Di franco CFA si è parlato molto, e spesso male. Nel dibattito italiano si nota un po’ di immaturità nei toni della discussione e nella sua politicizzazione. Servono interventi autorevoli e seri, soprattutto dal punto di vista scientifico. È con questo spirito critico che abbiamo preso fra le mani un libro recentemente pubblicato da Fazi Editore, intitolato L’arma segreta della Francia in Africa – Una storia del franco CFA. Gli autori sono Fanny Pigeaud, giornalista indipendente francese, e Ndongo Samba Sylla, giovane economista senegalese.

Pubblicato nel 2018 in Francia e tradotto dal francese da Thomas Fazi, questo volume entra nella scena politico-economica italiana forse nel momento migliore. Placate le acque della polemica scatenata dai Cinque Stelle, l’interesse per il franco CFA è tuttora vivo e intenso. I tempi sembrano maturi per un’analisi corretta dal punto di vista storiografico ed economico e questo libro si rivela essere un buono strumento a tal fine.

Chiariamo subito una cosa. Si tratta di un libro a tesi: gli autori ritengono il franco CFA dannoso per le economie africane e dichiarano fin da subito la loro opinione, per poi sostenerla attraverso argomentazioni storiche, politiche ed economiche. Non aspettatevi un freddo volume di teoria economica. La materia è calda e impegna a dare giudizi chiari.

D’altronde nel dibattito pubblico dei Paesi che adottano il franco CFA il tema non è più un tabù. Circoli di intellettuali ed economisti lo hanno criticato aspramente negli ultimi anni. Anche nella cultura popolare si sono diffusi attacchi a quello che viene visto come uno strumento di dominazione da parte della vecchia metropoli. Nascono movimenti di cittadini che lo contestano attivamente, come quello lanciato da Kemi Seba, che nell’agosto del 2017 bruciò un biglietto da 5000 franchi CFA durante una manifestazione a Dakar. Seba in seguito fu arrestato e poi espulso dal Senegal. Ma si sa, alle idee non si possono mettere le manette.

La prima cosa che gli autori ci fanno scoprire nel libro è che non esiste un solo franco CFA, bensì tre diversi franchi africani sottoposti alla tutela francese. Esiste il franco della Comunità Finanziaria Africana: è la moneta dell’Unione Economica e Monetaria Ovest-Africana (UEMOA), di cui fanno parte Senegal, Guinea Bissau, Mali, Costa D’Avorio, Burkina Faso, Benin, Togo, Niger. Vi è poi il franco della Cooperazione Finanziaria in Africa Centrale, che è la valuta della Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale (CEMAC), di cui fanno parte Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon e Guinea Equatoriale. Infine, abbiamo il franco delle Comore.

I Paesi che utilizzano queste valute fanno parte della zona del franco e sono soggetti a diversi legami politico-economici con la Francia, con la quale costituiscono formalmente una zona di cooperazione monetaria. Ma gli autori mostrano come in realtà, più che di cooperazione, sarebbe più corretto parlare di resa di sovranità dei Paesi africani alla Francia.

La zona del franco nacque nel 1939, per permettere alla madrepatria di gestire in modo accentrato le monete del suo impero coloniale. Nel 1945 nacque invece il franco CFA, con la seguente parità: 1 franco CFA = 1,70 franchi francesi. Ma già dall’inizio emersero delle storture. Il cambio fisso non teneva conto delle specificità dei diversi Paesi aderenti ed era inoltre una valuta fortemente sopravvalutata. “Il franco CFA (…) fu effettivamente progettato in maniera tale da consentire alla Francia di riprendere il controllo delle sue colonie”, che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano diversificato i loro rapporti commerciali e avevano guadagnato spazi di autonomia dalla metropoli. Grazie a un franco CFA sopravvalutato i prodotti della Francia sarebbero risultati più convenienti per le colonie, permettendo alla Francia di recuperare quote di mercato. Inoltre, la sopravvalutazione della valuta avrebbe scoraggiato le esportazioni delle colonie verso il resto del mondo. Esse dunque avrebbero dovuto riorientare i flussi commerciali in uscita verso la metropoli.

Il franco CFA non segnò la fine del “patto coloniale”, come affermava il ministro delle Finanze francese Pleven, ma lo rafforzò. Inoltre, ogni volta che il franco francese si svalutava, automaticamente ciò si ripercuoteva sul franco CFA. Perciò, esso risultava essere un semplice multiplo del franco della metropoli. Il franco CFA sopravvisse anche alla formale indipendenza del 1958, quando le colonie francesi in Africa subsahariana, ad eccezione della Guinea, aderirono alla Comunità francese ideata da De Gaulle.

In verde: Franco CFA (UEMOA); in rosso: Franco CFA (CEMAC)

Dopo questo breve excursus storico, gli autori illustrano il funzionamento del franco CFA nel capitolo più tecnico del libro, ma anche più significativo dal punto di vista economico. Qui essi spiegano che essenzialmente il franco CFA si basa su quattro principi fondamentali. Il primo principio è la parità fissa dei cambi fra la valuta francese e i franchi CFA e delle Comore. Il secondo è la libertà di movimento dei capitali all’interno della zona del franco. Il terzo è la convertibilità illimitata: ossia il franco CFA può essere scambiato con la valuta francese senza restrizioni. Ma, al di fuori della supervisione del Tesoro francese, il franco CFA non è convertibile. Infine, l’ultimo principio è la centralizzazione delle riserve valutarie: le banche centrali dei Paesi che adottano i franchi CFA e il franco delle Comore devono depositare una parte delle loro attività estere presso il Tesoro francese. Altro fatto da notare:

sebbene la Francia sia un membro della zona del franco, non deposita le sue riserve esterne nello stesso “vaso comune”.

La chiave di volta di tutto il sistema è il conto operativo, un conto presso il Tesoro francese dove le banche centrali africane devono depositare la parte obbligatoria delle loro riserve valutarie. L’importanza di questo conto è data dal fatto che tutte le operazioni di acquisto o vendita di valuta estera contro franchi CFA passa attraverso di esso. Dunque, il Tesoro francese agisce come ufficio di cambio dei Paesi che adottano il franco CFA, che non è quotato sui mercati internazionali. In pratica, gestisce la porta di accesso al mondo di questi Paesi.

Dopo aver mostrato che la stabilità monetaria garantita da tale sistema ai Paesi africani nasconde in realtà numerosi difetti e problemi (in primis la limitazione del credito interno e le conseguenti ricadute negative sull’attività economica), gli autori raccontano le storie di numerosi leader africani i quali si sono opposti al franco CFA e, uno dopo uno, sono capitolati. Dalla Guinea di Sékou Touré al Mali di Modibo Keita, dal Togo di Sylvanus Olimpio al Burkina Faso di Thomas Sankara. Tanti sogni infranti di indipendenza e libertà, segnati dal sangue degli africani e da subdole operazioni francesi.

Nella seconda parte del libro, Pigeaud e Samba Sylla dimostrano come la Francia continui a tenere saldamente il comando del franco CFA e ne tragga numerosi benefici. Innanzitutto, rappresentanti francesi siedono nei consigli di amministrazione e in altri organi direttivi delle banche centrali dei Paesi che usano il CFA. Inoltre, la Francia ha in varie occasioni evitato di garantire concretamente la convertibilità illimitata che sarebbe chiamata ad assicurare. Ciò avvenne per esempio nel 1994, quando la metropoli, d’accordo con il Fondo Monetario Internazionale, impose alle ex colonie una svalutazione dolorosa. 

I benefici che la Francia trae dalla zona del franco sono di varia natura. Innanzitutto, come riportato anche in documenti e rapporti ufficiali francesi, il franco CFA garantisce alla madrepatria “mercati ampi e stabili” per le esportazioni e permette di acquistare materie prime nella propria valuta, potendo così conservare le proprie riserve estere. Inoltre, la Francia riveste una posizione di creditore privilegiato e le società francesi ed europee, grazie alla libertà di movimento dei capitali, possono rimpatriare senza limiti i profitti realizzati nella zona del franco. Nonostante la quota africana del commercio estero francese sia piuttosto bassa, le ex colonie africane pagano le loro importazioni dalla Francia “tra il 20 e il 30 per cento in più dei prezzi mondiali” e la Francia paga le sue importazioni meno dei prezzi internazionali. Vi è poi da sottolineare che molte delle materie prime che la Francia importa dalla zona del franco sono strategiche per le sue industrie: basti pensare all’uranio del Niger. Ma vi sono anche grandi vantaggi di tipo politico, che permettono alla metropoli di esercitare la sua influenza sulla zona del franco.

Successivamente gli autori identificano e sfatano dati alla mano alcuni miti sul franco CFA, concludendo che è falso che esso sia un fattore di sviluppo, di integrazione e di attrattività. Un esempio: gli investimenti diretti esteri (IDE) in Africa sono catturati soprattutto dai Paesi con PIL più alto e maggiori quantità di risorse minerarie e idrocarburi, Paesi fra i quali non figurano quelli della zona del franco. Anzi, questi ultimi non sono neanche la prima destinazione degli IDE francesi in Africa.

Secondo gli autori, il franco CFA rappresenta per i Paesi africani un concreto ostacolo alla crescita. Le ragioni sono da ricercare innanzitutto in un regime di cambio troppo rigido e in un ancoraggio problematico all’euro, il cui effetto è soprattutto di imporre ai paesi dell’area CFA di conformarsi al funzionamento dell’Eurozona, con tutti i vincoli economici connessi. Inoltre, dato che le banche centrali devono difendere la parità dei franchi CFA rispetto all’euro, esse devono limitare la creazione di moneta, attuando quella che l’economista camerunense Joseph Tchundjang Pouemi chiamava “repressione monetaria”. In parole povere, il credito interno deve essere limitato e di conseguenze le economie restano sottofinanziate. Infine, la libertà di movimento dei capitali, elemento fondamentale della zona del franco, permette alle multinazionali di drenare risorse verso l’esterno, impoverendo le economie africane.

Quello che descrivono gli autori è uno status quo a loro dire insostenibile, che dovrà cambiare per forza di cose nei prossimi anni. Se una riforma del franco CFA rimane difficile, le prospettive che si delineano all’orizzonte sono una singola valuta regionale per i Paesi dell’area o valute nazionali solidali. Gli autori sembrano propendere per quest’ultima opzione, la cui buona riuscita è però collegata necessariamente a una buona gestione monetaria e a un controllo sui flussi finanziari.

In conclusione, questo libro demolisce il franco CFA dalle fondamenta. Ne critica tutti i punti chiave e risponde efficacemente ai sostenitori del sistema, non con slogan vuoti ma con argomenti forti. È vero che in alcuni punti del libro gli autori forse si lasciano prendere troppo la mano dalla vis polemica, ma il risultato è nel complesso apprezzabile. Insomma, un volume imprescindibile per i lettori italiani che vogliano iniziare a comprendere il franco CFA.