Settimana di bilanci e di nuove prospettive per i mercati finanziari che hanno salutato un 2014 fatto di contraddizioni e dicotomie. In Europa, ad un inizio di anno scoppiettante, soprattutto per le borse dei paesi periferici, sono seguiti mesi di lento declino che hanno riassorbito i guadagni dei primi mesi. Piazza Affari ha chiuso l’anno piatta, dopo due anni di rialzi, mentre le altre maggiori piazze europee hanno bilanciato risultati negativi (Parigi e Londra) con performance positive (Madrid e Francoforte). Atene e Mosca, vittime di forti pressioni speculative, hanno visto le loro quotazioni scendere impietosamente del 38% e del 40%. L’euforia ha invece trascinato la strabiliante e folle corsa di Wall Street che ha raggiunto vette inesplorate, così come le borse asiatiche, con Tokyo che ha registrato +7.1% e Shanghai addirittura +50%.

Nell’Eurozona la dicotomia più manifesta è stata quella tra la stagnante economia reale e la risalita del mercato obbligazionario, con i tassi di interesse ai minimi tanto sui bond dei paesi “core” quanto su quelli dei paesi periferici. Proprio in questa ultima settimana, i tassi hanno aggiornato il loro record al ribasso, con i decennale italiani fermi all’1.74% , così come i bonos spagnoli (1.49%) che pagano meno rispetto agli equivalenti statunitensi (lievemente sopra il 2%). In altre parole, i mercati continuano a percepire come meno rischiose e più solide le economie italiane e spagnole (in deflazione e con la disoccupazione saldamente ancorata al 12-13% e al 24%) rispetto a quella statunitense che, stando ai dati, prontamente sventolati dai sostenitori delle politiche obamiane, sembra esser rifiorita (PIL in crescita del 5% nell’ultimo trimestre, disoccupazione sotto la soglia del 6%). La contraddizione si risolve guardando alle aspettative degli investitori che da mesi scomettono su un intervento espansivo da parte della BCE che, dopo mesi di annunci esasperanti, sembra essere finalmente pronta per passare dalle (tante) parole ai (pochi, per ora) fatti. Ovviamente, come ricordano da Francoforte, l’intervento dell’Eurotower deve essere accompagnato dalle riforme strutturali, propinate come soluzione ad ogni problema. Draghi, senza rinunciare all’atteggiamento sibillino e amletico che accompagna le sue dichiarazioni (“siamo nella fase tecnica di preparazione per modificare le dimensioni, la velocità e la composizione delle nostre misure all’inizio del 2015”), ha ammesso che il rischio che la Bce non adempia “il suo mandato di stabilità dei prezzi è più alto di quanto non fosse sei mesi fa”. Tradotto dall’economichese, la Bce riconosce che il rischio di deflazione a livello dell’Eurozona, invece di diminuire come sperato, è aumentato, nutrendo così le attese dei mercati assetati di fresca liquidità e non più di troppo preoccupati dalla situazione in Grecia. Atene, la cui borsa ha ceduto ancora il 10% nella giornata di martedì, si prepara alle elezioni anticipate, con il partito di Tzipras in testa ai sondaggi. Syriza, è necessario ricordarlo, non propone l’uscita dalla moneta unica ma chiede alla Troika di poter rinegoziare il debito e di poter allentare le politiche di lacrime e di sangue dell’austerity.

Se la BCE e la Bank of Japan promettono rispettivamente di implementare e incrementare politiche monetarie espansive, la Federal Reserve tende a muoversi in controtendenza. La community finanziaria statunitense attende con preoccupazione il momento in cui Janet Yellen confermerà il tanto temuto rialzo dei tassi che, data la roboante ripresa americana, potrebbe non essere troppo lontano. Ripresa che per i mercati finanziari rappresenta, paradossalmente, una buona notizia fino ad un certo punto: è proprio la crescita dell’economia che indurrà la Fed a porre fine ai tassi bassi che hanno animato il festino di Wall Street nei tempi recenti. Dopo essere precipitata nella primavera del 2009, la borsa americana ha sperimentato un rally ininterrotto che sembra potersi arrestare solo di fronte ad una nuova bolla speculativa. Basti pensare che negli ultimi cinque anni e mezzo l’indice S&P 500 (quest’anno in crescita del 13.5%) ha guadagnato circa il 200%, tornando ben sopra i livelli pre-crisi, trainato dalle stesse protagoniste del famigerato crac finanziario. Da marzo 2009, Bank of America segnato +143%, JP Morgan circa +130%, Goldman Sachs +80%, Morgan Stanley +70%, per una capitalizzazione totale sul mercato di poco meno di 600 mila miliardi di dollari. Follia legalizzata chiamata mercati finanziari.