“Ritenta, sarai più fortunato”. Ci riprova, il Fondo Monetario Internazionale, anche quest’anno come quelli precedenti. Una sfilza di tentativi falliti. Osa una nuova previsione, una crescita italiana al ribasso per il 2015. Tuttavia “errori seriali” li aveva già chiamati il capo economista Blanchard. O troppo ottimisti, o troppo pessimisti; nel dubbio sbaglieranno ancora. Lo hanno fatto con l’euro (“esperimento fallimentare”), con Lehman Brothers, poi con l’austerità, con la Grecia e praticamente con ogni andamento economico di Paesi dell’Eurozona e non. “Non si è tenuto conto delle particolari condizioni dell’economia”, si scusa ancora Blanchard. Ma perché scusarsi, è normale, si presume infatti che per fare previsioni finanziarie le uniche condizioni tenute sotto controllo siano quelle meteo. Siamo pronti a prestar loro un qualche Giuliacci allora, che in quanto ad anticipazioni azzeccate la percentuale è la stessa del FMI. O magari un Paolo Fox, ma si vede che per l’organizzazione internazionale l’oroscopo non è mai favorevole.

Ma come mai, caro Fondo, tu che sei composto dai governi praticamente di ogni Paese esistente sulla faccia della Terra, tu che vanti (e paghi) sciami di fior fiori di (sedicenti) economisti e contabili, tu che di fatto ci hai commissariato da un pezzo, sì esatto, tu e solo tu, non fai che prender cantonate?
Forse la risposta è tutta lì, nel “commissariamento” citato. Eh sì, perché continui a bacchettare e borbottare dall’alto di una cattedra invisibile –la Troika- in una scuola dove nessuno ha mai deciso di iscriversi, eppure dove quotidianamente gli tocca andare. Ma tu, si diceva, sai bene di aver sbagliato, e che quel pulpito non ti si addice. Hai ammesso gli errori, tuoi e dei tuoi colleghi (Commissione Europea e Bce), ma non fai nulla per correggerli (se non fare proposte agghiaccianti). I “mea culpa” dunque servono a ben poco, che -in posti noti- le strade son abbondantemente lastricate di buone intenzioni. Lo sai, questo, e non hai bisogno di prevederlo. Ma star lì fa certo comodo, perché -assieme alla Ue nella quale siamo incastrati- decidi a tuo piacimento della nostra politica monetaria, valutaria e fiscale, impossibilitati come siamo ad utilizzare uno qualsiasi di questi strumenti di politica economica.

Intanto Renzi fa vaticini ancora più improbabili: “per me il 2015 sarà un anno felix”. Per lui, forse, e non altri. Ma la colpa, inutile dirlo, è la nostra. Che se Fmi e Governo mancano di prospettiva, noi cadiamo nel tranello del prospetto. Già da tempo è stato infatti psicologicamente dimostrato come le persone siano portate molto più a soffrire per una perdita che gratificarsi per una vincita. È dunque maggiore il dolore nel perdere cento euro, che la gioia di trovarne altrettanti per terra. Da qui, il paradosso: mettiamo caso di vincere con una puntata sulla roulette. Dopo la vittoria saremo molto più attenti nel fare le puntate successive. Se invece dovessimo perdere, non esiteremmo poi più di tanto nel cercare di rifarci della perdita subita. È così che, riassunto in poche righe, viene spiegato il comportamento di molti giocatori cronici, spesso vittime consapevoli di “servizi finanziari” a strozzo.
Con i nostri governanti –interni ed esterni- facciamo lo stesso. Ci stanno trascinando nel baratro, sempre più violentemente, e le perdite sono considerevoli (basti pensare al tasso di disoccupazione record, alle imprese che chiudono, alle produzioni che delocalizzano). Di conseguenza è grande il nostro desiderio di riscatto, tanto da renderci cechi e sordi ad ogni cosa. Non sentiamo i dati economici; non notiamo che la stessa Germania prima ci sfrutta con la moneta unica e poi vuole evadere essa stessa dall’euro; non percepiamo la Grecia come qualcosa di possibile o vicino; non vediamo l’inevitabile conflitto fra gli interessi di una Nazione e quelli di una mostruosità sovranazionale posticcia; non diamo retta ai nostri occhi che vedono il degrado e lo sfacelo. No. Noi dobbiamo scommettere, sulle politiche europeiste, sull’euro a tutti i costi, sul “dobbiamo andarcene che l’Italia non vale nulla”. Continuiamo a puntare contro noi stessi, perché non possiamo fare altrimenti, perché è la nostra droga, e perché forse di vincere non ci interessa davvero, ché altrimenti non avremmo nulla di cui poterci lamentare.