Molti conoscono gli appellativi di scienza triste e filosofia dei maiali riferiti alla Teoria Economica. Pochi, tuttavia, sanno chi li ha coniati: lo scrittore Thomas Carlyle. Ancora di meno, infine, hanno idea del contesto in cui tali allocuzioni siano state inventate, né tantomeno cosa il loro autore volesse originariamente intendere. Il prolifico saggista scozzese, animo teso, fu funestato fino alla fine dei suoi giorni dalla nevrosi e da un tetro pessimismo. Praticamente agli antipodi dell’olimpico Goethe, del quale, curiosamente, fu il primo a diffondere gli scritti in Inghilterra. Carlyle, da ateo fortemente influenzato dalla malinconia calvinista, provava una grande ammirazione, quasi un’ossessione, per il pensiero tedesco e per l’Idealismo in particolare. Molto ci sarebbe da dire sul sistema di tale complesso autore.

Thomas Carlyle

Thomas Carlyle

Qui vale solo la pena ricordare che scrisse un’apologia della Rivoluzione Francese e che, nella sua opera più importante, il Sartor Resartus, teorizzò che il mondo sensibile fosse falso: un’ingannevole serie di apparenze, di abiti che bisognava bruciare. Inoltre fu un sostenitore della superiorità razziale dei popoli germanici. Per questo espresse le sue invettive contro la Scienza Economica: in un pamphlet del 1849 argomentava che l’abolizione della schiavitù nelle colonie fosse una perversione delle leggi di natura, poiché a suo avviso era normale e giusto che gli Europei opprimessero i selvaggi, che l’uomo forte si imponesse su quello debole. Carlyle definì -in polemica con John S. Mill, che aveva scritto contro la schiavitù nel suo On liberty (1859)- l’Economia come dreary and dismal science, poiché intendeva ridurre tutto ad un mero principio utilitarista basato unicamente sull’interazione delle forze della domanda e dell’offerta, privando così gli uomini delle loro aspirazioni morali.

Paradossale che un grande precursore della visione storica nietzschiana e di molti tratti propri della modernità fosse un così fervente oppositore del relativismo materialista odierno. Eppure, etimologicamente, così com’era inteso dai primi filosofi, un paradosso non è un lemma che contraddice le proprie premesse, bensì una manifestazione della Verità che infrange l’opinione comune, la doxa. La Storia si muove per paradossi. Il trionfo, autoproclamato, della Ragione dell’Illuminismo sfociò nei sanguinosi parossismi della stagione delle rivoluzioni borghesi del XIX secolo. La languida e trasognata irrazionalità del Romanticismo pose le basi per i nazionalismi del secolo scorso, i quali furono in seguito abilmente soggiogati da interessi di carattere mercantilistico. Non stupisce pertanto che un autore nettamente rivoluzionario si schierasse a difesa di un -seppur perverso- ordine morale esterno all’individuo. Anzi, forse questo potrebbe darci un’idea del livello cui oggi sia decaduto il pensiero occidentale.

John S. Mill

John S. Mill

Sappiamo bene che l’Economia nasce nel 1776 con la pubblicazione dell’Inquiry di Adam Smith. Questa data non è convenzionale, in quanto in tale saggio, oltre all’elaborazione di una rigorosa teoria della produzione e del commercio, per la prima volta viene esplicitamente indicata l’accumulazione di capitale privato come fenomeno trainante dello sviluppo economico e tecnologico. Un punto di svolta di significativa importanza. Sappiamo, inoltre, che Smith scrisse il suo imponente saggio con un fine primario di polemica contro i mercantilisti e che, almeno in un primo momento, non fosse del tutto consapevole della portata storica della sua opera. Ma risaliamo ancora più a monte. Con Smith avviene la definitiva scissione tra analisi economica e speculazione morale in senso stretto, ma furono numerosi i pensatori a lui antecedenti che trattarono temi quali il mercato, la produzione e la moneta. Il primo, non sorprendentemente, fu San Tommaso d’Aquino.

Il padre della tradizione filosofica europea prende le mosse dalla suddivisione aristotelica tra crematistica naturale e innaturale: gli uomini devono arricchirsi unicamente in conformità con le leggi che regolano il creato. La riflessione dell’Aquinate è incentrata sul concetto di giusto prezzo, ossia una proprietà oggettiva come presupposto del commercio: in uno scambio nessuna delle due parti deve ottenere un vantaggio maggiore rispetto all’altra. Il commercio è benefico per la collettività se e solo se ogni prezzo rappresenta un honestus quaesus. Nulla è arbitrario: il valore di ogni bene è espressione della communis aestimatio. In modo del tutto speculare viene definito il giusto profitto. Da qui fluisce facilmente la condanna dell’usura; la moneta è unicamente uno strumento inventato dall’uomo per facilitare il commercio, è un’istituzione del diritto positivo il cui valore è puramente convenzionale. Pertanto non è possibile, né tantomeno utile, stabilire un prezzo del denaro (altro che preferenza per la liquidità!).

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Poi i tempi sono cambiati, in cinque secoli ne accadono di cose. L’ascesa della classe media, l’inaridirsi della speculazione filosofica, l’Era dei Lumi, la “borghesizzazione” della cultura e delle arti. Man mano che l’Edificio di Aristotele va disfacendosi, il sapere acquista sempre più un carattere funzionalista. La nascita dell’Economia come scienza autonoma si colloca in un più ampio contesto di specializzazione che caratterizza quell’epoca. Sparisce la corte. All’antica aristocrazia si sostituisce una nuova, più spregiudicata oligarchia. All’artista-scienziato umanista succede il prototipo dell’accademico contemporaneo. Gli stessi scritti di Hume e Smith sono ovunque intrisi di pragmatismo. Ed è bene riflettere su questo prima di analizzare gli sviluppi del pensiero economico nei due secoli successivi.

Prendiamo, ad esempio, uno tra i più importanti terreni di scontro nella teoria macroeconomica: l’analisi dei prezzi. Da un lato abbiamo la teoria classica del valore-lavoro, il filo di continuità che lega, per sommi capi, Adam Smith a David Ricardo, Karl Marx e Piero Sraffa. A questo impianto concettuale si contrappone, naturalmente, quello utilitarista-neoclassico, sul quale si è successivamente sviluppato il pensiero mainstream, la vulgata attualmente predominante. Le differenze tra questi due approcci, così come le loro conseguenze per la politica economica, sono di enorme portata. Se il primo caso lascia alcuni gradi di libertà sui possibili funzionamenti del sistema economico, il secondo è assai più stringente sotto questo aspetto: se il valore dei beni dipende unicamente dall’utilità che essi stessi forniscono ai soggetti che operano sul mercato, qualunque allocazione abbia luogo, essa sarà sempre necessariamente la migliore possibile. Un simile panglossismo materiale si giustifica col seguente sillogismo:

I) Ogni prezzo riflette limpidamente le preferenze degli individui-agenti.

II) Il Prezzo in quanto tale rappresenta il fulcro del processo di mercato.

III) Sequitur: se gli individui-agenti avessero preferito una diversa configurazione degli scambi, tra quelle possibili, allora si sarebbero accordati di conseguenza.

E se, per assurdo, questo non dovesse realizzarsi, allora la colpa sarebbe di qualche granello di polvere (informazione parziale, asimmetrie temporali, etc…) negli ingranaggi di una macchina altrimenti perfetta. Così, qualunque ingerenza di un ipotetico settore pubblico, oltre che superflua, sarebbe anche ingiusta: perché mai danneggiare i poveri agenti economici con operazioni che non potrebbero mai migliorare la situazione, ma solo peggiorarla?

Piero Sraffa

Piero Sraffa

In Smith coesistono queste due componenti: quella microeconomica, dell’equilibrio competitivo individualista, e quella macroeconomica, della spiegazione dei prezzi al dettaglio sulla base dei costi di produzione -soprattutto i salari. E come conciliarle? In realtà non ce n’è nemmeno bisogno. Storicamente, come detto prima, l’opera del 1776 non può non risentire degli influssi razionalisti dell’epoca. Infatti, la stessa spiegazione del valore alla luce del lavoro, illustrata nel quinto capitolo del primo libro e divenuta famosa con la frase:

 Il lavoro, pertanto, è la reale misura del valore di scambio di tutte le merci

è dovuta a Locke, ovviamente derivata da quest’ultimo nel suo contesto strettamente contrattualista. Successivamente, all’inizio dell’Ottocento, la teoria smithiana fu raffinata da David Ricardo. Il grande nemico delle tariffe e dei dazi non contestava la sostanza, che lasciò inalterata, bensì un dettaglio da cui scaturiva una contraddizione interna. Ricardo rigetta il principio di additività: mentre per il suo predecessore scozzese i prezzi sono formati dai salari più il costo del capitale fisso più il margine di profitto, secondo lui, invece, il valore dei beni scambiati sul mercato è dato quasi totalmente dal costo del lavoro, mentre le ultime due voci sono determinate in modo residuale. Il pensiero di Ricardo ebbe in Inghilterra una vasta risonanza, soprattutto perché si trovò -involontariamente- a fornire una legittimazione teorica alle pretese dei primi movimenti socialisti, che negli ’30 e ’40, ben prima dell’affermazione del metodo scientifico marxista, cominciavano già a creare tensioni.

Per contro, gli epigoni di Bentham in quegli stessi anni avevano già gettato le basi per una teoria del valore soggettivista, che spiegasse i prezzi alla luce della domanda. Nel Continente, nei due decenni successivi, Jules Dupuit e Hermann Gossen applicarono estensivamente l’utilitarismo all’analisi economica. Tuttavia, prima che il principio dell’utilità marginale fosse da tutti riconosciuto dovevano passare ancora più di vent’anni. Molti studiosi di estrazione marxista sostengono che il massiccio appoggio all’affermazione dell’ortodossia neoclassica alla fine del 1800 fu un’abile operazione adottata dalla classe dominante per blandire culturalmente le aspirazioni della classe operaia. Difficile stabilire il grado di consapevolezza con cui maturò questo processo, ma non si può nemmeno negare che il pensiero degli uomini risenta sistematicamente di fattori istituzionali.

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham

Non c’è bisogno di riassumere qui l’evoluzione delle teorie neoclassiche dell’equilibrio generale nel corso dell’ultimo secolo. Il punto, però, è che tale pensiero economico resistette pressoché indenne alla ciclopica mole delle critiche che gli furono mosse, semplicemente ignorandole stoicamente e trincerandosi dietro un parossistico formalismo matematico. Ma non è finita qui. Sarebbe superficiale liquidare il discorso come la strenua difesa dell’indifendibile da parte di chi intende coltivare assertivamente il proprio interesse. C’è molto di più, c’è un’ostinazione ideologica non conforme a schemi di comportamento razionale. Non è così lineare che un giovane intellettuale, Lionel Robbins, nei mesi in cui la disoccupazione nel suo paese sfiorava il 20%, avesse l’ardire di definire l’Economia come la scienza che studia come ottimizzare l’uso di mezzi scarsi destinati a scopi alternativi. E cosa dire di un altro accademico navigato, Milton Friedman, che, messo di fronte alla risibilità di alcune ipotesi sul comportamento delle imprese, rivendicò apertamente che una teoria economica non deve essere realistica, ma basta che sia utile nel fare previsioni?

Andando più indietro, fino agli albori della rivoluzione neoclassica, troviamo il radicamento dell’esiziale convinzione -non esente da influssi darwinisti- che l’Economia dovesse avere il rigore metodologico di una scienza naturale e sperimentale, che la società e l’uomo fossero da considerare alla stregua di un sistema fisico. Léon Walras e Stanley Jevons suggerirono di cambiare il nome alla disciplina, da Political Economy a Economics, per enfatizzare questa svolta. La meccanica degli atomi sociali doveva essere nettamente indipendente dalla morale. Tale pretesa machiavellica germoglia direttamente dal consequenzialismo di Jeremy Bentham -le azioni umane non vanno giudicate dalle intenzioni, ma dai risultati che producono- e trova la sua completa maturazione nelle teorie dei grandi libertari americani, in tutte le loro sfumature e declinazioni. Dai toni più egalitari del contrattualismo di John Rawls, sino al loro totale rifiuto da parte di Robert Nozick e Friedrich von Hayek, il filo conduttore è sempre lo stesso: non esistono il bene e il male, esiste solo l’utilità (materiale). Ecco che tutto si tiene.

Milton Friedman

Milton Friedman

Il consolidamento di un’ideologia, o, più propriamente, di un sistema di ideologie, richiede tempo. Ripetiamo: il contesto intellettuale in cui Smith operava, individualista ed utilitarista, contiene in nuce la motivazione per la separazione tra l’economia, pratica, e la morale, teorica. E questo non può non portarci ad un altro agghiacciante paradosso: il liberalismo filosofico, alla lunga, non può che ridursi al liberismo economico. I vati della morale della libertà dell’uomo, in tutte le epoche, sono sempre finiti a sostenere la libertà dell’uomo dalla morale. Prima, da Descartes in giù, si è provveduto a meccanizzare il mondo, a ridurre tutto ad un principio di contabilità individuale. Poi, una volta tranquillizzati gli uomini che il meglio per loro è ottimizzare la propria utilità, il proprio piacere materiale, perseguire la massima soddisfazione per il maggior numero di persone, non c’è stato più alcun bisogno di continuare a coltivare la filosofia e la morale: è bastato perseverare nello studio della scienza economica affinché si realizzasse il migliore dei mondi possibili.

Ecco che l’individualismo ontologico priva gli uomini della loro individualità: tutti devono soggiacere alle leggi della meccanica, tutti identicamente, e nessuno può, per natura, comportarsi altrimenti. Insomma, l’economia neoclassica è soltanto più coerente con le proprie premesse, rappresenta solo uno stadio più avanzato di una tendenza preesistente. Se la teoria del valore dei vari Smith, Ricardo, Malthus e Marx non era utilitarista, sicuramente lo era il loro modo di intendere l’agire umano nel suo complesso, la loro weltanschauung.

Thomas Robert Malthus

Thomas Robert Malthus

J. M. Keynes ne La fine del laissez-faire (1926) individua e tratta le origini filosofiche e culturali del liberismo contemporaneo. L’importanza della sua analisi risiede, oltre che nella ricostruzione storica, nel riconoscere un ruolo di secondo piano alla natura tecnica, rispetto a quella umana, del problema: a suo avviso negli anni a venire il dibattito si sposterà più su questioni piscologiche o morali. L’intera argomentazione, tuttavia, non riesce ad andare troppo in profondità. Egli nota che:

Da qualche parte, in Europa, c’è una reazione latente, abbastanza diffusa, contro l’incoraggiamento e la protezione degli interessi monetari degli individui come unico fondamento della società.

ma non indaga oltre. Riconosce un’inquietudine di fondo e che:

Ci manca uno sforzo intellettuale per comprendere i nostri sentimenti. […]  Abbiamo bisogno delle nuove convinzioni che nascono spontaneamente da un sincero esame dei nostri sentimenti rispetto alla realtà.

Eppure stenta a vedere quest’inquietudine come sintomatica di un’epoca. Insomma, pur non individuando il nucleo del problema negli aspetti tecnici, contingenti, il saggio non si allontana mai definitivamente da questi. La natura dello Stato è sondata solo al livello pratico e le argomentazioni filosofiche svolgono un ruolo ancillare. La psicosi contemporanea ha radici molto più remote di quanto l’economista di Cambridge potesse immaginare. Una riforma della materia non può non passare per una valutazione critica del pensiero umano degli ultimi quattro secoli. È stato problematico svincolare l’analisi del commercio, della moneta e della produzione dalla morale e dalla filosofia generale e oggi ne paghiamo le conseguenze.