Si respira un’aria tesa sulle piazze finanziarie europee, che hanno chiuso per lo più in positivo, fiduciose in risultati elettorali favorevoli (ossia una performance sotto le attese per gli antieuropeisti). Potrebbe trattarsi della calma prima della tempesta, qualora la sentenza delle urne facesse pendere l’ago della bilancia a favore degli euroscettici, dati in grande ascesa. L’instabilità che seguirebbe avrebbe delle conseguenze non prevedibili sull’andamento borsistico e potrebbe compromettere, secondo i più pessimisti, l’affannosa ripresa del Vecchio Continente.

La settimana è stata caratterizzata da un’alta volatilità sia sul mercato azionario (la Borsa di Milano ha chiuso in testa alle altre piazze europee incassando un +1.83%) che obbligazionario. Lo spread, che rimane arma potente dei mercati finanziari, durante alcune sedute è tornato a quota 200 e ha incrinato l’ottimismo che aleggiava da tempo su Piazza Affari, risvegliando antiche paure ma attestandosi infine ad un rassicurante 179 punti base. Tuttavia, in una settimana il Tesoro si è rimangiato circa un terzo di quanto guadagnato da inizio anno, con il rendimento sui titoli decennali balzato da 2.91% a 3.20%. Sono state giornate intense soprattutto per il pianeta banche, scosso dalle pesanti perdite registrate da Carige e Unipol, rispettivamente -4.74% e -7.33% nella giornata di giovedì, travolte entrambi da gravi vicende giudiziarie.  Sul settore bancario ha anche pesato la notizia che, nonostante i mutui nei primi tre mesi del 2014 siano aumentati del 20% rispetto all’anno scorso, le sofferenze sono ulteriormente cresciute (2,6 miliardi in più rispetto a febbraio), con un incremento annuo del 25.7%. Gli investitori, però, a fine seduta hanno scommesso sulla rimonta dei partiti europeisti, a beneficio dei maggiori titoli bancari, in primis Monte dei Paschi, in chiusura a +5.93%, che in settimana ha approvato il maxi-aumento di capitale da 5 miliardi. Incredibile se si pensa che solo cinque mesi fa Mps danzava sull’orlo del baratro.

La Bce rimane sibillina per quanto riguarda le sue future manovre, alimentando le attese degli investitori per evitare che i capitali piovuti sull’Europa, soprattutto sui paesi periferici, non migrino verso mete più attraenti. Il presidente della Bundesbank Weidmann ha de facto escluso un acquisto dei crediti cartolarizzati delle banche nei confronti delle imprese, in quanto non sarebbe compito di Francoforte occuparsi del mercato di strumenti finanziari strutturati quali sono le Asset-backed Securities (Abs). Di parere contrario è il belga Mersch, membro dell’esecutivo della Bce, segno che all’interno dell’Eurotower le idee sono ancora poche e confuse, a discapito di un’economia europea che “cresce” al timido ritmo 0.2% e che rifiata solo grazie all’euro tornato sull’1.36 rispetto al dollaro. L’incerto scenario politico-economico dell’eurozona non ha permesso neanche ai titoli di stato greci e spagnoli di beneficiare della promozione da parte delle agenzie di rating. Fitch ha, infatti, alzato il rating di Atene da B- a B, premiando il ritorno alla crescita dopo ben otto anni, mentre Standard&Poor’s ha promosso la Spagna da BBB- a BBB, premiando le riforme a favore della competitività, in particolare le liberalizzazioni del mercato del lavoro, che tuttavia non sembrano giovare alla disoccupazione dilagante.

Serene le acque, invece, nel lontano oriente. Il Giappone si gode ancora l’impennata del Pil reale (+5.9% nel primo trimestre, anche se largamente dovuto all’aumento dei consumi precedenti all’incremento dell’Iva) con il Nikkei che chiude in rialzo a +0.87%. A giovare è stata soprattutto la conferma che, nonostante la ritrovata crescita, la Bank of Japan non modificherà la sua politica ultraespansiva, continuando ad accomodare la sete di liquidità del mercato.

Calma (apparente?) a Wall Street con il Dow Jones in lieve rialzo (+0.38%), nonostante desti una certa preoccupazione la dichiarazione del numero uno di Black Rock, Larry Fink, secondo il quale il settore immobiliare negli Usa sarebbe strutturalmente più instabile che prima della crisi dei mutui subprime. Inoltre altri dati settoriali inducono alla prudenza. Basta considerare l’industria high tech: un’analisi del Sole24Ore riporta come in tre mesi Amazon abbia perso metà del suo valore, il prezzo delle azioni di Twitter si sia dimezzato e Facebook abbia ceduto circa il 30%. Solo sfortunate coincidenze?