Quando, nel XV secolo, i banchieri italiani e fiamminghi cominciarono ad emettere titoli rappresentativi del credito in oro nei loro confronti, ciò deve essere parso uno straordinario balzo in avanti, un progresso per la società mercantile. Alla pesantezza delle monete si sostituì la leggiadrìa delle cosiddette “lettere di cambio”, antenate della carta moneta, a tutto vantaggio degli scambi commerciali.

A distanza di secoli, il sistema di emissione e di circolazione della moneta si è perfezionato. Banche internazionali e banche centrali, assegni, bonifici e bitcoin fanno sì che i sistemi di pagamento siano sempre più interagenti ed interconnessi, per rispondere alla dinamicità di un mondo globalizzato ed in continua evoluzione. Il sistema monetario, con riferimento alla sua unità costitutiva la moneta, dovrebbe vivere nel ventunesimo secolo il suo momento di massimo splendore, avendo raggiunto una perfezione non concepibile secoli addietro, sia per gli scarsi studi un materia sia per la mentalità dell’epoca. La moneta insomma, come strumento di pagamento, dovrebbe oramai assolvere in maniera eccellente il suo compito: rappresentare l’unità di misura con cui scambiare beni e servizi , agevolare gli scambi commerciali e garantirne l’efficienza.
La reiterazione dell’uso avrebbe dovuto garantirne il perfezionamento, ma è proprio dopo secoli di utilizzo della moneta che dobbiamo ammettere sconvolti il suo fallimento.
Invero già da molto tempo la moneta ha smesso di essere un pezzo di carta, strumento di pagamento, per divenire il tutto: significato e significante, mezzo e fine, oggetto e valore di scambio. La moneta, intesa nel significato di ricchezza, ha forgiato la nostra società con una tale forza che ora è sulla base di essa che si giudicano genti e paesi. Un uomo che non possegga abbastanza moneta non varrà nulla, perché è la moneta, prima di ogni altra cosa, a creare l’identità. Nella società consumistica del materiale l’identità non può essere costituita da valori ed ideali perché non potendo essere acquistati e dunque non avendo un prezzo, non valgono nulla. Automobili, abbigliamento di marca, l’ultimo modello dell’iPhone parlano agli altri di noi, e tutto questo la moneta compra ed altro ancora.
Se la metrica di giudizio è il denaro, l’aver posto la coscienza di sé al di fuori dell’individuo- e più precisamente dei beni costituenti l’extended-self- è la causa del declino morale dei tempi.

Un mondo senza moneta sarebbe di nuovo il mondo degli uomini, non più uomini tra le merci, ma uomini tra gli uomini. Sottrarre al denaro il fasullo quanto illusorio potere totalizzante che secoli di uso sconsiderato gli hanno attribuito, significa rivalutare l’uomo e la comunità, il lavoro dietro ogni prodotto o servizio. Non si tratta semplicemente dell’opinione sulla ricchezza che ciascuno di noi possiede, né di essere a favore o contrari al liberismo o del tentativo di ricostituire un’economia di stampo socialista, né ancora di stabilire chi debba stampare moneta.

Significa prendere coscienza del ruolo originario della sua moneta e della sua sistematica deriva. I consumatori, come si è avuto modo di illustrare più volte, sono sempre più consapevoli degli inganni del mercato e cominciano a rivelare i primi segni di insoddisfazione verso la società dei consumi, che promette la felicità ma è costruita in modo tale da disattendere puntualmente le proprie promesse. Un rinnovato interesse per l’eticità dell’agire economico, una riscoperta dell’artigianato e del fai-da-te, del baratto e del riutilizzo anima i consumatori. Lo stesso spirito pervade una singolare iniziativa tutta italiana- il mercato dei folli- lodevole quanto di grande impatto sociale che, al pari di ogni altra iniziativa di questo genere e ponendosi chiaramente controcorrente, non trova spazio di diffusione sui media. Il meccanismo di funzionamento è semplice: al posto della moneta si utilizza lo scec, buono locale 1. Lo scec diviene, nell’ottica dello scambio, oggetto di pagamento puro e semplice,nella comunità e di proprietà della comunità. Non è sicuramente il primo caso italiano ( lo stesso Giacinto Auriti fu promotore di un’iniziativa di questo tipo2), ma è singolare prima di tutto nel nome adottato.

Folli, così devono apparire agli occhi della maggioranza,inetta, totalmente assuefatta al consumo, impegnata nell’accumulo compulsivo di ricchezza e beni materiali. La vera follia, però, è quella del mercato così come lo conosciamo. Basato sulla dicotomia vecchio-nuovo per cui tutto ciò che è vecchio (ivi compreso le persone) ha valore nullo, continua ad immettere incessantemente sul mercato beni per la maggior parte inutili, destinati alla rapida obsolescenza.

Il mercato globalizzato è destinato a fallire perché si fonda su un paradosso: il lassez-faire liberista postula l’abbattimento delle frontiere, l’allargamento dei confini, la libera iniziativa come espressione della volontà individuale ma invece di creare questo, non fa che originare un mercato sempre più piccolo, fatto di precarietà e di povertà, dove di conseguenza la produzione ancor prima di arrivare sul mercato è destinata all’invenduto.
E se il mercato, con l’innovazione che tanto esalta promette un mondo nuovo, è sulle sue rovine che siamo seduti.

1Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito http://scecservice.org/site/index.htm

2http://www.disinformazione.it/giacinto_auriti.htm