Settimana molto movimentata per i mercati finanziari, nonostante i principali indici abbiano chiuso intorno alla parità con l’eccezione della borsa di Tokyo che continua la risalita dopo una prima parte dell’anno non esaltante. Molti i “market mover”, a partire dalle decisioni delle maggiori Banche Centrali (Fed, Bce, BoJ e PBoC), dalle stime del Fmi e dell’Ocse, le tensioni per il referendum scozzese e, non da ultimo, lo sbarco a Wall Street del colosso cinese Alibaba che ha messo a segno uno dei più brillanti debutti borsistici di sempre.

Non esaltante la settimana per la Borsa di Milano (FTSE Mib -0.74%), appesantita dalle deludenti quanto inconfutabili profezie sulla crescita da parte Fondo Monetario Internazionale e dell’Ocse e dalla performance negativa del comparto bancario che nell’ultima seduta ha ceduto l’1.48%. Male tutti i maggiori titoli (Unicredit -1.79%, Intesa SanPaolo -1.95%, BPM -1.63%) con la sola Monte dei Paschi in controtendenza (+1.42%). L’incertezza che regna sul settore è legato agli esiti dei test che la Bce porterà a termine nel mese di ottobre e che verificheranno la solidità degli istituti di credito. Pesa, inoltre, il clima attendista sulle future mosse della Bce. In settimana l’Eurotower ha avviato la prima asta nell’ambito delle discusse Tltro, ovvero le Operazioni Mirate di Rifinanziamento a Lungo Termine. Tramite tale rinnovato meccanismo Francoforte punta a fornire nuova liquidità alle banche per incentivarle a finanziare le imprese. Tuttavia la prima asta ha deluso le attese: chi si aspettava una domanda superiore ai 110 miliardi di euro si è dovuto ricredere di fronte ad un più “modesto” totale di 82 miliardi. Molti economisti, parlando di fallimento prevedibile, acclamano già misure accomodanti più pesanti, come l’acquisito diretto dei titoli di stato, implicante, però, una pericolosa revisione dei trattati di Lisbona.

Rimane sempre accomodante (ovvero pro-liquidità) la strategia della Bank of Japan che si gode il rally del Nikkei (chiusura +1.58%) sulla scia positiva dell’export che beneficia della debolezza dello yen (che negli ultimi tre mesi ha ceduto il 7% rispetto al dollaro). Tuttavia, la debolezza del settore dei consumi alimenta i timori sulla crescita che ossessionano e che affliggono anche Pechino. Preoccupata per la crescita industriale, che in agosto ha toccato i minimi da cinque anni, la Banca Popolare di Cina ha, infatti, deciso di procedere ad un’iniezione da 81 miliardi di dollari al fine di sostenere un tasso di crescita del PIL da 7.5% l’anno.

Le politiche monetarie dell’estremo Oriente sembrerebbero, dunque, divergere da quelle della Federal Reserve che ha annunciato un’ulteriore riduzione degli stimoli anche se Janet Yellen, presidente della Banca Centrale statunitense, ha premurosamente sottolineato che il rialzo dei tassi è ancora lontano. Nonostante l’economia USA appaia solidamente in ripresa, utilizzando come parametro la crescita del PIL che nel secondo trimestre ha segnato +4.2%, la Fed non sembra intenzionata a dismettere le misure straordinarie anti-crisi per tornare ad una politica monetaria “ordinaria”. Tanto meglio per Wall Street che chiude intorno alla parità ma che accoglie il nuovo prodigio cinese Alibaba, leader dell’e-commerce cinese che al debutto ha centrato un +38% per una capitalizzazione totale stimata intorno ai 230 miliardi di dollari, inferiore a quella di Google ma superiore rispetto a quella di Facebook. Il tempo dirà se tanto entusiasmo intorno ad Alibaba è fondato o meno. Per il momento pare giustificato, considerato il boom della classe media cinese. Ma nella giungla di Wall Street il confine tra successo e fallimento è più che mai labile. Cinese avvisato, mezzo salvato.