Il migrante economico garantisce la sopravvivenza del nostro welfare ed è componente fondamentale della crescita del nostro PIL. Prima quando lo dichiaravano in pubblico ne erano più convinti. Oggi il tema è stato (finalmente) depennato dalla lista dei tabù, più per la débâcle politica della sinistra liberale che per reale coscienza della questione. Ricordiamo tutti le dichiarazioni delle solite note: Laura Boldrini invocava “più migranti” contro l’invecchiamento del Paese (2016), Barbara Spinelli affermava il bisogno di “almeno 10 milioni di stranieri per sopravvivere in Europa” (2014, Bersaglio Mobile, La7) ed Emma Bonino esprimeva l’impellente necessità di “160mila immigrati ogni anno per mantenere l’equilibrio tra pensionati e lavoratori”. Sparava ancora più in alto Tito Boeri, presidente dell’INPS, non l’ultimo arrivato, con l’ormai celebre: “Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi in contributi e ne ricevono 3 in pensioni, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le nostre casse”.


Boeri spiega come l’apporto finanziario dei migranti sia fondamentale per le casse dello Stato, a suo avviso.

Insomma l’immigrazione è cosa buona e giusta, va incentivata e chi la critica è xenofobo. Oggi lo spin mediatico pro-sbarchi, più fantasia che cronaca, ha rallentato: sono successe diverse cose. Blogger (Luca Donadel tra gli altri) e giornalisti si sono esposti ponendo diversi dubbi sulla natura del fenomeno: li stiamo traghettando? Che ruolo hanno le ONG? Intrattengono rapporti con gli scafisti? Domande nel vuoto, sino alla “discesa in campo” di Zuccaro, che ha applicato una certa pressione all’ambiente. A maggio il PD ha perso quasi ovunque i ballottaggi contro il centrodestra a trazione leghista, quelli contro gli sbarchi. L’immigrazione ha evidentemente risvolti politici, fino ad allora ignorati dalla sinistra radical-chic: l’elettorato perde la pazienza. Ecco che, dopo poco, gli sbarchi perdono verginità e candore. Minniti va in Libia, Renzi rilascia interviste “alla Salvini”, all’improvviso l’Italia non può più accogliere tutti. Oggi, come sappiamo, gli sbarchi sulle nostre coste hanno fatto segnare una battuta d’arresto, probabilmente solo temporanea: difficilmente le ONG abbandoneranno il mare e altrettanto difficilmente la maggioranza PD si brucerà elettoralmente chiudendo la tratta.

Clamoroso autogol pubblicato dai social del Partito Democratico, il 7 luglio è stato rapidamente cancellato

Clamoroso autogol pubblicato dai social del Partito Democratico, il 7 luglio è stato rapidamente cancellato

I clandestini (prendendo con le pinze il suddetto termine a da molti sgradito) avevano una portata politica, di cui ci si è accorti solo dopo la sconfitta alle urne. Quello che ancora non si è compreso (o si vuole ignorare) è la natura economica del fenomeno. Economica, non finanziaria. Dell’impatto sulle casse pubbliche si è dibattuto sin troppo: Boeri è convinto che il bilancio sia in positivo di 5 miliardi, grazie ai contributi degli immigrati, ma non si riesce a spiegare perché Macron a Ventimiglia respinga con tutte le proprie forze proprio coloro che “dovrebbero” rimpinguare le casse Parigine. È evidente come finanziariamente vi sia un po’ di confusione e sovrastima dei benefici contributivi della manodopera straniera, anch’essa dettata da una interpretazione politica e mediatica del tema (poco scientifica e oggettiva).

Macron respinge a Ventimiglia i migranti economici: No, grazie.

Macron respinge a Ventimiglia i migranti economici: No, grazie.

È dell’impatto economico che ci si rifiuta di parlare. L’ingresso di manodopera poco qualificata in un Paese con crescita debolissima (+1,5% previsto nel 2017, insufficiente per far apprezzare miglioramenti degli indicatori macroeconomici) altera, e non poco, gli equilibri del mercato del lavoro. Si parla di cambiamenti che intervengono nel brevissimo termine ma che di fatto condizionano la vita della popolazione sul lungo termine: i salari sono per natura rigidi verso l’alto ma decisamente flessibili verso il basso. In altre parole l’azienda (il “capitalista”) è restia ad aumentare i salari ma è ben contenta di abbassarli non appena la congiuntura lo permette. Tutto quello che tagli dal salario ovviamente finisce nel profitto. Girino al largo i fondamentalisti dell’economia aziendale: l’operaio è sì un investimento ma è da ingenui ignorare la natura macroeconomica del lavoro. Alti salari valorizzano il lavoratore solo se l’azienda rispetta criteri di economicità, condizione per nulla scontata nel 2017. Gli uomini vengono dopo l’utile a fine anno, è il capitalismo. Il luogo comune “gli stranieri rubano il lavoro agli italiani” è, per la verità, confermato. Gli immigrati con basso livello d’istruzione, ovvero la stragrande maggioranza di coloro che attualmente si trasferiscono in Italia, insidiano la manodopera “autoctona” (come il PD ama chiamare gli italiani) poco qualificata. A dirlo non è un politico populista, quanto una pubblicazione Eurofound (ente di ricerca e pubblicazione dell’UE) datata 2016. A pagina 23 gli autori provano che “In Austria, Danimarca, Italia e Svezia, tutti i nuovi posti di lavoro a paga bassa sono stati assegnati a lavoratori non nativi”, quindi stranieri. Il nostro caso poi è il più eclatante: basta osservare il grafico ivi riportato per notare come gli italiani abbiano perso quote occupazionali, mentre gli immigrati occupano in massa gli impieghi a inferiore retribuzione. Quindi sì, gli immigrati “rubano” il lavoro agli italiani. Ma si può davvero equipararlo ad un furto?

I lavoratori extracomunitari entrati in Italia (blu e azzurro) hanno occupato lavori a basso reddito più che in qualsiasi altro Paese europeo, mentre si registra una diminuzione degli occupati italiani nella stessa fascia salariale

I lavoratori extracomunitari entrati in Italia (blu e azzurro) hanno occupato lavori a basso reddito più che in qualsiasi altro Paese europeo, mentre si registra una diminuzione degli occupati italiani nella stessa fascia salariale

Gli extracomunitari tecnicamente non rubano alcunché, semplicemente vincono all’asta al ribasso contro gli italiani. Se un impiego non richiede elevate competenze può ritenersi ricopribile da una ampia fetta di manodopera, specie con un elevato tasso di disoccupazione. L’ampia offerta di lavoratori si scontra col muro della domanda inesistente e a sopravvivere è colui che accetta la paga più leggera. Il migrante, appunto. Egli è più flessibile, accetta cioè condizioni contrattuali che per un italiano, che ha ereditato importanti conquiste sindacali e pretende (giustamente) il rispetto delle stesse, sono inaccettabili. Il risultato è una spinta verso il basso dei salari cominciata con lo scoppio della crisi, sfociata in una stagnazione della crescita delle retribuzioni e aggravata dalla riforma del mercato del lavoro Renziana, il Jobs Act. Quest’ultimo dopo il periodo di decontribuzione che ha portato all’aumento dell’impiego a tempo indeterminato ha scoperto le carte, rivelandosi una legge smantellatrice delle garanzie e dei diritti sociali. Nel 2016, ad esempio, i licenziamenti disciplinari sono aumentati del 30%: gli spiriti dissidenti e desiderosi di un miglior trattamento sono di fatto schiacciati dalla legislazione vigente, che ha reso più agile l’uscita dal mercato. Nel 2017 altri dati allarmanti: da gennaio a maggio, a fronte di una diminuzione del 5,5% delle assunzioni a tempo indeterminato, si è registrato un incremento del 116,7% dei contratti a chiamata rispetto al 2016 (aumento solo in parte giustificabile dall’abolizione dei voucher). Il piano del Governo è chiaro: precarizzare il lavoro. Renzi affermò sin dai primi giorni del suo esecutivo che il modello a cui ci si sarebbe ispirati era quello tedesco. Per dare un’idea basti pensare che in Germania 7 milioni di occupati su 43 vivono di mini-jobs Hartz, contratti dalla retribuzione massima di 450 euro mensili per 70 giorni l’anno. Di questi sette, cinque vivono con il solo reddito part-time. È lo scheletro nell’armadio/arma segreta dei tedeschi: affamare parte del proprio popolo per guadagnare competitività con la deflazione salariale, in un regime di cambi fissi, l’Euro, che non garantisce ai competitors di svalutare la propria moneta.

Sulle colonne dell’Intellettuale Dissidente abbiamo spesso ricordato come il Jobs Act si sia rivelato un fallimento, specie rispetto alle premesse: medicina definitiva per la disoccupazione italiana.

Sulle colonne dell’Intellettuale Dissidente abbiamo spesso ricordato come il Jobs Act si sia rivelato un fallimento, specie rispetto alle premesse: medicina definitiva per la disoccupazione italiana.

L’impatto economico del migrante è perfettamente in linea con il pensiero mainstream di media e politica. Quante volte la Spagna è stata riportata come esempio di successo dell’Unione Europea? “Ha fatto le riforme” ed ora cresce più forte che mai, dicono. Peccato si tratti di un abbaglio. La prosperità iberica è più Fata Morgana che realtà. La crescita spagnola potrebbe definirsi “mutilata” in quanto presenta riduzione della disoccupazione e alti tassi di crescita del PIL, superiore al 3% dal 2015, ma allo stesso tempo una drammatica stagnazione dei salari. Il costo del lavoro è stagnante dal 2010, il che significa che le retribuzioni hanno cessato di crescere: fatto grave se si pensa che in Spagna l’inflazione si è spinta negli ultimi anni addirittura sopra il target della BCE.

Dopo lo scoppio della crisi il costo del lavoro in Spagna ha cessato di crescere soprattutto grazie alla compressione dei salari reali

Dopo lo scoppio della crisi il costo del lavoro in Spagna ha cessato di crescere soprattutto grazie alla compressione dei salari reali

È risaputo che con salari nominali stagnanti e inflazione sensibile i salari reali crollino. Da registrare inoltre il numero dei contratti part time ai massimi storici e l’impiego a tempo pieno ancor ben lontano dai livelli pre-crisi. Oltre alla deflazione salariale il Governo di Madrid (o non Governo, dato che per ampi periodi la Spagna è rimasta orfana dell’esecutivo) non ha fatto nulla per far rientrare il deficit entro i limiti di Maastricht, toccando il 10,5% nel 2012 (quando in Italia sperimentavamo lacrime e sangue Montiane) e facendo registrare nel 2016 un 4,5%. Per loro nessun richiamo: sono un altro dei “grandi successi” dell’Euro. Nonostante ciò il modello spagnolo è considerato come uno dei più virtuosi, ma solo sul lato delle riforme: noi “abbiamo il debito” e non ci possiamo permettere “quel deficit”. La sensazione è che si voglia occupare l’esercito di disoccupati ma non attraverso stimoli alla domanda di lavoro, bensì con la compressione dell’offerta: non aumento la dimensione del parcheggio, riduco i SUV in Smart. Questo accade quando lo Stato rinuncia alla leva fiscale, ritenuta inefficace da una certa fronda di economisti, dimentica la domanda e ignora il fatto che i salari poi vengono spesi, rientrando nel circuito economico. Se paghi poco poi non puoi meravigliarti se nessuno compra i tuoi prodotti: l’inflazione italiana ferma al palo è la prova provata che le aziende faticano a piazzare la produzione sul mercato. È troppo facile definire gufo chi dubita nel “boom economico” del +1,5% del PIL 2017, specie se è il leader del maggior partito di centrosinistra a puntare il dito.

Sì, perché pare quasi che i discorsi relativi al piano di precarizzazione e riduzione del salario appartengano alla destra populista. In realtà arrivano da molto lontano, precisamente dai padri della sinistra comunista: Marx ed Engels. È nota a tutti la nozione marxiana di esercito industriale di riserva, massa di disoccupati funzionale al sistema capitalista in quanto arma di repressione delle contestazioni salariali. Quando non c’è lavoro l’operaio non ha potere contrattuale. L’immigrazione garantisce un aumento dell’offerta di manodopera, innescando una concorrenza tra poveri che non può non spingere verso il basso gli stipendi: le aziende hanno ampia disponibilità di scelta e dominio contrattuale totale. Ancora più eclatanti sono però le parole di Friedrich Engels, amico e collega di Marx, che sembrano raccontare il terzo millennio con due secoli d’anticipo. Ne La situazione della classe operaia in Inghilterra Engels analizza il rapporto tra operai nativi inglesi e immigrati irlandesi:

“È questo il concorrente contro cui è costretto a lottare l’operaio inglese, un concorrente che si trova sul più basso gradino possibile in un paese civile, e che appunto per questo ha bisogno di un salario minore di chiunque altro. Perciò è del tutto inevitabile che […] il salario dell’operaio inglese si abbassi sempre più in tutti i settori in cui l’irlandese può fargli concorrenza. E questi settori sono numerosi. Tutti quelli che esigono poca o nessuna abilità sono aperti all’irlandese. […] L’intrusione di questa popolazione ha contribuito ad abbassare il salario della stessa classe operaia”.

Tutto questo nel 1845. Traslare tale tesi nel 2017 è semplicissimo, basta riportare le dichiarazioni del leader dei Laburisti britannici, Jeremy Corbyn. In una recente intervista ad Andrew Marr, rispondendo ad una domanda relativa all’agenda di governo del Labour Party, Corbyn ha infatti affermato che “[…] quello che non permetteremmo più è questa pratica delle agenzie, svolta in modo piuttosto vergognoso – reclutare forza lavoro a salario basso e portarla qui, per licenziare la forza lavoro già esistente nell’industria edile, e poi sottopagarla. È spaventoso, e le uniche a trarne vantaggio sono le imprese”. Per chi non lo sapesse Corbyn appartiene a quella sinistra in via d’estinzione che ha registrato un exploit nelle ultime elezioni. Estinzione ed exploit nella stessa frase? Sì, perché la fronda liberale della sinistra europea ha vinto la battaglia intellettuale contro quella socialista. La sinistra del comunitarismo, delle frontiere aperte e dell’oblio dell’interesse nazionale. Mainstream ma allo stesso tempo trombata dalle recenti elezioni Olandesi e Francesi.

Il leader dei Laburisti è talmente amato dall’elettorato giovane da potersi permettere un discorso al celeberrimo festival musicale di Glastonbury: è stato accolto come una rock star, al coro di “Ooh Jeremy Corbyn!”

Il leader dei Laburisti è talmente amato dall’elettorato giovane da potersi permettere un discorso al celeberrimo festival musicale di Glastonbury: è stato accolto come una rock star, al coro di “Ooh Jeremy Corbyn!”

Ecco, l’interesse nazionale è anche economia, non solo politica e filosofia. È cosa concreta. L’interesse nazionale può manifestarsi in diversi modi e uno di questi è certamente la volontà di spendere, anche a deficit se necessario, per aumentare la ricchezza privata dei cittadini, la domanda di beni e le prospettive di vita. Negli ultimi vent’anni, dall’adesione di Maastricht in poi, l’Italia ha dimenticato se stessa, come in una relazione amorosa con l’Unione Europea sbilanciata e destinata a naufragare. Niente più programmazione, niente più attenzione per le nuove generazioni e le fasce più deboli. Il risultato è sotto agli occhi di tutti: siamo un paese sterile con tanti quarantenni e cinquantenni ma pochi ventenni e neonati.

Da diversi decenni le nascite non riescono a compensare l’invecchiamento della generazione del baby boom, creando difficoltà al welfare italiano

Da diversi decenni le nascite non riescono a compensare l’invecchiamento della generazione del baby boom, creando difficoltà al welfare italiano

Non ci si riproduce più perché nessuno può permettersi di farlo. Colpa di profilattici e pillole sì, ma anche di una precarietà diffusa. I Governi che si sono succeduti non si sono assunti la responsabilità politica di investire, lavandosene le mani come un Ponzio Pilato giudice e carnefice. Oggi la classe politica ignora le proprie responsabilità e invoca l’immigrazione come strumento necessario alla sopravvivenza del welfare e dello Stato italiano stesso (le dichiarazioni riportate all’inizio dell’articolo parlano chiaro). Invertire il trend non è nemmeno contemplabile: non genereremo italiani, li importeremo. Ce l’ha ricordato Eugenio Scalfari il 6 agosto su Repubblica:

“La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato”.

Tutte le strade portano a Lampedusa. Gli immigrati economici, 95% del totale, sono perfettamente compatibili con la teoria economica dominante e il pensiero politico al Governo. Il migrante, che sia dell’est Europa, africano o asiatico, rappresenta il prototipo perfetto dell’uomo flessibile: è disposto a trasferirsi, accettare bassi salari, poche tutele e orari massacranti. L’italiano è choosy, il migrante no. Credere però che la soluzione sia abbassare le pretese dei cittadini è un enorme errore. Non è questione di orgoglio, bensì di storiche conquiste sindacali e sociali che tanto sono costate ai popoli europei. Gli immigrati economici in un 2017 con elevati tassi di disoccupazione e domanda stagnante non solo abbassano i salari: rischiano di compromettere l’evoluzione sociale dell’uomo occidentale. Sia chiaro, loro non hanno alcuna responsabilità, giungono in Italia da ogni dove per cercare un impiego. La responsabilità risiede interamente nella classe politica e, in senso stretto, nella maggioranza parlamentare. L’immigrazione di massa può avere (in questo caso ha) dei risvolti negativi sul piano economico del paese che accoglie. Prendiamone atto.