Il destino economico e finanziario venezuelano è indissolubilmente legato al commercio e all’utilizzo-su scala mondiale-dell’oro nero. Mai punto di partenza godette di maggiore saldezza prima dell’inoltrarsi nell’analisi di uno Stato. Secondo alcune stime, il paese sarebbe detentore di riserve provate per un ammontare di  298,3 mld di barili di greggio. Nella bilancia dei pagamenti venezuelana, petrolio ed affini costituiscono il 96% delle esportazioni. Cosa succede all’economia venezuelana quando il prezzo al barile cala vertiginosamente? Accade che le anomalie e la fragilità dell’apparato economico vengono evidenziate, estendendo il problema oltre  il semplice significato commerciale: quasi in un immediato effetto domino, è la situazione finanziaria del paese che rischia il deterioramento. Ed è allora che si inizia a parlare di default per un paese sudamericano diverso dall’Argentina; più precisamente, la domande da porsi è questa: sotto quale prezzo al barile il Venezuela sarà vittima di un crack finanziario?

Con un prezzo che si aggira intorno agli 83 dollari al barile (il più basso dal 2010), il sentore di allarme accende ed infiamma gli animi degli investitori internazionali: i titoli di Stato venezuelani hanno un tasso di rendimento vicino al 18%, ed i titoli  a 3 anni emessi dalla PDVSA (l’azienda petrolifera nazionale) rendono il 23,76%. Tassi di interesse così alti significano che tali titoli sono da considerarsi estremamente rischiosi, invogliando gli investitori a fare gentilmente a meno dell’acquisto. Da ciò  sussegue a sua volta una difficoltà per il Venezuela a trovare finanziamenti sul mercato a causa della nomea dei sui scenari economici futuri, su cui grava un debito sovrano di 35,4 mld di dollari. Ma il problema principale, ed in America Latina sembrano averlo capito al contrario dei paese membri dell’eurozona, è il debito verso l’estero, non il debito pubblico. Per acquistare beni esteri è necessaria valuta estera, e le riserve valutarie venezuelane per quanto riguarda le valute pregiate sono attualmente al di sotto dei 20 mld di dollari. A causa di numerosi contingentamenti alle importazioni, il paese soffre la mancanza di alcuni beni di necessità

Il vertice OPEC del 27 Novembre appare troppo distante: gli altri paesi produttori come l’Arabia Saudita, l’Iran e l’Iraq stanno mantenendo la quota di mercato vendendo greggio ad acquirenti asiatici a prezzi decisamente competitivi. C’è perfino chi, all’interno dell’OPEC, è pronto ad accettare un momentaneo abbassamento del prezzo al barile per colpire i competitors meno preparati come la Russia ed appunto il Venezuela. L’economia del paese ha necessariamente bisogno di differenziazione, per evitare contraccolpi di questo genere dalle fluttuazioni del prezzo della materia prima. Soprattutto se l’abbassamento del prezzo al barile può essere utilizzato come arma dai paese che non condividono la linea politica di Maduro.

Fra le cause dell’abbassamento del prezzo vi sono infatti una minore domanda mondiale coeva alle nuove modalità estrattive promosse guarda caso dagli Stati Uniti, come lo shale oil: l’estrazione del greggio anche da rocce impermeabili che consentirebbero agli Usa di produrre 4 milioni di barili al giorno in più. Resta il fatto che le politiche di esportazione del greggio in Venezuela non sono state portate al massimo dell’efficienza: le entrate statali per la vendita ammontano al 30% del bilancio dello Stato, ben al di sotto della media del 41% negli ultimi 5 anni. C’è chi accusa poi il costante rifornimento di greggio verso Cuba, in virtù di alleanze politiche che imbriglierebbero il pieno sviluppo economico del paese. Tagliando i sussidi petroliferi domestici e quelli cubani secondo Mr. Rodriguez di Bank of America il Venezuela riuscirebbe a resistere anche ad una discesa fino ai 60 dollari al barile. Russ Dallen (Caracas Capital Markets) sostiene invece che i costi di produzione per un barile di greggio venezuelano è di 66 dollari, pronosticando un collasso se il prezzo non ritornerà al di sopra dei 100 dollari al barile. Fa specie in questi giorni la notizia che il Venezuela importerà del greggio di bassa qualità dall’Algeria per diluire il greggio domestico estratto dalla faglia dell’Orinoco. Se prima veniva utilizzata la nafta per tale operazione, con l’aumento improvviso dell’inflazione e le difficoltà nell’importare, il prezzo di quest’ultima è salito eccessivamente rendendo più conveniente l’importazione del greggio nordafricano. Strano, ma vero.