Ci sono due tedeschi, due francesi, un olandese, un belga e un irlandese che dirigono un fondo salva-stati. Se ci fosse anche un italiano sarebbe il più classico degli incipit da barzelletta. Ma l’italiano non c’è e questo sfortunatamente non è uno scherzo da commedianti, ma un incubo messo nero su bianco. Dello European Stability Mechanism (abbreviato in ESM o MES) avevamo già parlato, alla luce dell’avvento della sua bozza di riforma alle Camere, di quanto emerso durante l’audizione di Galli in Commissione bilancio e delle inequivocabili parole tutt’altro che rassicuranti giunte persino dal governatore Ignazio Visco nel merito del fondo. Peccato che, nonostante la primaria rilevanza del caso, che già di per sé avrebbe dovuto scalare le vette dell’agenda setting di ogni testata prestandosi a pagine e ad ore di dibattiti e approfondimenti, soltanto risse in aula alla Bud Spencer e Terence Hill e le invettive sceniche del leader leghista contro il Premier abbiano sortito un effetto lontanamente soddisfacente.

A farla da padrona è stata tuttavia una bagarre politica che solo nelle ultime ore ha tirato fuori il meglio della parte euro-invasata della classe dirigente italiana, pronta a sventolare la bandiera bianca della “serietà e credibilità” all’affacciarsi di ogni possibile argomento di scontro con l’asse Parigi-Berlino, accompagnato dalle consuete sinfonie di spread e mercati. Scontato dover specificare che alla loro distorta idea di credibilità corrispondono, non necessariamente in ordine: benestare a qualsiasi condanna, resa incondizionata, genuflessione eterna.

Membri del “Management board” (in ordine da sx a dx): Rolf Strauch, Christophe Frankel, Françoise Blondeel, Klaus Regling, Kalin Anev Janse, Sofie de Beule-Roloff e David Eatough

 

Le origini del male

Va chiarito immediatamente, con buona pace di chi crede oggi di poter pattuire la migliore condizione possibile, che il MES non è mai stata cosa buona nemmeno nelle sue fasi più embrionali. Nato come collettore di fondi e meccanismi già preesistenti (Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria e Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria) nel 2011, quando al Consiglio Europeo presenziava Silvio Berlusconi, e ratificato sotto il tecnogoverno Monti l’anno successivo, sin dal testo originario se ne comprende la natura del tutto eversiva rispetto ad ogni ordinamento giuridico post-illuminista. Certo, occorre un impulso masochistico-nichilista per leggere un qualsiasi trattato europeo, ma è un esercizio che è necessario fare per scoprire quali bocconi al cianuro sono stati inseriti al suo interno, a maggior ragione se la narrazione odierna che ci viene restituita è composta da falsità e maldestri tentativi di rabbonimento delle genti. 

Di base si tratta di un’organizzazione intergovernativa su accordi in materia monetaria e finanziaria, pertanto non di un classico trattato europeo; molto più simile ad una società per azioni, dotata di consiglio d’amministrazione, piuttosto che un’istituzione pubblica, che dovrebbe avere l’obiettivo di porre rimedio alle crisi d’insolvenza dei paesi firmatari della zona euro erogando prestiti con precise condizioni di restituzione e status del debito pubblico. La sua struttura ed organizzazione non sono affare secondario, poiché da queste dipendono le sue funzioni operative. Ogni stato diventa parte del MES come investitore, essendo titolare di quote di partecipazione proporzionate alla propria “rilevanza” all’interno del meccanismo, avendo cioè versato la propria contribuzione dell’ordine di miliardi di euro, con l’obiettivo di giungere ad un capitale totale (per il momento) di 700mld circa. I due paesi con la contribuzione maggiore sono Germania e Francia, segue l’Italia con un 17% di partecipazione e 14mld € attualmente versati sin dal 2012.

Ebbene, nonostante al Board of Directors sieda un italiano, Alessandro Rivera, già Direttore del Tesoro, e al Board of Governors siedano i Ministri delle Finanze di ogni stato, al tavolo decisionale, il Managing Board, quello che conduce costantemente i lavori del MES, non ve n’è traccia. Si tratta di un manipolo oclocratico del nord Europa, eletto dal signor nessuno, come ogni altro organo all’interno di questa struttura, a tenere le redini del Fondo Monetario Internazionale in salsa europea, il tutto capitanato dal 2010 dal tedesco Klaus Regling, reduce proprio da una brillante carriera nel FMI ed economista protagonista in patria negli anni d’oro dello SME e del Trattato di Maastricht, il cuore del sistema Euro.  

Quindi, non solo non vi è alcuna ramificazione di questa organizzazione che sia eletta, ma le disposizioni generali previste dal Trattato certificano, senza voler esagerare, la sospensione dello stato di diritto. Come? Tramite l’immunità “da ogni forma di giurisdizione” (sì, l’hanno scritto davvero) del personale e del consiglio d’amministrazione, l’inviolabilità degli archivi, dei documenti e degli atti scritti (art.35), delle sedi e dei beni mobili e immobili posseduti, i quali possono essere acquisiti ed alienati in qualunque momento dal MES e non possono mai essere oggetto nemmeno di perquisizioni né di confisca (art. 32). Insomma, qualora dovesse avvenire un illecito, un sopruso, un fatto anche lievemente perseguibile secondo norme nazionali ed internazionali, non esiste organo giuridico che possa indagare prima e giudicare poi. Il MES sfugge, da trattato, ad ogni sistema di controllo e di giustizia. Firmando questo trattato diciamo addio alla separazione dei poteri (perdonaci Montesquieu) e diamo il bentornato allo stato assoluto pre-settecentesco di Regling la cui sovranità viene esercitata senza restrizioni né limitazioni, “a legibus solutus”, sciolto dal vincolo di obbedienza alle leggi. Eccolo il progressismo europeo, in tutto il suo splendore. 

Klaus Regling

 

Il prestito dello strozzino

Venendo al nocciolo, la concessione dei prestiti e le novità introdotte dalla riforma del MES, il quadro non può che precipitare ulteriormente. Anche qui, facciamo ricorso al testo del trattato, letteralmente disseminato di polpette avvelenate già da principio. Teniamo ben presente che ogni atto di solidarietà da parte dell’Unione Europea, così come da organi ad essa correlati, non vengono mai fatti per puro volontariato e teniamo a mente anche che il circolo di prestiti monetari è sempre del tutto illogico, poiché i grandi fondi d’intervento come il MES (ma anche i più banali fondi e bandi europei per amministrazioni pubbliche e privati) sono composti dalle contribuzioni dei paesi stessi, spesso creando storture tra contribuenti e beneficiari; l’Italia ad esempio da anni è contribuente netto, al contrario di quanto vadano affermando piùeuropeisti vari in stile Tabacci, facendoci credere che l’Italia sia debitore e pertanto “debba perennemente qualcosa” alla sovrastruttura europea. 

Partiamo anche dal presupposto che dovrebbe essere più che sufficiente la BCE, in quanto unico ente emettitore di moneta nella zona Euro e garante dei debiti a doversi far carico, eventualmente, di disastrate situazioni creditizie causate per lo più da crisi di debito privato e assurde regole endogene, mentre l’unico compito statutario di cui si fa carico è sostanzialmente il mantenimento di un dato livello di inflazione, inferiore ma prossimo al 2% (fallendo anche in questo nonostante gli stimoli monetari del beatificato Draghi). 

Il prestito è attinto dal capitale complessivo del MES al quale gli stati hanno contribuito ed è previsto che l’Italia arrivi ad una cifra finale di 125mld € di regalia al fondo, nel frattempo in cui si discute di briciole di gettito e di deficit nella manovra finanziaria; si tenga presente che, per l’articolo 10, in qualsiasi momento è possibile incrementare il capitale, quindi chiedere ai partecipanti nuove somme di denaro a discrezione del Consiglio d’Amministrazione, mentre per l’articolo 9

i membri del MES si impegnano incondizionatamente e irrevocabilmente a versare il capitale richiesto dal direttore generale ai sensi del presente paragrafo entro sette giorni dal ricevimento della richiesta. 

La parte fondamentale del trattato oggetto di riforma ha riguardato la modifica delle modalità e delle condizioni di accesso al prestito, a partire dal vertice franco-tedesco di Mesenberg del giugno 2018, passando per le discussioni tenutesi all’Eurogruppo esattamente un anno fa, per approdare alla conclusione delle trattative nel giugno 2019. Dunque, per accedervi, previa valutazione della Troika in persona, tra Commissione UE, BCE e MES, con l’aggiunta di FMI, o come stato ti trovi tra quei pochi eletti che rispettano sin da subito le Precautionary Conditioned Credit Line, ovvero i limiti del debito pubblico (il celebre quanto antiquato 60% su PIL, anni di deficit inferiore al 3%, zero procedure d’infrazione in corso, ecc.), valutabili a totale discrezione di quel CdA nordista sopra citato, per cui qualora il tuo debito venisse ritenuto sostenibile potresti comunque avere accesso al credito, oppure lo ristrutturi tramite le CACs.

Queste Clausole di Azione Collettiva inserite nei contratti di sottoscrizione del debito pubblico per la sua ristrutturazione, adottate dal 2013, si presentano come regole prescrittive sine qua il prestito non può essere concesso e sono state la parte maggiormente toccata dalla riforma, passando da un’approvazione a doppia maggioranza alle Single Limb CACs, a maggioranza unica in base alle quote possedute dagli investitori (ricordate che Germania e Francia sono i maggiori detentori di quote?) entro il 2022. Perciò i nuovi titoli di stato nazionali, per trattato, conterranno dalla loro emissione una qualifica di rischio, un “rating” immediato altamente discrezionale… un toccasana per i mercati e le oscillazioni dello spread con il quale tenere paesi interi al cappio.

Si delinea un vero e proprio attacco al risparmio degli italiani: la ristrutturazione del debito sovrano italiano si attuerebbe tramite il taglio del valore di quei titoli di stato, che sono detenuti dal sistema bancario e dai risparmiatori sotto varie forme. Non solo gli istituti bancari, persino il pensionato, attraverso i fondi pensione, o chi semplicemente ha sottoscritto un’assicurazione è coinvolto in questo circolo vizioso di ristrutturazione del debito e perdita di valore dei titoli, il tutto senza poter evitare in ogni caso l’adeguamento alle PCCL elencate poc’anzi, né, udite udite, l’eventualità di bail-in. Un capolavoro. In quale altro modo si può definire un meccanismo che per aiutarti in una situazione d’insolvenza ti taglia le gambe, andando a costituire il vincolo del vincolo alle politiche pro-cicliche perpetue, con il plauso della melma italica che imbraccia il vessillo della “credibilità”?

Resuscitare lo zombie

In definitiva, la migliore delle ipotesi possibile, è non rivedere mai più i miliardi già messi a disposizione del fondo-salva stati (dopo questa bella sintesi quanto risulta ridicolo tale appellativo?). Abbiamo avuto modo di constatare quanto sia infinitamente peggiore l’opzione di fare accesso al prestito in caso di necessità e quanto dalla firma iniziale, fino alla sua riforma, con l’autoimposizione delle Single Limb CACs e della sudditanza alle necessità di capitale imposte dal CdA, siamo entrati in un inferno dantesco. Sorge spontaneo però domandarsi qualche perché. Per quale motivo questo paese dovrebbe buttare soldi in un’organizzazione di cui, teoricamente, per il momento, non dovrebbe farne uso? Per quale motivo, a giudicare dai poderosi precedenti di speculazioni effettuate da istituti di credito del nord Europa che hanno alimentato debiti privati, dovremmo affiliarci ad un’organizzazione i cui futuri beneficiari non solo non saremo mai noi, ma non saranno nemmeno i cittadini e l’economia reale del paese bisognoso d’aiuto? Ma soprattutto, perché tutta questa pressione di chiudere tutti insieme appassionatamente, in sordina, il MES 2.0?

La ragione ci piove, come sempre, dall’alto. Mai come ora la Germania, nella figura del Ministro Scholz sta spingendo il piede sull’accelleratore delle riforme europee: MES e completamento dell’Unione Bancaria, con il terzo pilastro, la garanzia sui depositi, dopo i meccanismi di vigilanza e risoluzione unici. Alle condizioni tedesche, come ha avuto modo di spiegare in una lettera sul Financial Times, che comprendono revisione dei crediti deteriorati (NPL) detenuti dalle banche e valutazione dei rischi sul debito in base ai rating assegnati, un altro scacco matto al sistema bancario italiano, come ha evidenziato il Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana Patuelli:

È evidente che questo tipo di discussione non è accettabile: considero, insomma, la salvaguardia del concetto di non rischiosità dei titoli di Stato una sorta di linea del Piave. […] non mi stanco di ripetere la mia preoccupazione per le reiterate proposte che puntano a introdurre un indice di rischio sui titoli di Stato.

Tutto ciò mentre il vero malato della struttura finanziaria europea lo hanno in casa: quella bomba a orologeria chiamata Deutsche Bank, assieme alla sorellina Commerzbank, piene di prodotti spazzatura per cifre da capogiro, almeno 48 mila miliardi, con ricadute a domino su una miriade di istituti finanziari collegati ed un inabissamento del valore dei titoli sempre peggiore.  

È altamente verosimile, mettendo in ordine tutti questi elementi, che l’affanno nel voler completare tali riforme a “pacchetto” sia dovuto proprio alla necessità impellente di far resuscitare Deutsche Bank come il Lazzaro dei Vangeli. D’altra parte, al MES la Germania potrebbe avere un accesso facilitato per le sue precondizioni macroeconomiche in regola rispetto ai parametri obbligatori. Eppure i 700mld del fondo non basterebbero nemmeno nel miracolo più prodigioso per far camminare i morti tedeschi.

La questione politica

È la logica di pacchetto la ratio con la quale il MES 2.0 passerà. Perché passerà, salvo straordinari sconvolgimenti politici e crisi di governo, sebbene tanti ripongano la propria fiducia in ciò che potrebbe accadere in Parlamento. Effettivamente, in conformità con l’art.80 della Costituzione, il MES dovrà effettuare un passaggio nelle due Camere per esser votato, tuttavia attualmente si configura la maggioranza parlamentare per la sua approvazione in tutta serenità, tra le forze di sinistra ed un incravattato Movimento5Stelle. Difficile pensare ad un dietro front rispetto alle aperture odierne alla riforma, al massimo da rivedere nei dettagli o da rinviare, secondo Di Maio, o direttamente ad una spaccatura del partito, animata da chissà quali moti di redenzione verso il programma, in cui alla sezione esteri si impegnava formalmente nella “liquidazione del MES”.

La risoluzione parlamentare firmata Molinari-D’Uva, approvata nella seduta del 19 giugno 2019, prima del Consiglio Europeo competente al quale il Presidente del Consiglio Conte si sarebbe recato nei giorni successivi, poco importa non solo perché segno di un passato troppo vicino alla Lega dalla quale il Movimento intende distanziarsi ad ogni costo (come se ciò li portasse automaticamente ad essere più moderati verso sinistra) ma è altresì indiscutibile l’ipotesi di mettere in difficoltà il premier messo da loro stessi a garanzia di un governo impossibile. 

Ciò non toglie la gravità inaudita delle modalità con cui questa riforma sia stata trattata nelle sedi europee e si appresti ad essere ratificata. Secondo la legge Moavero è il Governo a dover

informare tempestivamente le Camere di ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi tra gli Stati membri dell’Unione Europea che prevedano l’introduzione o il rafforzamento di regole in materia finanziaria o monetaria o comunque producano conseguenze rilevanti sulla finanza pubblica.

Ora, se le occasioni di trattazione alle quali hanno presenziato Conte e l’allora Ministro delle Finanze Tria hanno avuto principio, come si ricordava sopra, nel giugno 2018 e sono divenute più operative nel novembre dello stesso anno, non si comprende perché la riforma del MES sia comparsa nel dibattito parlamentare solamente a giugno 2019, a giochi conclusi. E qui abbiamo subito una prima importante stortura. Gualtieri ha confermato la settimana scorsa che i dibattiti sul testo si sono chiusi il 21 giugno 2019 ed è da considerarsi inemendabile, pronto alla firma finale. Il Presidente Conte, a differenza dei rappresentanti di Finlandia ed Estonia, non ha chiesto alcuna riserva parlamentare. Seconda stortura. E la terza è la più grave, ovvero il fatto che non abbia tenuto fede nemmeno all’unico mandato parlamentare ricevuto, sebbene tardivo, che gli intimava di non procedere. Possiamo già immaginare il succo del discorso in Parlamento: scaricabarile, nonostante le prove formali d’infedeltà e prevaricazione all’ordinamento repubblicano e prove informali (l’iconico “Non firmiamo un cazzo” di Salvini via chat) e logica di pacchetto, per cui nessuno sbava ma costituisce un’ottima toppa sia per difendersi in un’assise parecchio infuocata che per salvare le voragini delle banche tedesche. Un vero affare, Presidente!