccanismi allocativi del mercato avrebbero portato un diffuso benessere economico, innalzato le classi medie di ogni paese e sconfitto i confinanti e nazionalistici baluardi di ogni civiltà. Le prime due tesi si sono verificate, perché complessivamente oggi il mondo è più ricco e istruito rispetto al passato. La terza tesi, quella del mondo ad una taglia e ad una sola dimensione ha invece perso la sua carica positivista risalente ai primi anni novanta dello scorso secolo. Fukuyama, nel suo libro, e i politici fautori ad ogni livello di questa impostazione hanno ignorato la variabile fondamentale che avrebbe spiegato tutto il resto: lo Stato, la sua importanza storica e intrinsecamente politica contro la quale il mercato e la società del libero scambio si sarebbero inevitabilmente infrante.

leviathan_frontispieceLeviatano, il grande dimenticato da certo pensiero politico liberale 

Si può anche ritenere che la cornice che sostiene le attuali istituzioni pubbliche possa essere altra e differente da quella rivendicata con forza e coercizione dal monopolio della sovranità. Vale però osservare come l’intuito dei teorici dello stato nazionale, da Macchiavelli a Carl Schmitt passando per Thomas Hobbes, sia stato quello di relazionare le politiche pubbliche al concetto di potere. Inoltre gli studi più recenti di scienza politica hanno mostrato come sussista una robusta correlazione tra le ideologie politiche e le forme di governo che le permeano. Questo implica una questione per anni lasciata sospesa dai teorici dello stato di diritto e cioè che il governo della legge è esso stesso il riflesso di decisioni politiche prese secondo una certa impostazione ideologica. In altre parole, non esiste il “pilota automatico”, quel meccanismo basato sulla riconduzione di tutti i diritti al principio di legalità, perché lo stesso principio di legalità è frutto di una decisione discrezionale del potere politico. Lo stesso dicasi per le regole del mercato che restano ancora oggi discrezionali e concordate con accordi fra stati.

carlschmittpurple

Carl Schmitt, grande critico del liberalismo giuridico

Sotto questo aspetto i liberali di vario genere mostrano da sempre una certa ostilità nei confronti delle disposizioni che non sono conformi ai loro valori: si disconoscono, per esempio, dal contratto egemonico, asimmetrico e gerarchico che si viene inevitabilmente a instaurare tra l’autorità statale e i suoi cittadini. Inoltre ritengono che la precondizione dell’autorità siano i suoi sudditi, figli dell’ordine spontaneo e delle libere scelte decentralizzate, più che del verticismo pubblico. Per questo la presenza dello stato nell’economia secondo i teorici del liberalismo deve essere ridotta il più possibile (Stato minimo) e anzi, secondo una variante del pensiero liberale – in particolare per i libertarian americani – lo Stato dovrebbe essere destituito di ogni funzione, per lasciar spazio alla società civile e alle libere iterazioni fra individui. Ma così facendo si andrebbe incontro ad un autentico ossimoro. Infatti, il potere al quale non si sfugge, anziché dal pubblico dominio, verrebbe esercitato dai rapporti di forza tra privati, ricreando così le premesse di quello stato di natura “della guerra di tutti contro tutti” che proprio con l’organizzazione statale si voleva abbandonare. L’autorità non può essere abolita, forse può assumere forme diverse, essere più o meno concentrata, ma è nella natura dell’uomo esattamente come l’amore verso la propria libertà.

mises-hayek (1)

Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, due campioni del liberalismo novecentesco della Scuola Austriaca, profondamente avversi all’intervento dello Stato in economia 

Non a caso anche la dottrina comunista di Marx nell’Ottocento ha rimesso al centro lo Stato utilizzandolo come strumento di lotta e di emancipazione della classe proletaria. Solo che in Marx e nel socialismo reale hanno prevalso le istanze revisioniste, potenzialmente pericolose quando si tratta di ulteriore domanda di potere. La fase successiva infatti per i regimi totalitari consiste nell’assorbimento dello Stato-apparato e di tutta la sua burocrazia, scavalcati e sostituiti dal partito unico, negatore di qualsiasi pluralismo. In questo modo viene a crearsi quella macchina infernale e perfetta che ha avuto nello stalinismo e nel nazismo i suoi volti più compiuti e dagli effetti nefasti. La natura del neoliberismo è diversa perché non ha tra i suoi desiderata il controllo totalitario sulla società, ma è totalizzante nella misura in cui governa in nome e per conto della società aperta e, allo stesso tempo, contro i suoi nemici. E’ curioso che tra questi ultimi ci sia proprio lo Stato nazionale, che finora anche per i neoliberali che lo hanno messo alla gogna pare essere l’unico elemento in grado di garantire stabilità, superando quell’unione degli egoismi tanto invocata che ci farebbe tornare all’età della pietra.