Quando si parla di “Grandi Balzi”, i leader ed i membri del Partito Comunista cinese, il partito con il più alto numero di iscritti al mondo, rabbrividiscono. Non perché in Cina si è restii al progresso, o ostili al miglioramento: affermazioni facilmente confutabili , data l’incessante crescita socio-economica che ha investito la Repubblica Popolare nell’ultima decade. Ma perché con la denominazione di “Grande balzo in avanti”, si fa riferimento alla fallimentare politica economica di collettivizzazione  attuata dallo storico leader Mao Tse-tung, che portò nel 1960 ad una delle più gravi carestie che il popolo cinese abbia mai dovuto affrontare.

Oggi, nonostante l’immobilismo politico, la Cina non ha affatto paura di “Balzare in avanti”, attratta più che mai dagli appetibili profitti derivanti dalle aperture economiche al capitalismo. Il suo balzo, trainato da ritmi di crescita da capogiro, ha portato inevitabilmente la Cina ad oltrepassare i propri confini geopolitici, e di conseguenza ad aprirli al mondo occidentale, dopo gli anni di rigidità imposti dall’assetto bipolare instaurato dalla “Guerra Fredda”.

La Cina, da meta prediletta per la “delocalizzazione”, dato il basso costo del lavoro, sta diventando meta prediletta di investimento. In particolare, la città di Chongqing , situata nella parte sud-occidentale del paese, si sta configurando come la capitale mondiale dell’industria meccanica. La metropoli continua a crescere a ritmi più veloci della media nazionale: nel 2012, secondo le fonti del Governo cinese, la crescita nella sua area amministrativa è stata del 13,6%. Numeri che gli Stati europei, così come gli Stati Uniti, possono solo sognare. E gli investitori stranieri non stanno di certo a guardare:  10,53 miliardi di dollari di investimenti esteri nello stesso anno. Non a caso, dal 2011 è in funzione una linea ferroviaria  di 11 000 km che arriva direttamente nella tedesca Duisburg, rappresentando una rotta commerciale di immensa portata, con annesse facilitazioni alla dogana in modo da velocizzare i movimenti import export. Vedendo questi numeri, vien quasi da sorridere pensando alla TAV. L’Italia però, non resta con le mani in mano: non mancano nella metropoli gli investimenti Piaggio, Fiat, Iveco e Finmeccanica; inoltre ad autunno verrà aperto un consolato italiano  proprio nella città di Chongqing.

Ma gli investimenti al giorno d’oggi  non sono solo diretti in Cina, ma dalla Cina si propagano. Nel 2012 il capitale cinese diretto all’estero ha raggiunto quota 83,1 miliardi i dollari, con una variazione in positivo del 27,7% rispetto all’anno precedente. Il 33% di questi investimenti è diretto in Europa. Un caso emblematico è quello islandese: lo scorso mese, l’Islanda, lo “stato dissidente” che ha rifiutato il pagamento del proprio debito in gran parte detenuto da banche commerciali danesi, ha firmato un patto di libero scambio con la Cina. Ciò è senza dubbio un allontanamento dall’Europa, che all’insolvenza dell’isola ha contrapposto minacce, come la volontà di procedere ad un’esclusione totale dell’ Islanda dalle attività economiche comunitarie, rendendola di fatto “La Cuba d’Europa”.

Ciò che impressiona è che, quando la Cina si allontana dai propri confini, non lo fa di certo in sordina. La “possenza” dei suoi investimenti ne danno un carattere che, economicamente parlando, potrebbe definirsi di stampo “imperialista”. Ciò avviene soprattutto per settori chiavi, come quello minerario. L’estrazione del ferro in Australia è quasi monopolizzata dallo Stato cinese, che ha un bisogno continuo di materie prime da raffinare nelle proprie acciaierie, per non interrompere la produzione di beni di consumo. Ad alcuni “imperialismo” potrebbe risultare un termine esagerato, ma non mancano le “intrusioni” della Repubblica Popolare negli assetti politici dei suoi partner commerciali: nel caso australiano, la Cina ha richiesto alle autorità di Canberra di negare l’accesso al paese di figure dissidenti, e la facoltà di imporre ai propri studenti “fuori sede” l’organizzazione di comizi anti-Tibet.

Non mancano altri investimenti strategici: il mese scorso, il governatore dello Stato della California, in visita a Shanghai, ha chiesto la partnership cinese per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collegherà Los Angeles a San Francisco. Un progetto colossale, dal costo di 68 miliardi di dollari, proibitivo per le sole casse federali del Golden State. Indubbiamente strategica è poi l’acquisizione del 10% della società che gestisce lo scalo aeroportuale londinese di Heathrow.