La strada tracciata dal management dell’ ad Sergio Marchionne per il nuovo gruppo industriale Fca (Fiat Chrysler Automobiles) non prevede cambi di rotta: la via della doppia sede, ovvero di una diversificazione della sede legale da quella fiscale, è ormai intrapresa. Neanche a dirlo, il Paese natio della Fiat non avrà l’onore di “ospitare” neanche uno dei due tipi di residenza, dovendosi accontentare della sola quotazione (secondaria) alla Borsa di Milano. Ciò che fa maggiormente specie è la recente notizia che vede anche lo storico marchio di Maranello -la Ferrari- potenzialmente protagonista di un cambio di sede. La formula sarebbe la medesima utilizzata per la Fca: sede legale in Olanda e sede fiscale nel Regno Unito.

Lo spostamento della sede legale in Olanda avrebbe come motivazione l’estrema flessibilità del diritto societario olandese in materia di movimenti di capitali, come nella tutela di marchi e brevetti. Ma la vera ragione dell’approdo della Fca (e di quello potenziale della Ferrari) nei Paesi Bassi è il sistema di assegnazione dei voti in sede di cda: secondo la giurisprudenza olandese, infatti, ai soci stabili è prevista l’assegnazione di un doppio voto. Poichè la Exor, la società con a capo la storica famiglia Agnelli, detiene poco più del 30% del gruppo Fiat, appare lapalissiana la volontà di salvaguardare l’incidenza decisionale della famiglia Agnelli senza ulteriori esborsi di capitale.

La sede fiscale nel Regno Unito trova invece le sue motivazioni in più punti. Prima di tutto, in virtù della special relationship fra la Gran Bretagna e gli Usa, facendo perno su una serie di trattati bilaterali è possibile eludere la doppia imposizione fiscale e la ritenuta alla fonte dei dividendi. Conoscendo le mire dell’ad dal golfino blu verso il proficuo mercato automobilistico americano, tale scelta appare più che sensata. Inoltre, per fronteggiare le politiche di dumping fiscale della vicina olanda, la tassa sulle imprese in Gran Bretagna (corrispondente alla nostra IRES attualmente al 27,5%) è scesa al 21% nel 2014.

In Italia la Ferrari continuerebbe a pagare l’IRAP oltre ad una exit tax: in caso di trasferimento fiscale all’estero, l’Agenzia delle Entrate prevede il pagamento, da parte dell’azienda in questione, dell’Ires sul valore più alto che assumeranno determinati beni aziendali al momento dello spostamento della sede. De facto ciò costituisce una specie di trattamento di fine rapporto fra lo Stato italiano e l’azienda migratrice. La Fca e la Ferrari infatti, spostando la loro sede fiscale, adiscono alla necessità di sopravvivenza di un’azienda, messa palesemente a repentaglio dalla pressione fiscale italiana. Dimenticando, però, tutti gli incentivi statali che tennero in piedi la Fiat nei suoi anni più turbolenti. Se anche il cavallino rampante dovesse spostare le proprie sedi, non sarebbe più eticamente accettabile ostentare i propri prodotti come made in Italy per incrementarne le vendite. Basterebbe una legge ordinaria per impedire ad aziende che delocalizzano o spostano la propria sede di sfoggiare il brand dell’italianità.