Analizzare l’eziologia degli odierni squilibri economici è un’operazione complessa. Per tale ragione, sarà impossibile ricondurre gli squilibri ad una causa univoca, sanabile con una altrettanto univoca soluzione. Ritornare ad appropriarsi della leva monetaria e di quella valutaria, infatti,  non significherà godere di una panacea contro i mali economici che assillano il sistema internazionale. Un esempio? Il lungo lavoro che attenderà le generazioni future (ipotizzando che esse siano avverse all’autolesionismo) in materia di regolamentazione bancaria. Non sarà necessario un lavoro ex novo: si è solitamente portati a dire “le leggi ci sono, basta applicarle”, ma in questa specifica fattispecie sarebbe più consono affermare “le leggi c’erano, basta reintrodurle”.

La crisi statunitense del 1929  si abbattè anche in Europa, esacerbata dalla sempre più stretta interdipendenza delle due economie a seguito degli investimenti scaturienti dal Piano Dawes. La giurisprudenza americana rispose con il famoso Glass Steagall Act, legge che impose la separazione delle banche commerciali dalle banche di investimento, in nome della tutela del risparmio e dei risparmiatori. Le banche commerciali dovevano specializzarsi in operazioni di breve periodo, dal basso richio, limitandosi ad erogare credito alle famiglie e alle imprese. Le banche di investimento avevano invece un’ottica di medio-lungo periodo, agendo da intermediari fra i settori in surplus e quelli in deficit; esse erano più avverse al rischio, potendosi garantire una più vasta varietà di titoli e strumenti finanziari. Strumenti finanziari come i derivatitra cui gli illustri credit default swap (CDS) protagonisti di un’altra crisi, quella della 2008. La ring fencing, la separazione delle funzioni all’interno del sistema bancario, si contrappone alla visione tedesca di banca universale, ovvero despecializzata.

In Italia, tre anni dopo il Glass Steagall  Act, fu introdotta una (prima) riforma bancaria che, nonostante l’avversione dei regimi di destra radicale verso le plutocrazie, si indirizzava esattamente nella stessa direzione della norma americana. Vi è da dire che il fascismo fu sempre ostile alla daneistocrazia, prediligendo un controllo pubblico quasi monopolistico della gestione del credito. La riforma, sulla falsa riga del Glass Steagall Act, discerneva fra aziende di credito (banche commerciali) e istituti di credito (banche d’investimento). Si istituì una categoria creditizia sotto la voce di  Banche di interesse nazionale: esse costituivano il concretizzarsi della difesa del risparmio dei cittadini come interesse pubblico. Le banche di interesse nazionale erano infatti regolamentante dal diritto pubblico, erano ovviamente banche commerciali e non di investimento e non potevano fare credito al settore industriale, nè detenere partecipazioni presso aziende. Si può tranquillamente affermare che tale impostazione riuscì a calmierare il sistema creditizio italiano per tutto il dopoguerra, a parte rare eccezioni come lo scandalo del Banco Ambrosiano. La convizionzione che il risparmio dei cittadini sia interesse pubblico apparve però anacronistica, soprattutto a chi trainava le riforme neoliberiste partorite agli albori degli anni 80′ del secolo scorso.

Il sistema era diventato ormai obsoleto e l’integrazione europea, progenie dell’ammodernamento economico e statuale iniziato con la Thatcher, ci chiedeva di cambiarlo. Già, ce lo chiedeva l’Europa. Ecco perchè nel 1993 l’entrata in vigore del Testo unico bancario, abrogava la differenziazione fra banche commerciali e banche di investimento. Dieci anni dopo lo scandalo Mps riempirà i rotocalchi. Negli Usa il Glass Steagall Act fu abolito nel 1999 da un governo democratico, quello Clinton (l’involuzione delle sinistre, a quanto pare, è un fatto globale). Chissà dov’era Clinton alla fine del 2006, quando “esplodevano le bolle”. Gli operatori finanziari sono operatori razionali, non etici: emettere strumenti finanziari dove de facto si scommetteva che i propri clienti non riuscissero a ripagare il mutuo pur di coprirsi dal rischio ne è un esempio lampante. Se il disinteresse pubblico nel settori creditizio è da tutti auspicato, quando si tratta di svuotare le casseforti da titoli più tossici di una copertura di eternit le banche non esitano a sbracciarsi, animatamente, per attirare l’attenzione del salvifico Stato.