Settimana molto movimentata per i mercati finanziari con chiusura in profondo rosso per le maggiori borse, ad eccezione del Nikkei in terra giapponese. A far sprofondare le borse è stato soprattutto l’inarrestabile crollo del petrolio che continua ad accentuare, in particolare, la crisi che sta investendo l’economia russa, con il rublo allo sbando nonostante gli interventi della banca centrale moscovita. Nel Vecchio Continente i mercati e le istituzioni europee guardano preoccupati all’instabilità politica greca, con Atene ad un passo dalle elezioni anticipate in febbraio (nel caso le presidenziali di mercoledì prossimo non andassero a buon fine) e il partito Syriza di Tsipras in testa nei sondaggi.

La paura degli investitori si è riflettuta nel tracollo dell’ASE (Athens Stock Exchange) che nel giro di una settimana ha perso il 20%, per un totale di -29% da inizio anno: un record negativo secondo soltato al -44% della Borsa di Mosca. A spaventare la community finanziaria sono i piani del partito di Tsipras che, qualora andasse al potere, chiederebbe una ristrutturazione del debito greco (circa 330 miliardi di euro, pari al 177% del PIL) del 70%-80% al fine di alleviare le politiche di austerità. In tale (improbabile) caso, a perderci sarebbe in primis la Germania, che detiene una quota maggioritaria (27%) del fondo salva-stati (il famoso ESM) il quale detiene, a sua volta, una grossa fetta del debito greco. L’annunciata alternativa alla ristrutturazione è l’uscita dalla moneta unica, pur non essendo Syriza per principio contro l’Euro e contro l’Europa. Quello che appare ai mercati è, dunque, uno scenario propriamente tragico, dal momento che entrambe le ipotesi porterebbero a conseguenze finanziariamente imprevedibili. L’incertezza si è manifestata, oltre che nel netto crollo in borsa, anche nella curva dei tassi che è tornata ad essere invertita (ossia tassi a breve termine più alti dei tassi a lungo termine), indizio di forti pressioni speculative che anticipano, di solito, la bancarotta. Bruxelles, preoccupatissima per le sorti del popolo ellenico, ha democraticamente invitato all’assenatezza, con Juncker che ha pregato i greci di non votare in modo “sbagliato”.

L’imminente ammutinamento di Atene, “quiescente” negli ultimi due anni sotto il peso dell’austerity, complica ulteriormente il puzzle dell’economia europea, con una Bce incapace finora di trovare soluzioni efficaci per porre fine alla trappola della liquidità di cui l’Europa è prigioniera. Anche la seconda puntata del piano TLTRO (tageted long-term refinancing operations), che ha avuto luogo in settimana, si è risolta in un flop. Rispetto ai 400 miliardi di finanziamenti previsti dalla Bce, la domanda effettiva da parte delle banche è stata di poco superiore ai 200 miliardi di Euro. L’Eurotower si trova, così, sempre più sotto pressione e il quantitative easing si profila come soluzione forzata, con tutte le implicazioni che ne deriverebbero a livello dei trattati.
Se Atene vacilla, Mosca è allo sbando. Il crollo del petrolio (sceso sotto il 60 dollari al barile, per una flessione da inizio anno del 45%) continua ad alimentare la speculazione al ribasso sul rublo che in settimana a toccato quota 57 rispetto al dollaro e quasi 72 rispetto all’euro. Considerato che il cambio rublo-euro si attestava intorno a 50 fino ad ottobre, ciò vuol dire che nel giro di tre mesi la valuta russa ha perso un terzo del suo valore, nonostante gli sforzi della Banca Centrale che sta dando fondo alle sue riserve “per togliere la voglia agli speculatori di giocare con le fluttuazioni”, come ha affermato il presidente Putin. C’è chi vagheggia un possibile crac simile a quello del 1998, quando la Borsa perse il 70% e l’inflazione galoppava all’80%. Il rischio di perdere le redini dell’inflazione (al momento vicina al 9%) è alto e per questo la Banca Centrale ha provveduto ad alzare i tassi di 100 punti base, al fine di contrastare le pressioni inflattive e sostenere il rublo. Il caso russo dimostra che, in questo modello di moderna guerra senza sangue e senza armi, la battaglia contro lo strapotere dei mercati si conferma spossante ed esasperante.

Come anticipato in apertura, il crollo del petrolio e la la polveriera greca hanno contribuito alla chiusura in profondo rosso anche per le borse dell’Europa Occidentale. Maglia nera per Milano che cede il 3.13% con Londra, Parigi, Madrid e Francoforte tutti in perdita oltre il 2%. Per quanto riguarda l’orbita di Piazza Affari, Standard&Poor’s, dopo aver declassato il debito italiano, ha provveduto a tagliare il rating delle Generali da AA- a BBB+, mandando su tutte le furie i vertici che hanno accusato l’agenzia di aver applicato in maniera indiscriminata un modello che non tiene conto della reale posizione finanziaria della compagnia assicurativa. A pesare sembra essere soprattutto il giudizio negativo espresso da S&P la settimana scorsa sull’Italia in toto. Molto scalpore hanno destato anche i rumours su un possibile trasferimento di sede fiscale e legale per la Ferrari, prontamente smentiti da Fiat Chrysler Automobiles il cui titolo ha viaggiato sulle montagne russe perdendo più del 6% nella giornata di mercoledì.  Se anche dall’altra parte dell’Oceano, Wall Street chiude in rosso, appesantita anche lei dalle vicende europee (Dow Jones -1.79%), nel Lontano Oriente il Nikkei si attesta, eroe solitario, in territorio positivo (+0.66%). Nonostante l’economia reale stia mettendo in luce le debolezze dell’Abeconomics, sulla quale molte parole di speranza sono state spese, la borsa di Tokyo non sembra affatto risentirne. La settimana scorsa l’indice aveva superato quota 18mila punti per la prima volta dall’estate 2007. La schizofrenia dell’economia giapponese è evidente: un PIL che non riesce a risollevarsi (-1.9% nel terzo trimestre, -6.7% nel secondo) contro una finanza galoppante. Una schizofrenia che in fin dei conti non è solo giapponese. È la schizofrenia dell’economia contemporanea.