E’ inopportuno parlare di passi avanti per un sistema economico senza specificare che i passi avanti sono quelli di un gambero: l’euro-zona e la sua architettura in questi 13 anni di moneta unica. Sappiamo che in Europa l’affidabilità dipende da una contabilità credibile, naturalmente trascurando una variabile endogena come il tempo, che oltre alla vita, segna senza dubbio anche le fasi di un ciclo economico.  Sappiamo anche che per restare in Europa, i rispettivi governi con il pilota automatico inserito, sono costretti a lavorare sul lato dei costi. Peccato che la correlazione tra costi e profitti è dipendente da un’altra variabile- anch’essa trascurata- che è appunto quella dei ricavi. Ma continuiamo per un attimo a seguire il ragionamento, fatto proprio praticamente da quasi tutti i governi europei- compreso Tsipras, il quale quando tra 4 mesi si ripresenterà per ottenere i finanziamenti avrà dalla sua una contrattazione più debole, in virtù del fatto che 4 mesi sono un timing, appunto, che ragionevolmente non consentirà alcuna accumulazione di risorse per pagare i creditori. Se seguiamo ancora per un momento il ragionamento propugnato da chi ci governa e cioè intervenire urgentemente sui costi giudicati troppo alti, allora sarà necessario fare riforme di offerta: accelerare sulle liberalizzazioni – in deflazione- creare flessibilità sul mercato del lavoro, attraverso per esempio il Jobs act visto che viene imputato al mercato del lavoro italiano di essere troppo rigido e sindacalizzato non solo rispetto ai parametri americani, ma anche a quelli dell’Europa del Nord

Non da ultimo visto che è entrata in vigore da poco l’Unione Bancaria europea, la conseguenza è quella di riformare le banche popolari trasformandole in Società per Azioni. Cosa c’è che non va nella logica di queste riforme? Dal punto di vista della Commissione europea che tra pochi giorni darà le pagelle su come ciascun paese sta procedendo, probabilmente poco o nulla. Dal punto di vista di chi invece ragiona e sa che l’unica giustificazione a qualsiasi azione umana è l’effetto che ci si attende da essa ( in questo caso alle riforme dovrebbe corrispondere una crescita economica) i dubbi e le perplessità si moltiplicano a vista d’occhio. Specie se sono le stesse persone che se ne occupano a confermare un impatto sul PIL del 3.5% nel 2020, ovvero tra 5 anni. L’unico fatto concreto quindi è che sostanzialmente a partire dalla crisi economica, l’Europa ha bruciato dietro di sé ben più di un decennio. Inseguendo naturalmente il lungo periodo (quello non si tocca). Ma visto che a noi piace raccontare la realtà- quella di ogni giorno- e non le ipotesi che ognuno di noi in modo del tutto soggettivo potrebbe farsi sul futuro, guardiamo la realtà: la crescita in Europa nell’ultimo periodo complessivamente ha ottenuto un + 0,3. Crescita che non dipende dalle riforme -quelle più o meno in fase attuativa- ma dal fatto che è “ un momento fortunato” se prendiamo come esogeni i bassi prezzi dell’energia dovuti al deflazionamento del petrolio e al basso cambio dell’euro, frutto di manovre di politiche monetarie “non convenzionali”. Tutto ciò riducendo le passività nette, accelera in qualche misura la ripresa. Altro discorso sono le stime preliminari sul PIL, tra l’altro orientate al 2020, un tempo troppo distante per poter affermare che ci sarà crescita

Naturalmente è una scommessa, assai rischiosa pensare che riforme imposte dall’agenda europea, le quali lavorano unicamente dal lato dei costi-mentre ricavi e fatturati restano fermi- avranno un impatto significativo sul PIL. E la colpa non è solo della recente crisi, di politiche restrittive improntate all’austerità che quindi procedono con una flessibilità che anziché i prezzi toccano inevitabilmente i salari, con il risultato che un calo dei redditi da lavoro, non può che incrementare le diseguaglianze e in definitiva abbassare gli investimenti e le innovazioni- visto che gli investimenti dipendono dai consumi e la propensione marginale al consumo è inversalmente correlata alle diseguaglianze economiche. Di più, è difficile ipotizzare uno spostamento tra settori, come di fatto è già avvenuto negli ultimi trent’anni. Questo perché oggi il problema si pone anche per il settore dei servizi e del terziario. Naturalmente molti economisti- notoriamente quelli che lavorano solo sul lato dei costi- esaltano questo “non sistema”. Per l’economista di Harvard, Gregory Mankiw per esempio i ricchi meritano di essere ricchi, gli squilibri non vanno corretti (perché la mano visibile non si deve intromettere). Gli squilibri vanno “liberalizzati” e naturalmente politiche economiche pro-cicliche vanno esaltate perché sono un valore aggiunto. Di più: sono una speranza. Solo che ora i gufi di queste politiche ne attendono ancora gli effetti. Ammesso che ve ne siano